‟Io non ho le trentacinque lire, ma posso averle. Ecco qui la mia catena e il mio orologio: li mandi a impegnare.... ma è tardi, le agenzie dei pegni saranno chiuse....”

‟No, no, sono ancora aperte,” disse precipitosamente Riccardo Joanna.

‟Ebbene, ecco.”

‟Grazie,” fece seccamente Joanna.

E chiamò il ragazzino, se lo fece accostare, gli parlò sottovoce. Gigino ascoltava, con aria di furberia, non disse verbo, mise la catena e l'orologio in una carta e scappò via senza salutare.

‟Andate da Sua Eccellenza, sono le sei,” disse Riccardo Joanna all'usciere.

‟Gliela porto qua la risposta?”

‟No, portatemela in tipografia.”

La tipografia era un po' lontana, in Via Santa Radegonda. Già vi ardeva il gas: e i compositori erano nel fervore del lavoro, i macchinisti davano l'olio alla macchina, un'aria di febbrile gaiezza regnava. Solo il signor Casiraghi se ne stava in un angolo, tutto chiuso nella sua collera. Riccardo Joanna andava e veniva, dal proto ai tipografi, piegandosi sul marmo, guardando la composizione, evitando, ritardando di accostarsi al signor Casiraghi. Ma costui era implacabile:

‟Dunque?” gli disse, afferrandolo pel soprabito.