Ora il cielo tutto bianco allo zenit si faceva di un bigio delicato sulla linea circolare dell'orizzonte: una dolcezza serale saliva dalla città nell'aria, come un velo finissimo. Francesco Sangiorgio provava un malessere strano: Tullio Giustini gli sembrava più terreo, più brutto che mai, in quel momento: ridendo, gli si scoprivano due fila di denti giallastri.
«Com'è quieta la città!» riprese Tullio Giustini; «pare che si goda, dormendo, la festa di Natale. Pare, pare, non è. Lassù, in quel verde del Pincio e di villa Medici che discende fino a Via Babuino, i pittori cantano, ridono, dicono delle eresie come teoriche d'arte, e producono dei quadri che sembrano follie grandi. Che gliene importa, a loro? Per consolarsi dell'insuccesso, hanno inventato la parola borghese, con cui disprezzano il pubblico. In tutto quel biancore, dall'altra parte, sono i quartieri nuovi. C'è stato mai? Settantamila impiegati, famiglie, servi, cani e gattini: un attendamento di barbari disarmati e affamati, che se ne stanno accoccolati lassù, guardando Roma e odiandola, perchè non la possono capire, e perchè la trovano esorbitante, mentre le loro donne fanno i figli e cucinano, pallide, col seno smunto e colle mani rosse. Costoro avran festeggiato il Natale nelle loro casette, sfogandosi a parlar male del governo, delle serve, di Roma, del macellaio, come veri barbari, miserabili e ottusi. E i Romani, i veri Romani della Regola e del Popolo, del rione Monti e del rione Trevi, che mettono l'aggettivo romano accanto al loro nome come un titolo di nobiltà, che mangiano gli gnocchi il giovedì, la trippa il sabato e l'agnello sempre, che amano il vino bianco e i fuochi d'artifizio di Castel Sant'Angelo, che si vantano dell'acqua Marcia, e fanno placidamente pullulare gli scarafaggi nelle loro case vecchie, i Romani scettici, arguti, indifferenti e laboriosi, eccellenti mariti e amanti affettuosi, quelli lì non dormono sicuro. E tutte le donne, romane o napoletane, italiane o straniere, che passeggiano, stanno alla finestra, discorrono, ridono, amanti baciano, e amate si fanno baciare, non dormono, no!... le donne non dormono mai, neanche le notte. Oh, Roma è così viva, mentre vi sembra immobile: essa è così grande, così complicata, così delicata nel suo congegno, così potente nelle sue leve di acciaio, che quando io mi piego a guardarla, di quassù, mi fa spavento, come una macchina infernale.»
In quel tramonto crescente, Francesco Sangiorgio, tutto pallido, si piegò macchinalmente a guardare anche lui, in giù, come per scoprire la misteriosa macchina di Roma.
«E quel che si sogna, venendo qui!» seguitò Tullio Giustini, con un breve riso sarcastico. «Tutta una serenità amorosa di grande città che vi aspetta, poichè voi siete giovane e avete ingegno e volete lavorare e non essere indegno della città augusta. Anche io ci son venuto così e mi pareva che il primo cittadino romano dovesse abbracciarmi. Invece, dopo tre o quattro anni di rodimento, di tormenti interni e di forti delusioni, ho imparato varie cose: che ero troppo aperto per riuscire in politica, che ero troppo brutto per piacere alle donne, che ero troppo malato per riuscire in una scienza, che ero troppo duro per riuscire in diplomazia. Questo ho imparato e da questo una verità fulgida come il sole, terribile come la stessa verità: Roma non si dà a nessuno!»
«E che bisogna fare?» domandò, quasi tremando, Francesco Sangiorgio.
«Conquistarla.»
E Tullio Giustini, con la mano scarna, fece un largo gesto verso la città.
«Conquistarla... Guai ai mediocri, guai ai paurosi, guai ai deboli, come me! Questa città non vi aspetta e non vi teme: non vi accoglie e non scaccia: non vi combatte e non si degna di accettare la battaglia. La sua forza, la sua potenza, la sua attitudine è in una virtù quasi divina: l'indifferenza. Vi movete, gridate, urlate, mettete a fuoco la vostra casa e i vostri libri, danzate sul rogo: essa non se n'accorge. È la città dove tutti son venuti, dove tutto è accaduto: che gliene importa di voi, atomo impercettibile che passate così presto? Ella è indifferente, è la immensa città cosmopolita, che ha questo carattere di universalità, che sa tutto, perchè tutto ha veduto. L'indifferenza: la serenità imperturbabile, l'anima sorda, la donna che non sa amare. È lo scirocco spirituale, la temperatura tepida e uniforme, che vi fiacca i nervi, vi ammollisce la volontà e vi dà, ogni tanto, le grandi ribellioni interne e i grandi accasciamenti. Eppure vi dev'essere qualcuno o qualche cosa che turbi questa serenità, che vinca questa indifferenza. Qualcuno bisogna pur che la conquisti, Roma: sia pure per dieci anni, per un anno, per un mese, ma conquistarla, ma prenderla, ma far la vendetta di tutti i morti, di tutti i caduti, di tutti i deboli che hanno toccato le sue mura, senza poterle superare. Oh, costui, bisogna che abbia il cuore di bronzo, una volontà inflessibile e rigida; bisogna che sia giovane, sano, robusto e audace, senza legami, senza debolezze; bisogna che si concentri, profondamente, intensamente, in questo unico ideale di conquista. Qualcuno deve conquistarla, questa superba Roma».
«Io,» disse Francesco Sangiorgio.