—No, no—lo supplicò lei, stringendosi ancora, socchiudendo gli occhi.
Restarono così: il lumicino ad olio del vagone tremava, pareva dovesse spegnersi ogni momento. Bizzarre ombre danzavano. sui divani: tenendola stretta a sè, bimba spaurita, Ferrante sentiva che Grazia affannava un poco. L'aria si era raffreddata. Una angoscia li opprimeva, entrambi, angoscia ignota, angoscia di chi ha intravvisto il negro problema dell'infinito. Due o tre volte egli volle muovere una mano per carezzarle i bruni capelli: ma ella temendo che Ferrante la lasciasse, rabbrividì di paura. Due o tre volte egli disse, sottovoce, come un soffio amoroso:
—Grazia! Grazia!
Ma ella fremeva, fremeva, e gli diceva:
—Taci, taci, taci.
Tanto che il lungo, sonoro fischio, triplicato fischio della vaporiera, le fece gittare un grido di spavento.
—È il fischio di allarme, nevvero—domandò, piena di ambascia, quasi che non fosse possibile, in quel momento, altro che una grande catastrofe.
—No, no, è Firenze.
—Tre fischi, grave pericolo—balbettò lei ostinata.
—È Firenze, è Firenze, cara.