Fu un silenzio prolungato, in quel piccoletto tempio dove la dea, assente, regnava sempre, invisibile.

«Angelica è buona, non deve soffrire. Quando oggi ella si è buttata nelle mie braccia, tremante di paura, scongiurandomi di salvarla — e non tremate voi di gelosia, Sangiorgio, ella è una figliuola per me, — io che sapeva tutto il suo segreto, l'ho lasciata dire, poichè quel pianto, quei singhiozzi, quella disperazione erano lo scoppio della sua rettitudine, erano lo spettacolo di una coscienza che si ribellava contro il male.»

«Voi sapevate il suo segreto, tutto?»

«Sì, dal primo giorno. Ella non rammentava bene se fosse venuta qui, la prima volta, il due o il tre maggio, ma io sapevo bene che era venuta una domenica, due maggio; ella mi ha confessato di esser venuta qui una quindicina di volte, ma io sapevo meglio di lei che erano diciotto le volte che ci era venuta: sono ministro dell'interno. Ma non le ho fatto rimproveri, come non ne faccio a voi. Voi avete ragione di amarvi.»

Sangiorgio alzò il capo umiliato per guardare negli occhi il vecchio marito malinconico.

«Naturalmente,» riprese costui. «Angelica è bella, è giovane, è intelligente, avrebbe bisogno di una persona giovane, come lei, tutta a lei dedicata, che la sapesse apprezzare in tutte le sue belle e buone qualità, che vivesse con lei la vita in comune, la vita dello spirito e del cuore: invece ha un vecchio inaridito, scettico, distrutto, che ha una vecchia e ardente passione da alimentare, l'ambizione, la passione esigente, concentrata, rabbiosa di quelli che hanno passato i quarant'anni.

«È naturale che Angelica preferisca voi a me: voi stesso, che volete e sapete ancora amare, che non avete ambizione, che non conoscete ancora questa febbre dell'anima che mai non si cheta, che avete il cuore pieno di fiducia e la fantasia piena di entusiasmo, voi preferite a tutto questa dolcissima ebbrezza dell'amore. Chi vi darà mai torto? Siete voi i più saggi, noi siamo i pazzi, noi meritiamo di essere burlati e ingannati, noi combattiamo per una illusione volgare, voi per una divina realtà! Io non posso rimproverarvi.»

Sangiorgio ascoltava, con la faccia fra le mani, senza rispondere.

«E poi...» riprese don Silvio, come se parlasse a sè stesso, «l'uomo, questa gran cosa, questa potenza, questa forza, questo complesso di forze, ha una legge che ne limita gli sforzi. Farai questo e non altro, dice questa legge, se non vuoi riuscire mediocre, inefficace in ambedue. Una sola passione potrai nutrire, forte, intensa, profonda: un solo ideale potrai desiderare, alto, lontano, inafferrabile; e la tua anima si dovrà consacrare tutta a questa unica passione, nulla te ne dovrà distrarre, e la tua volontà si dovrà intieramente concentrare nel desiderio dell'unico ideale, se vuoi raggiungerlo. L'amore, l'arte, la politica, la scienza, queste grandi efficienze umane, queste altissime forme di passione e d'ideale, vanno ognuna per sè, solitarie, tanto vaste che appena appena il misero spirito di un uomo può abbracciarne una sola. Non si è scienziato ed artista, non si è uomo politico ed amante, ammeno di non essere mediocre nelle due cose che si vogliono fare. Bisogna scegliere: le grandi forme umane dello spirito e del cuore sono egoistiche e chieggono grandi sacrifizi...»

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