‟Fossi tu in me, non li faresti,” ribattè Riccardo, sempre più scuro nella faccia.
‟Perchè?”
‟Perchè non si può.”
Tacquero. Scano non voleva dividere con Joanna i crostini in salsa di alici, un cibo piccante da stomachi guasti; ma il caviale, le ostriche e il Capri bianco lo avevano eccitato, la sua resistenza fu di pura forma. Joanna era sempre buono per lui, Scano lo ammirava ingenuamente, si lasciava andare a qualche confidenza con lui.
‟Vedi, Riccardo, tante volte le penso anch'io quelle cose che tu scrivi, così bene, con tanta efficacia; perchè non le scrivo mai? Non so. Hai ragione, ho il cervello guasto; quello del cronista è un morbo cronico. Il fatto di sangue ci entra nel medesimo e la data di cronaca diventa quella di tutta la nostra vita.”
Riccardo sorrideva; quelle volgari freddure non lo irritavano più. Era quello il nuovo vocabolario giornalistico, con cui si parlava e si scriveva, e lo sentiva da due anni; ci si ribellava ogni tanto, nei momenti di maggior nervosità, ma in fondo quel frasario bizzarro e convenzionale, quello spezzamento metodico e cervellotico delle parole, quel doppio significato cavato fuori a forza, stillato dopo intiere mezz'ore di riflessioni mute, per cui i fredduristi hanno sempre l'aria di filosofi profondi o di uomini perfettamente infelici, per cui la loro compagnia è funebre, quel vocabolario falso, così lontano dalle verità quotidiane della vita, lo cullava. Quello, infine, era uno dei vari gerghi giornalistici, il più alla moda fra il pubblico grosso, come il gergo poetico e aggettivante di Riccardo era alla moda fra i letterati e le signore.
‟Io, alla fine,” proseguì Scano, ‟non ho che un solo desiderio: non vorrei essere il re di tal nome, che andò a finir male, secondo dicono gli storici, sebbene la storia l'abbiano inventata gli storici per poi poterla scrivere....”
‟E che vorresti?”
‟Vorrei avere mille lire, tutte insieme....”
‟Oh!” fece dolorosamente Riccardo.