—Io non ti sono amica, Giovanni: ti ho troppo amato per esserti amica.
—Io sono il più sventurato fra gli uomini—egli gridò, gittandosi sovra un banco, non reggendo più.
Ella gli sedette accanto: aveva gli occhi bassi, dietro la veletta.
—Giovanni, sii buono, non diminuire il mio coraggio. Vedi…. per giungere a questo, la mia anima ha dovuto fare un così lungo viaggio! Ho detto io, la parola estrema: io! Che ho innanzi, io? Sai che esistenza di solitudine, d'inutili e tardi rimpianti, di pentimenti postumi, di lacrime senza conforto? Sai che lungo e deserto viaggio io intraprendo, sino alla morte, sola?
—Il più sventurato fra gli uomini!—gemeva lui, con la faccia fra le mani, come un fanciullo abbandonato.
—Eppure…. io, io stessa rinunzio. Tutto è stato inutile, fra noi: il tuo amore, prima; il mio amore, dopo.
—Almeno, almeno, non mi avessi amato!—esclamò lui, in un ingenuo scoppio di dolore.
—Ti ho amato, invece, molto, alla mia maniera, che è certo imperfetta, poichè tutti siamo degli esseri imperfetti. Ti ho amato…. così teneramente, così passionalmente…. ma era tardi, era tardi, era tardi!
—Ma io ti voglio bene, Clara!—egli balbettò, smarrito, vedendo che ella era per levarsi, per andarsene.
—Ne sei certo?—gli chiese ella, duramente, come nella prima sera del loro amore.—Ne sei certo?