«Onorevoli colleghi, prego far silenzio. La parola è all'onorevole Sangiorgio».

«Chi? chi? chi?» fu una domanda generale.

E di nuovo, il presidente disse:

«Prego far silenzio. L'onorevole Sangiorgio ha facoltà di parlare».

Allora gli occhi curiosi dei deputati cercarono questo collega che quasi nessuno conosceva: era lassù, all'ultimo banco di un settore del centro destro. Stava ritto e calmo, aspettando di poter parlare: anzi si trasse quasi sulla scaletta, fuori del banco, perchè lo vedessero meglio. Non era alto, ma lassù pareva alto, poichè si teneva dritto ed era molto robusto: non era neppur bello, ma la testa aveva tutt'i caratteri della forza, i capelli piantati rudemente sulla fronte bassa, il naso aquilino, i mustacchi bruni e folti, un mento duro, pieno di volontà: a nessuno egli parve insignificante. Poi, una curiosità diversa nasceva ora nella Camera. Questo deputato nuovo parlava in favore o contro? Era uno dei piaggiatori che appena arrivati, si affrettano a far dichiarazione di fedeltà?

O qualche piccolo insolente che avrebbe balbettato, innanzi alla Camera, un debole attacco, affogato tra i mormorii ironici dei colleghi? Un meridionale, avvocato: ecco quello che si sapeva. Dunque avrebbe declamato: la solita rettorica che i Piemontesi odiano, i Milanesi deridono, e i Toscani disprezzano.

Invece l'onorevole Sangiorgio cominciò a parlare lento, ma con voce così sonora e virile, che si allargava in tutta l'aula e per cui tutti gli ascoltanti respirarono di soddisfazione. Persino le signore, che quasi dormivano pel calduccio, si riscossero: e nella tribuna della stampa, rimasta vuota dopo il discorso del ministro, i giornalisti cominciarono a ricomparire, riprendendo i loro posti. L'onorevole Sangiorgio preludiava con un esordio pieno di riverenza per l'illustre uomo che dirigeva la finanza italiana, e l'elogio non aveva nulla dell'adulazione brutale: era dato con una forma sobria e delicata. Fuggevolmente, il parlatore accennò alla propria giovinezza, alla oscurità di colui che, costretto alla vita provinciale, volse gli occhi sempre verso Roma, dove ferve una continua e nobile lotta politica. Egli esaltò la politica, dicendola più grande dell'arte, più grande della scienza: in essa si compendiava tutta la storia dell'attività umana, e a lui l'uomo politico pareva il tipo supremo dell'uomo, apostolo e operaio, braccio e testa.

Un bene squillante partì dalla destra. L'onorevole Sangiorgio si fermò per un minuto secondo: ma solo un minuto secondo. Però quel richiamo alla sublimità dell'idea politica, quella specie di idealità larga, a cui era portata una cosa che nelle mani degli uomini diventa volgare, era piaciuto generalmente, e aveva fatto ringalluzzire una quantità di teste piccole. Il ministro, che sul principio aveva rizzato il capo, fissando bene l'oratore coi suoi occhi di un azzurro pallidissimo, ora lo aveva di nuovo abbassato, sentendosi venire addosso un discorso di parole, di quelli che lo imbarazzavano e lo stizzivano.

Sangiorgio però diceva che quegli anni di giovinezza in provincia non sono inutili, a chi vuol sorprendere il mondo moderno in tutt'i suoi bisogni. Le grandi città sono invaditrici, divoratrici, e hanno necessità di vivere dell'esistenza altrui, e sfruttano forze, e affogano lamenti, e danno all'uomo che ci vive una tal febbre, che lo fa dimentico di qualunque altro interesse umano. Chi le sa le miserie delle provincie? Chi si fa l'eco di quegli sfoghi dolorosi e sommessi che non possono arrivare sino a Roma? Certo, alcuni valenti e buoni e coraggiosi, ogni tanto, narrano alla Camera le pene di tanta parte degl'Italiani; ma sono voci isolate, si affiochiscono, poi tacciono. Eppure non bisogna tacere: bisogna che la verità si sappia.

Ora la Camera ascoltava attentamente, con un certo interesse meno ironico, più benevolo. Era una neutralizzazione allo stento, alla difficoltà di comprensione che presentava il discorso antecedente del ministro: dopo una tensione dolorosa di due ore e mezzo a seguire il ballo fantastico delle cifre, quella eloquenza abbastanza semplice sollevava gli spiriti oppressi. Eppoi, in quella calata di giorno, freddissima e oscura fuori, beneficamente calda e chiara dentro l'aula, la Camera era presa da una sentimentalità, da un gran bisogno di affetto e di generosità. Di che si lagnavano le province, dunque?