—No, non rido—soggiunse Grazia, pensosa, guardando il mare coperto di bianca spuma.
Ferrante taceva, pensando.
—Venezia mi contrista e mi guarisce—disse il bel gentiluomo, con la contrizione di un penitente, passandosi la mano sulla fronte, a scacciarne le ombre che la offuscavano.
Stettero in silenzio, tutti tre: ognuno era preso dal proprio pensiero e il mare mugghiante accompagnava i voli di quelle fantasie. Fu Ferrante che si risolse a rompere il silenzio per il primo, sospirando chiedendo all'amico:
—Dicci questa istoria, Giorgio.
Giorgio guardò Grazia: e benchè ella non parlasse, lesse negli occhi di lei una preghiera.
—Che vi può importare, una storia d'amore?—domandò Giorgio ad ambedue, guardandoli.
Ma nuovamente vide in ambedue tanto ardente e doloroso desiderio di sapere, di conoscere, di misurare, che intravvide financo, dietro il desiderio, l'angoscia di ambedue. Intravvide, non si spiegò: intese che come a lui era necessario, in quel momento, uno sfogo, ad essi era necessario, in quello stesso momento, l'appagamento di quel tormentoso desiderio.
—Sentite—disse.—Io ho conosciuta quella soave donna a Livorno, quattro anni fa. Era una polacca; si chiamava Anna; aveva un marito brutale, e che ne era molto, molto geloso. Ella era piccola, delicata, con certi lunghi e folti capelli fulvi e una salute così delicata, che il più piccolo soffio di vento la faceva tossire. Così leggiadra e così debole, io l'ho amata più di tutte le donne opulente, trionfali, maestose, l'ho amata più di qualunque donna abbia mai incontrata, più di qualunque donna potrò mai incontrare sul mio cammino….
—Ella vi ha amato?—chiese ansiosamente donna Grazia.