‟Mi fai tagliare un poco, Francesco?”
‟Vi potete far male.”
‟No, no, non mi faccio male.”
‟Mi taglierete storte le fasce e poi mi gridano.”
‟Ti gridano spesso, Francesco?”
‟Non sono molto buono per questo mestiere, signorino,” mormorò l'ex-fabbro.
‟Ti piaceva meglio l'altro, Francesco?”
‟Sicuro.”
‟Raccontami come ti successe la disgrazia,” disse il bimbo, sedendosi sopra uno sgabello e incrociando le mani.
L'aveva intesa raccontare cento volte, quella storia della scintilla ardente che era schizzata nell'occhio di Francesco e glielo aveva bruciato: ma Francesco amava di narrarla la storia della sua disgrazia, il più grande avvenimento della sua vita. Cominciava sottovoce, brandendo le sue cesoie, facendole stridere attraverso i fogli di carta, mentre il bimbo lo fissava coi suoi grandi occhi azzurri, tutti intenti: ma pian piano Francesco si riscaldava, alzava un po' la voce, non tagliava più, gesticolando con le cesoie, la cui lama lucida brillava: una emozione strozzava le parole del fabbro, un pallore si mescolava alla tinta bruna del volto — quando arrivava a dire come dalla barra di ferro arroventato si staccasse la fatale scintilla. Francesco si fermava, tutto commosso, non potendo più parlare. Il piccolo Riccardo ascoltava senza batter palpebra, senza interrompere, preso anche lui da una emozione: e quando taceva il tagliatore, anch'esso taceva, un silenzio regnava nella stanzetta semibuia.