—Tu dormi?—le dicea lui.

—No, non dormo—rispondeva lei, trasalendo, scuotendosi.

—Poverina, ti annoio.

—Non mi annoi.

—Le mie ore d'inchiostro sono così odiose!

—Nulla di te, è odioso—ella replicava, a bassa voce.

Ma questa frase ore d'inchiostro le faceva l'effetto di un gran buco nero nero, dove precipitassero Paolo Spada e l'amor suo, donde ella non potesse cavar più fuori nè l'amante, nè l'amore. Giacchè la paura più umile, più comune, che la teneva sempre, che la tormentava in segreto, era che Paolo Spada l'amasse poco, o non l'amasse punto. Non sapeva, ella, per quale paese dei sogni egli partisse, in queste sue ore tetre; neppur supponeva che vi fosse un immenso, interminabile, infinito paese dei sogni dove se ne vanno le anime dei poeti, degli artisti, dei sognatori: ma intuiva, così, semplicemente che Paolo Spada era ben lontano, lontano da lei e dal suo amore in quei momenti, e che quel corpo, abbandonato fra i cuscini, quel volto smorto e chiuso non avevano nè sentimento, nè volontà. Ella lo adorava con tutto il suo piccolo e serio cuore, con la sua piccola e limitata mente, e oltre l'amore, per natura, per temperamento, per carattere, non poteva vedere. Beninteso che, sempre, Paolo Spada usciva da una di quelle crisi di tetraggine, per gittarsi in impeti di folle gaiezza. Allora egli colmava la sua amante di liete carezze, di adorazioni gioconde e quasi infantili: la obbligava ad entrare nei magazzini di mode, dove le comperava pazzamente delle cose che non le servivano punto; la costringeva a seguirlo nelle grandi trattorie dove ordinava dei pranzi squisiti, sostenuti da vini generosi: la conduceva ai teatri, nelle grandi serate: e, sovra tutto, parlava con lei, rideva con lei, la corteggiava gaiamente, divertendosi di tutte le inveterate timidità della donna, delle sue ritrosie, del suo terrore del pubblico. Dappertutto, ella andava a malincuore, poichè ella preferiva, infine, la loro casa, in cui sempre l'ambiente la sconvolgeva, ma dove, almeno erano soli. Adesso, a poco a poco Paolo Spada la veniva presentando ai suoi amici, senz'altro nome che questo: la mia Adele, e al primo movimento di consolazione e di orgoglio che questo nome le produceva, detto così, da lui, ne subentrava uno di malinconia, sentendosi ricacciata nell'anonimo, senza personalità, più, come una povera cosa appartenente a lui, come gli apparteneva un bastone o un fazzoletto. Questi amici di Paolo Spada erano così singolari, anche essi! Le parevano tutti affetti da una leggiera o più grave pazzia, manifestantesi nei modi o familiari troppo, o fittiziamente freddi, nelle voci bizzarre che pronunziavano parole anche più bizzarre. Nelle loro conversazioni che ella si ostinava a voler intendere, ella non afferrava che le prime frasi, e subito la sua mente si confondeva in quei paradossi sull'amore, sull'arte, sulla vita, e non ci si raccapezzava più. Nei caffè, per le vie, le discussioni si prolungavano, accanite, rinascenti, giranti intorno all'argomento, col ritorno di certi nomi, di certe frasi, di certi intercalari; ella ascoltava, fingendo l'attenzione, ma senza capire più nulla. Talvolta, queste discussioni erano nelle vie, di sera: Paolo Spada e qualche suo amico andavano lentamente, fermandosi ogni tanto, accalorati, ardenti, e Adele Cima imitava il loro passo, si fermava con loro, sempre taciturna, levando ogni tanto il suo bel volto bianco e sorpreso verso Paolo, quasi a pregarlo di finire, di rientrare. Ma egli non vedeva lo sguardo timido e pregante dei bei grandi occhi limpidi e semplici, e la disputa si prolungava, mentre ella cadeva dall'oppressione in un sonno, per cui andava a casa come una sonnambula. Una notte, così, girarono per due o tre ore, intorno a piazza Navona, Paolo Spada e Massimo Dias, slanciati in una feroce discussione sull'Ariosto ed ella, alla fine, mezza morta, non osando dire nulla, si lasciò cadere a sedere sullo scalino, presso la fontana. Fu allora che egli si decise a metterla in carrozza ed a portarla a casa, invaso da una improvvisa pietà che lo rese dolcissimo e amorosissimo verso la donna.

Questi amici di Paolo Spada la trattavano anche singolarmente. Alcuni la salutavano correttamente, ma non le dirigevano la parola; altri le indirizzavano delle frasi galanti in istile letterario; altri la riguardavano come un camerata e usavano familiarmente con lei, a grosse strette di mano, chiamandola Adele. Con quella intuizione delle persone semplicissime, ella sentiva che sotto la correttezza di alcuni si nascondeva il disprezzo; le galanterie in frasi fiorite la imbarazzavano e la facevano arrossire; le familiarità la turbavano. Qualche volta, malgrado la sua timidità, aveva sorpreso qualche parola che suonava caricatura per lei e certi sorrisi le sembravano dubbi. Ne aveva parlato a Paolo Spada:

—I tuoi amici mi ritengono per una stupida.

—No, cara.