— E perchè? E perchè? — chiese la signora che pareva piena del più vivo interessamento.

— Perchè ero malata.... aveva una malattia al cuore.... e non potevo servire....

— Avete questa malattia, poveretta?

— Sì, — disse la mendica, con un lieve rossore sulla faccia scialba, senza soggiungere altro.

E allora la signora si trovò incerta, senza saper che dire di più. Forse, in un istante, comprese quanto fosse inane quel suo interessamento, innanzi a certe sventure inguaribili, poichè vengono dall'essenza della vita istessa, dalle cose, dagli uomini: comprese, forse, a volo, che quelle domande, fatte, certamente, con molta pietà, non giovassero che a rinnovare, in quelle infelici, tutti i dolori di cui era contristata la loro esistenza. E restò muta, qualche tempo, pensosa, come preoccupata, ferma presso la mensa, con le mani appoggiate sull'elegantissimo manico del suo ombrellino.

La seconda pietanza appariva sulle tavole posteriori ed era distribuita nei piatti, rapidamente, per essere messa innanzi ai trecento poveri. Si trattava di una larga porzione di carne, cucinata napoletanamente a ragù, cioè nuotante in un sugo scuriccio e denso, dove son mescolati lo strutto, la cipolla e la conserva di pomodoro: intorno a questa porzione di ragù, per ogni piatto, vi erano tre o quattro patate, cotte nel medesimo brodo di ragù. E la voracità suscitata dalla lunga astinenza, la gelosità di chi, da anni, non ha mangiato carne, fece ridiventare animalesche, novellamente, quelle faccie di banchettanti. Moltissimi inghiottivano la carne, senza tagliarla, lacerandola coi denti, mentre il restante del pezzo si abbandonava sulla bocca o rimaneva sospeso alla forchetta; moltissimi non sapevano adoperare il coltello e si vedevano confusi e taciturni, guardanti silenziosamente il loro pezzo di carne; altri ne avevano tagliato un frammento e dopo averlo lungamente assaporato, riponevano il rimanente, per conservarlo a qualcun altro, per mangiarlo, loro, chi sa, l'indomani. Adesso, all'odor del timballo che ancora fluttuava nell'aria, si univa quello del ragù, insieme ai poco buoni odori di tutta quella umanità povera e sudicia; ma gli uomini in redingote e tuba seguitavano, imperturbabili, il loro affaccendarsi, ma le signore continuavano il loro giro, prendendo i piatti con le loro mani gemmate, a forza, da quelle di camerieri, perchè i poveri fossero serviti più presto.

La signora snella e fine, dalla voce che esprimeva una costante commozione di bontà e di dolcezza, si era fermata, in quel momento, di fronte a una povera, che stava aspettando la sua seconda pietanza, a testa china. Era una donna dall'apparenza vecchissima; la sua pelle del volto, fra giallastra e brunastra, aveva i solchi che vi possono mettere, forse, settantacinque e più anni di vita, ma di vita tormentata, torturata, fra tutti gli stenti. Cento storie di tristezza si leggevano in quel volto di decrepita, attraversato da tutte le tracce che lo sconvolsero. L'antichissima mendica era molto curva, con le spalle ad arco e col mento aguzzo, che quasi le batteva il petto: non doveva avere quasi nessun dente, poichè le labbra erano rientrate completamente sulle gengive e la bocca era rincagnata, il naso scarno dei decrepiti piegandovisi sopra. Portava, indosso, questa vecchissima mendica, uno straccio incolore di veste nera, dalle maniche troppo corte, che lasciavano vedere due mani cadaveriche: al collo aveva un cencio di scialletto di lana bianca, ma non annodato, sibbene bizzarramente tenuto fermo con uno spillo sotto il mento quasi con un singolare criterio di castità, ridicola a quell'età e in quella condizione: sulla testa che doveva esser canuta e forse rasa di capelli recenti era curiosamente annodato un fazzoletto di cotone nero, messo in tale foggia che pareva ella si fosse voluta bendare, poichè il fazzoletto le nascondeva anche le orecchie, annodandosi sotto il mento. Era collocata, questa vecchissima donna, quasi in fine della mensa dei poveri, verso l'alto della sala Tarsia, verso l'emiciclo: e colà, lontano, il movimento era molto meno vivo, la gente vi accorreva con minor premura. Essa stessa, la mendica, si era messa in un posto dimesso e non moveva le braccia per paura di urtare i suoi vicini, e non si voltava nè a dritta nè a sinistra, come raccolta nell'aspettativa.

In verità, adesso, il viso candido dai fugaci chiarori rosei della giovane signora, si era trascolorato sotto una espressione di malinconia: come un velo torbido ne aveva leggermente appannato lo scintillìo glauco degli occhi verdi grandi. Quello spettacolo di miseria, di sporcizia, di sventura, di vizio, di abbandono, aveva finito per turbare la sua secura coscienza di donna bella, amata, felice, inebbriata di vita. Forse, ella era già pentita di esser venuta, in uno slancio spontaneo e ingenuo, ad assistere a quel banchetto di povertà e di dolore; forse, già affrettava col desiderio il momento di andarsene. E prendendo il suo piccolo coraggio a due mani, si piegò verso l'antichissima donna, dal corpo curvato in due, dalla testa bendata di nero e china sul petto; tentò l'ultima interrogazione a quella povera più solinga, più taciturna e più abbandonata delle altre.

— Avete fatto una buona Pasqua, è vero? — le chiese, non sapendo trovare nulla di nuovo, nulla di meglio.

La vecchissima mendicante levò il viso tutto tagliato dalle rughe, dalle pieghe, dalle deformazioni dell'età, fissò sulla signora un paio di occhi castani, velati dall'umido e della vecchiaia, dalle ciglia arse, ma conservanti, questi occhi, una dolcezza triste e umile. Pure, non rispose.