— Stanotte non è ritornato a casa, — soggiunse la portinaia, querulamente. — Gravida come sono, non ho dormito per aprirgli la porta subito, quando avesse bussato.... Aspetta, aspetta, chi te lo dà!
— Mio nipote non è rientrato? — mormorò la monaca, pensosa, a capo chino.
— No. Niente. È vero che mi regala qualche cosa, quando torna tardi. Ma quando non torna.... io perdo il sonno e egli se ne scorda, non mi dà nulla.... un giovane come lui....
— Prendete, Concetta, — e, messa la mano in tasca, la monaca dette qualche soldo alla donna piagnucolosa.
— Grazie, grazie! Che peccato, un giovane come lui perdere le notti.... così.... a giuocare.... o chi sa dove....
La monaca aveva subito abbassato gli occhi, arrossendo, assumendo un contegno distratto. La portinaia si raumiliò:
— Lodato sia il Sacramento, zi monaca mia.
— Lodato sia!
Suor Giovanna della Croce attraversò il largo cortile del palazzo, lasciò a destra la scala grande, penetrò in un corridoio e si trovò in un cortiletto, dove era la scala secondaria di quel grande edificio. Salì le scale strette, un po' oscure e si fermò su quel primo pianerottolo, cercando la chiave di casa. In questo un passo lieve si udì, venendo dal secondo piano, dopo una discreta chiusura di porta, sempre al secondo piano. Una donna, una signora, scendeva lentamente, sola, come stanca, appoggiandosi alla ringhiera: era vestita con eleganza, ma in fretta, coi panni che le pendevano addosso, male aggiustati, male abbottonati: il colletto della sua pelliccia era alzato. Pallidissima, del resto, dietro la veletta del suo cappello, con un paio di occhi mortalmente stanchi, dalle occhiaie oscure, con una bocca bella ma dalla piega affaticata e come amareggiata. Vedendo la monaca, esitò un momento, poi passò, a capo chino, col suo andare abbattuto, di chi ha una grande lassezza fisica e morale.
Due o tre volte, di sera, stando nella cucina a spegnere il fuoco, a mettere in ordine piatti e bicchieri, suor Giovanna della Croce aveva visto salire questa signora, lentamente, quasi furtiva, nascosta dietro la sua veletta fitta e l'aveva udita penetrare, senza bussare, dalla porta socchiusa nella casa del giovane avvocato, al secondo piano. Anche passando, la signora lasciò un sottile profumo di muschio. La monaca crollò il capo ed entrò in casa. Aveva la piccola chiave della porta di servizio, poichè non voleva disturbare sua sorella e sua nipote, passando dalla loro stanza: esse dormivano sino a giorno alto, ogni sera vegliando sino a ora tarda, rincasando da piccole serate di giuochi e di ballonzoli, talvolta avendo, in casa, amici e amiche, facendo del chiasso, giuocando a carte, suonando il pianoforte, qualche volta anche ballando, tra otto o dieci persone. Suor Giovanna della Croce attraversò la fredda cucina e una stanza da pranzo molto poveramente arredata, dove, sulla tavola, erano dei piatti sudici di grasso, dei bicchieri con qualche dito di vino, dei tovagliuoli macchiati; la madre e la figliuola avevano cenato di qualche avanzo del pranzo, rincasando, e avevano lasciato tutto lì, calcolando che suor Giovanna della Croce avrebbe pensato a pulire e a riordinare tutto, quando si fosse levata di letto. In verità, esse fingevano d'irritarsi, quando la vedevano piegarsi a ufficii anche servili, e sgridavano l'unica domestica che avevano, un mezzo servizio, come suol dirsi, una sudiciona malcreata, ghiottona e pigra. Ma, in realtà, poichè per umiltà, per atto di dedizione e per occupare il suo tempo, suor Giovanna della Croce lavorava a tener pulita la casa, esse lasciavan fare, poltrendo sino alle nove, perdendo tempo, dopo, a pettinarsi, a infiocchettarsi, civettuole madre e figlia, di quella ostinata e delirante civetteria povera borghese.