—Vi sono una quantità di cose che somigliano all'amore e che l'amore non sono—disse lui, glacialmente.—La sera è chiara, vi è una buona e bella fanciulla, vi è il mare, vi è la gran poesia di questo paese nostro, la notte è lunga, il cuore è malinconico—e allora un nome, chi non lo pronunzia, un fiore chi non lo chiude sul petto, un bacio chi non lo dà? Sciocco colui che lascia sfuggire questi purissimi brevi piaceri dell'anima e dei sensi, puri piaceri che non hanno la macchia del peccato, che non debbono portare alle lacrime, alla tragedia e che vi fanno egualmente cara una notte, un giorno! Tutto questo non è affatto l'amore nel suo immenso turbamento, con le sue lotte quotidiane, con la sua gelosia feroce, con la sua insaziabilità crudele e con la sua sazietà scorante! È invece un'altra cosa che all'amore rassomiglia, una cosa carina, graziosa, che resta dolce nella memoria, che non lascia ferita e che imbalsama poi, col suo profumo, le ore della vecchiaia. Amore no: tenerezza, simpatia, fascino, eterna attrazione del femminile, una cosa mite e tanto cara, senza dolori, senza singhiozzi…. Luisa, Luisa, l'amore è un'altra cosa, è una vampa, è una vertigine, è uno sconquasso, Dio vi salvi….

—Io sono perduta—ella disse, brevemente,—perchè vi amo e non mi amate.

Come egli parlava, pianamente, con quella velatura d'ironia che rendeva triste la sua voce, con quel senso di disdegno che rivelava l'uomo esperto delle tempeste, come egli le veniva dolorosamente dimostrando la inanità delle sue illusioni, ella aveva inteso a poco a poco mettersi fra loro due una grande distanza, quasi che Massimo fosse già partito, già in viaggio per il gelido paese nordico. Ogni parola che infrangeva le sue speranze, le s'imprimeva nella mente, col lieve sogghigno che l'avea accompagnato, con la intonazione sprezzante che era stata pronunziata: e un lavoro di distruzione si operava in lei, la parola di lui spegneva tutta la cieca fiducia che ella aveva avuto nel suo sogno. Illusione, illusione, il bacio, il fiore, il nome, la voce tremante, la carezza, l'abbraccio, illusione tutto, morto tutto, finito tutto, finito. Una luce fredda le si era fatta dinanzi agli occhi della mente: egli aveva ragione, tutto quel sogno di una notte di estate, sotto il pallido, morbido raggio lunare, era una cosa graziosa, carina, niente altro, da dimenticare immediatamente, da ricordare poi più tardi, molto più tardi, con una certa soavità, anche con un po' di gratitudine. Ella vedeva, vedeva bene, adesso. La scienza della vita le arrivava di un colpo solo, netto e preciso come quello di una mannaia che recide una mano: tutto sanguinava, ma, ella vedeva la verità. E si sentiva, perduta.

Egli taceva. Era tornato al suo posto e giocherellava con la sua penna di avorio bianco: ma era scomposto nel volto. Affettava una calma che non aveva: capiva che la crisi non finiva lì e soffriva per sè e per lei, immensamente. Ma le sue burrasche passate gli davano la forza di combattere ancora. La fanciulla taceva e pensava, quasi che nulla più le restasse da dire: anzi si alzò, come per andarsene. Ma arrivò sino al balcone chiuso e appoggiò ai vetri la fronte febbricitante. Stette qualche tempo così. Poi, ritornò. Pareva tranquillizzata. Ma si passava ogni tanto la mano sulla fronte, con un gesto che faceva pena. Si sedette di nuovo. Massimo la guardava, con una certa ansietà. No, tutto non era ancora finito….

—E…. ve ne andate?—chiese ella, cercando di rafforzare la propria voce.

—Sì.

—Quando?

—Domani mattina: o anche stasera…. meglio stasera.

—Infatti…. meglio stasera—rispose lei, monotonamente.—E…. non mi avreste salutata?

—Vi scrivevo….