E' se sentia di sangue pien la faccia,
Ed a se stesso se lo improperava,
Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia
La tua codarda prova, anima prava?
Ecco una feminella che te caccia!
Or che direbbe il gran conte di Brava,
Se me vedesse qua nel campo stare
Contro una dama e non poter durare?"
Così dicendo il principe animoso
Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,
E vien contra a Marfisa forïoso.
Ora voglio tornar al conte Orlando,
Qual, come io dissi, sì come amoroso
De Angelica, se mosse al suo comando
Per dare al prodo Galafrone aiuto,
Che alla battaglia avea il campo perduto.
Chi lo vedesse entrare alla baruffa,
Ben lo iudicarebbe quel che egli era;
Lui questo abatte e quell'altro ribuffa,
Atterra ogni pennone, ogni bandiera.
Or se incomincia la terribil zuffa;
Fuggia degl'Indïan rotta la schiera,
E va per la campagna in abandono:
Sempre alle spalle i Tartari li sono.
Rotta e sconfitta la brutta canaglia
A tutta briglia fuggendo ne andava;
E Galafrone per quella prataglia
Via più che li altri e sproni adoperava.
Ora cangiosse tutta la battaglia,
E fugge ciascadun che mo cacciava,
Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia
Il re Adrïano, fior de vigoria,
E Brandimarte e il forte Chiarïone,
Ciascun di guerra più voluntaroso,
E seco in frotta Oberto da il Leone.
Ferno assalto crudel e furïoso,
E de' nemici tanta occisïone,
Che tornò il verde prato sanguinoso:
Già prima Poliferno e poscia Uldano
Da Brandimarte fur gettati al piano.
Orlando ed Agricane un'altra fiata
Ripreso insiem avean crudel battaglia;
La più terribil mai non fo mirata:
L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia.
Vede Agrican sua gente sbaratata,
Né li pô dare aiuto che li vaglia,
Però che Orlando tanto stretto il tene,
Che star con seco a fronte li conviene.
Nel suo secreto fie' questo pensiero:
Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,
E poi che occiso l'abbia in su il sentiero
Tornar alla battaglia senza tardo;
Però che a lui par facile e legiero
Cacciar soletto quel popol codardo;
Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone,
Non li stimava quanto un vil bottone.
Con tal proposto se pone a fuggire,
Forte correndo sopra alla pianura;
Il conte nulla pensa a quel fallire,
Anci crede che il faccia per paura;
Senza altro dubbio se il pone a seguire.
E già son gionti ad una selva oscura;
Aponto in mezo a quella selva piana
Era un bel prato intorno a una fontana.
Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
E smontò dello arcion per riposare,
Ma non se tolse l'elmo della fronte,
Né piastra o scudo se volse levare;
E poco dimorò che gionse il conte,
E come il vide alla fonte aspettare,
Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito,
E sì forte mostravi e tanto ardito!
Come tanta vergogna pôi soffrire
A dar le spalle ad un sol cavalliero?
Forse credesti la morte fuggire:
Or vedi che fallito hai il pensiero.
Chi morir può onorato, die' morire;
Ché spesse volte aviene e de legiero
Che, per durare in questa vita trista,
Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -