Il vecchietto ritornò con la ricevuta dall'inchiostro ancora fresco.
‟Fatevi dare da questo vostro amico le trentamila lire, sor Riccardo.”
‟Non le ha, sor Margari; a quest'ora me le avrebbe date.”
‟E voi le avreste mangiate.”
‟Non io, il Tempo; è il mio verme solitario, mangia tutto.”
Uscirono. Il facchino, nel cortile, già caricava le risme di carta del Tempo, per portarle in tipografia; e le sue nerborute spalle si piegavano sotto i colli che trasportava al carrettino. Stava la carta, rettangolare, avvolta nella sua fodera di cartone grosso, scuriccio, stava massiccia, fitta, elevantesi l'una dall'altra risma, come pietra fortissima di un edificio incrollabile. Il facchino compariva sulla porta del deposito, curvo in due sotto il peso delle risme, e trascinantesi a stento veniva a deporle, con un tonfo sordo, sul carrettino. Riccardo Joanna e Antonio Amati rimasero fermi a guardare lo spettacolo, e mentre il vecchio e grande giornalista aveva ripreso la sua cera di uomo esaurito, sfinito, morto, Antonio Amati, al cospetto di tutta quella carta bianca, era nervoso, ridacchiava come preso da un principio di ebbrezza. Quando l'ultima risma fu messa sul carrettino, egli si accostò timidamente e toccò col dito, come un bimbo pieno di soggezione, la carta.
‟Questa fa venir la voglia di stampare giornali,” mormorò Antonio Amati.
‟Sì, la carta è bella,” rispose Joanna.
‟Quanto peserà?”
‟Pesa ventisette chili la risma.”