— Ho da pagare la mia parte di viaggio. Prestatemi venticinque lire.

Col suo passo cauto e quieto di claustrata, ella se ne andò in camera sua a prendere questo denaro per darglielo. Egli fumava una sigaretta e canticchiava. Grazia e Clementina sua figlia disputavano vivamente, infilandosi le calze, nella loro stanza.

*

Sedute, una di fronte all'altra, coi piedi sui freddi mattoni, con le mani nascoste nell'ampiezza delle maniche monacali, nell'atto tradizionale delle suore, le due vecchie si guardavano, volta a volta, con occhi teneri e tristi e, volta a volta, ripigliavano un discorso lento e sommesso. L'ora non era tarda, appena oltre le quattro pomeridiane: ed esse avevano collocato le loro sedie nel vano del balcone, quello che guardava il vico Primo Consiglio: ma la giornata era grigia, di un grigio eguale e chiuso di nuvole invernali. Il pomeriggio non era freddo: ma un brividìo raggrinziva l'antica pelle di quegli antichi visi di donna. Una di esse, l'ospite, era suor Giovanna della Croce, cioè donna Luisa Bevilacqua: la visitatrice era suor Francesca delle Sette Parole, che aveva, nel mondo, il nome di Marianna Caruso. Nei dieci mesi dopo la cacciata dal monastero delle Trentatre, suor Francesca che non avrebbe avuto pace, se non le fosse stato dato di ritrovare una sua sorella sepolta viva, per mezzo di preti, di confessori, era riuscita a saper l'indirizzo di suor Giovanna della Croce e, malgrado i suoi settant'anni e i suoi acciacchi, venendo dall'estremo quartiere di san Giovanni a Carbonara, in dieci mesi tre volte aveva picchiato alla porta di suor Giovanna, per farle una lunga visita. Le due monache restavano sole, in queste visite, e un po' taciturne in sulle prime, guardandosi nel volto come per riconoscersi meglio: non si baciavano, non si toccavano la mano, poichè questi segni di affetto terreno sono proibiti, fra le suore. Si guardavano, sospirando: e nelle rughe che fitte solcavano il floscio e bianco volto di suor Francesca, che era stata una giovane grassoccia e rosea, nelle rughe fini che si diramavano intorno agli occhi, intorno alla bocca della bruna e magra faccia di suor Giovanna, nella espressione di stanchezza rassegnata e pure dolente di suor Francesca, nel senso di malinconia ancora ardente, ancora vivida, di suor Giovanna, ciascuna cercava di leggere la umile storia di rimpianto segreto e inconsolabile, per il securo asilo che avevan perduto, per la casa di Dio che era stata tolta loro, per la pace dell'anima che era stata loro turbata per sempre, per il cibo del corpo che era stato loro rubato. Tacevano entrambe, sole, sospirando insieme, poichè i loro cuori avevano i medesimi sussulti di tristezza, pensando al loro alto convento di suor Orsola, ove si erano sepolte vive e donde erano state discacciate, per sempre. Poi, lentamente, mentre le ombre si venivan dileguando dai loro visi incorniciati di tele candide, si parlavano pian piano, con la discrezione di chi è molto vissuto, fra il chiostro e la chiesa, con la parsimonia di gesti di chi è abituato a dominare ogni impeto fisico, sotto un regime di calma e di rassegnazione. Infine, questa era la terza visita: in un pomeriggio di febbraio, senza sole, di un bigio diffuso da un velo eguale di nuvole.

— Io ho dovuto rinunziare alla divozione della Scala Santa, Giovanna mia, — disse, sommessamente, suor Francesca, — ed era la mia consolazione, in monastero. Mi dicono che vi sia una Scala Santa, a Napoli, ma in una chiesa verso Mergellina, alla fine del Corso Vittorio Emanuele: come ci posso andare, così distante dalla casa mia? Anche con l'omnibus, ci vorrebbero due o tre ore, per andare, per tornare. Poi, forse, non avrei la forza di fare i trentatre scalini sulle ginocchia. Sono così vecchia! Io ho da tredici a quattordici anni più di voi, Giovanna.

— Anche io ho dovuto rinunziare a varie divozioni, — riprese, piano, suor Giovanna. — Sono in casa di mia sorella, essa mi rispetta, ma è tutta del mondo e certe cose non le può capire. Una volta, vi rammentate, Francesca? io digiunavo tutti i giovedì, vigilia del venerdì, in cui è morto nostro Signore: Adesso, non lo posso fare più. Mia sorella dice che sono divozioni che fanno male alla salute, mia nipote Clementina mi burla e mio nipote Francesco dice che l'ostentazione è un peccato anch'esso. Così, per non farmi notare, ho smesso il digiuno del giovedì, Francesca. Ma, che volete? non ne ho più l'abitudine, di mangiare in quel giorno, e ogni boccone mi pare che mi strozzi.

— Se ho voluto tenere accesa una lampadina innanzi al Sacro Cuore, — riprese suor Francesca delle Sette Parole, sempre a bassa voce, — ho dovuto e debbo comperarmi l'olio da me. I miei parenti sono avarissimi. Del resto sono molto poveri, marito e moglie, e sono stati ben fortunati di non aver avuto figli: quel poco che hanno basta appena appena a loro. Io non ho il coraggio di chieder loro nulla. Per due mesi, dopo che ci hanno cacciate dal convento, mi hanno tenuta con loro, senza farmi pagar niente, ma sono stati dei gravi sacrifizii che hanno fatti per me e che non potevano continuare a fare. Li vedevo sempre freddi e muti, che si guardavano, imbarazzati, seccati di questo peso che era caduto loro addosso. Sono loro prozia, non avevano obbligo di mantenermi. Adesso.... è un'altra cosa.

Un silenzio. Ognuna di esse, prima di parlare, guardava la compagna, con una breve contemplazione quieta e malinconica; poi, riannodava il discorso come se parlasse fra sè, senza interlocutore, pianissimamente, con ritmo eguale di voce, come lo scorrere costante e monotono di una fonte. Talvolta, come adesso, ambedue tacevano: sogguardavano nella stanza nuda e gelida di suor Giovanna, quasi senza vedere le cose, intorno: sogguardavano verso i balconi sbarrati della casa dirimpetto, nel vicolo deserto del Consiglio.

— Adesso, che fate? — domandò suor Giovanna, chinandosi un poco verso la sua vecchia compagna. — Adesso non siete più a loro carico?

— No, pago. Pago qualche cosa, ogni mese, — rispose suor Francesca, con un lieve sospiro. — Da quando ho avuto le mille lire che voi sapete, Giovanna, non ho avuto la forza di mangiare il pane dei miei nipoti, così, senza far nulla per loro. Sul principio, non volevano: si vergognavano: dicevano che la gente avrebbe sparlato di loro, se accettavano il mio denaro. Ma io capii che lo avrebbero preso. Ora, io pago.