La sua casa, d'altra parte, è elegantissima: ella ama le grandi serre, i grandi saloni, i mobili larghi e scolpiti—che dureranno più di noi, ella dice, con una lieve malinconia—i quadri antichi. I salottini, i mobilucci, i gingilletti, le statuine le sono antipatici. È troppo alta, per poterli amare, porta sempre dei vestiti o neri, o bianchi: bianco sul nero, talvolta, e nero sul bianco: ha delle scarpette nere senza tacco, con grandi fibbie di argento, di strass: porta dei mantelli ampii, foderati di magnifiche e nobili pelliccie e dei fili di perle, in tutte le grandezze e in tutte le ore, al collo. Sta più volentieri in piedi che seduta, più seduta che sdraiata: e ama di cavalcare, di remare, di ballare. È sana: o pare sana. Sta più volentieri sul mare che sulla montagna. Nel suo mondo la ritengono come una donna sentimentale, troppo, e troppo pretensiosa, quindi. Le piace di cenare, ma odia i discorsi liberi; beve e mangia benissimo, ma ha un inconsiderato amore per i fiori; non è mai triste, ma è capace di guardare la luna con occhi pensosi, Chi, fra le sue amiche, la chiama una posatrice, chi una seccatrice: qualcuna confessa che ella è buona.
Sì, Chérie è sentimentale, buona e anche un poco sciocca, Ha una sentimentalità tutta superficiale e una fantasia molto limitata. Le cose che dice sono, spesso, molto ingenue o molto sceme, ma le dice con grazia e sovra tutto con una voce! Sa qualche verso, ma per lo più, ne sbaglia l'autore: legge, ogni tanto, qualche libro, ma Ohnet è il suo autore preferito. Le piacciono gli eroi poveri e nobili, le eroine che muoiono, anzi che peccare: ma tutto ciò è simile a quello che può sentire una modistina o una onesta fanciulla un po' esaltata. Salvo che nella sua società di donne volgari e mal educate, di creature corrotte e avide, ella sembra un fiore di poesia, talvolta, mentre, poveretta, ha un piccolo cervello e una piccola anima. Per lei si va in rovina, egualmente, ma senza essere urtati in certi bisogni di finezza e di delicatezza; e quanti hanno finito per esserle grati di ciò, malgrado la loro rovina! Qualcuno, si è illuso su lei: ha creduto di trovare in Chérie della passione, della intensità, della profondità: ha supposto che grandi misteri fossero nascosti in quella anima: ha voluto attribuirle un desiderio d'ideale, combattuto dalla sua viltà: ha creduto che ella tenesse a redimersi. Costui ha avuto delle delusioni gravi. Chérie non è nulla di tutto questo: non pensa a nessuna di queste cose: quando gliele dicono, non le capisce: quando gliele ripetono, si sforza per comprendere, ma finisce per seccarsi ed esce in un discorso qualunque. Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dalle inflessioni malinconiche della sua voce, quando tramonta il sole: dalle lacrime che velano i suoi grandi occhi, quando vede uno spettacolo pietoso: da certe furtive strette di mano, quando ode un bel discorso eloquente: da certi segni di croce che ella fa, quando lampeggia e tuona. Bisogna pensare sovra ogni altra cosa che ella è una donna fatta per l'amore, che ella è buonina, ma che è anche un poco stupida. Per aggiungere un ultimo tratto, Chérie è quasi sempre allegra: il che è consolante, per chi la conosce e per chi le vuol bene. Ella crede che l'allegria conservi la salute e la beltà; e a trenta anni, per questo, pare molto più giovane.
Questa Chérie, nella istoria di amore che qui racconto, è la complice necessaria del tradimento fatto da Paolo Herz a Luisa Cima.
IV.
Ogni tanto nella buona società, si parlava dell'amore di Luisa Cima e di Paolo Herz:
—Sarà una passione fugace, vedrete—diceva un uomo, che se ne intendeva molto—Paolo si stancherà presto.
—Del resto, sembra che l'ami molto poco—soggiungeva uno scettico.
—E Luisa è proprio una creatura nulla. Che ci trova, poi
Paolo?—osservava un'amica di Maria.
Costoro e gli altri sbagliavano assai sul conto di Paolo Herz e del suo amore. Egli era preso seriamente. Non sapeva neppur lui come era accaduto. La prima volta che egli aveva vista Luisa Cima gli era parsa nulla. Varie altre volte, il suo giudizio non si era modificato. Una sera, però, ella teneva nelle mani un fiore di asfodelo, dal lungo gambo: e gli aveva parlato prestamente, ridendo, battendogli sul braccio con quel leggiero fiore, guardandolo con tenerezza e con malizia. Egli aveva ripensato a quel viso espressivo, pallidissimo sorridendo di compassione e di compiacenza. Ed è tutto. Più tardi, negli spasimi della passione mortale, perversamente, Luisa Cima gli aveva narrata la leggenda orientale dell'asfodelo e della montagna. Una montagna esiste, salda, forte, incrollabile, in un paese d'Oriente: non l'hanno vinta nè i cataclismi della natura, nè le mani degli uomini. Ma vi è anche un piccolo fiore fatato, l'asfodelo: esso, gracile, tenuto da una mano gracile, batte sulla montagna: e la montagna trema.
—Io possiedo il magico fiore—soggiunse lei ridendo, mostrando tutti i denti fitti e minuti, attraverso le labbra rosee e le gengive esangui.