«.... Sì,» disse il deputato, scotendosi dalla sua distrazione.
Quando fu sulla soglia, si voltò a guardare la piazza, macchinalmente. Aveva letto che un uomo sembrava una formica, a quella distanza; ma nessun uomo comparve, e la piazza vuota, grandissima, cosparsa di acqua, sotto il cielo biancastro, gli parve simile alla campagna romana, una vastità di campagna brulla. Nella chiesa non provò nessuna impressione mistica: egli era un indifferente in fatto di religione, non parlandone mai, discutendo il Papato come una grande questione politica, lasciando la fede e le pratiche religiose alle femmine. L'architettura di San Pietro lo lasciò freddo. Avanzandosi, vedeva che la chiesa, s'ingrandiva sempre più, ma questo inganno dell'armonia gli sembrava senza scopo, dannoso. Alcuni tedeschi giravano, guardandosi attorno con una certa severità, come se il loro rigido luteranesimo disdegnasse quella pompa cristiana. Non una sedia, non un banco, non un prete, non un sagrestano, spirito familiare, che spegnesse le candele o rifornisse d'acqua benedetta le grosse pile vuote; i confessionali bruni, su cui leggevasi a caratteri dorati: Pro hispanica lingua, Pro gallica lingua, Pro germanica lingua, erano vuoti; per inginocchiarsi, solo lo scalino della Confessione o quello dell'altare maggiore; se no, il freddo pavimento.
Francesco Sangiorgio non capiva nulla ai monumenti dei pontefici: li guardava senza intenderne la bellezza o la bruttezza. Aveva idee vaghe e meschine in fatto di arte. Quello del Canova, coi leoni dormienti, gli parve mediocre: quello di papa della Rovere, a terra, tutto di bronzo, gli parve superbo e bello: quello del Bernini, la Morte di oro, il tappeto di marmo rosso venato, il papa di marmo bianco, non gli urtò i nervi, gli sembrò semplicemente bizzarro. Non sapeva se i quadri dipinti sulle pale degli altari fossero di buoni autori o no, se fossero copie od originali. Andava attorno, trattenendosi, quasi per obbligo, distraendosi, pensando ad altro, non interessandosi a quella massa enorme di pietra, glaciale, abbandonata, dove altre tre o quattro ombre vagolavano. Infine, uscendo, il monumento ai due ultimi Stuart gli sembrò una miseria.
«Andiamo al Colosseo,» disse risolutamente al cocchiere, buttandosi a sedere sui cuscini.
Il cocchiere, ad allungare la corsa, poichè era preso a ora, e per evitare la via per cui erano venuti, abbastanza disastrosa, lo portò per le vecchie strade scure di Borgo Santo Spirito e del Governo Vecchio, dove sta la popolazione vera romanesca, incapace di abbandonare i suoi quartieri antichi e le sue case anguste e piene di scarafaggi. Il cocchiere faceva andare il cavallo al piccolo passo di animale stanco, avendo capito di portare un forestiero senza volontà. Anzi, al Foro Traiano, egli allentò sempre più l'andatura del cavallo, e Sangiorgio finse di ammirare quella larghezza di campo più basso del suolo, dove fanno da tronchi d'albero le colonnette mozzate, grande camposanto di gatti morti, grande vivaio di gatte selvagge, a cui le serve pietose di via Magnanapoli e di Macel de' Corvi vengono a dare gli avanzi del loro pranzo. Egli non potette vedere nè la rude facciata del Campidoglio, nè l'arco di Settimio Severo, nè la Grecostasi, nè il tempio della Pace; nè tutto il grande Foro Romano: si scavava continuamente da quelle parti: non si poteva passare, nè andare sul Colle Palatino. Così spiegava il cocchiere, passando per la via di Tor de' Conti. A un tratto la carrozza si trovò sotto il Colosseo, senza che egli, il visitatore, l'avesse visto da lontano, per la via che aveva dovuto prendere.
L'onorevole Sangiorgio sentì che doveva scendere e penetrò sotto l'arco di entrata, affondando nel terreno fangoso. Una pozza di acqua piovana, larga, con gli orli verdicci di vegetazione, era sulla soglia dell'Anfiteatro Flavio: nelle cavità delle pietre bianche sparse qua e là, nelle scanalature degli scalini, perfino nella mano di un tronco di statua, vi era dell'acqua piovana.
Francesco Sangiorgio, maravigliato di quella immensità di mura, cercava di orientarsi: dov'era, dunque, il podio imperiale, dove erano la tribuna delle vestali e quella dei sacerdoti? Arrivò nel centro, ma non capì che fossero quelle costruzioni del sottosuolo. Sì, era maestoso il Colosseo, ma la luce sporca di una giornata piovosa gli toglieva una parte della maestà, mostrandone il lato sudicio e tutto lo sgretolamento del tempo. La campagna attorno, fuori, era vastissima: una vegetazione ricca di campagna umida: ma non un canto d'uccello, non una voce di animale, non la voce di un uomo.
Sotto l'arco di una porta, una guardia municipale comparve, lenta, indifferente, senza nemmanco accorgersi del visitatore. L'onorevole Sangiorgio girò coscienziosamente pel corridoio circolare, un po' scuro. Pensava che forse era più bello di notte, il Colosseo, con la luna che dà un aspetto magico alle rovine e le fa sembrare più grandi, più meste. Aveva fatto male a venirci di giorno, adesso la prima impressione era irrimediabile: il Colosseo gli pareva una gran cosa immensa e inutile; una costruzione di gente orgogliosa e folle. Un signore e una signora, giovane e delicata lei, alto e robusto lui, giravano anch'essi pel corridoio circolare dove si respira l'aria molle e fresca, come in un sotterraneo: andavano lentamente, senza guardarsi, discorrendo sottovoce, con le dita intrecciate. Ella chinò gli occhi, incontrando quelli di Francesco Sangiorgio, e l'uomo si guardò come meravigliato e importunato.
— Figuriamoci che sarà di sera, con la luna! — pensò l'onorevole Sangiorgio. — I romani antichi hanno fatto il Colosseo, perchè gli amanti moderni ci vengano a tubare.
E si strinse nelle spalle, nel suo segreto disprezzo dell'amore; il disdegno del provinciale cui mancò il tempo, l'occasione, la voglia di amare, il disdegno dell'uomo profondamente assorto in un altro desiderio, che non era l'amore.