Benché lontana sia la giovanetta,
Non può Ranaldo levarse del core.
Come cerva ferita di saetta,
Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
E quanto il corso più veloce affretta,
Più sangue perde ed ha pena maggiore:
Così ognor cresce alla donzella il caldo,
Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

E non poteva la notte dormire,
Tanto la strenge il pensiero amoroso;
E se pur, vinta dal longo martìre,
Pigliava al far del giorno alcun riposo,
Sempre sognando stava in quel desire.
Ranaldo gli parea sempre crucioso
Fuggir, sì come fece in quella fiata
Che fu da lui nel bosco abandonata.

Essa tenea la faccia in ver ponente,
E sospirando e piangendo talora
Diceva: "In quella parte, in quella gente
Quel crudel tanto bello ora dimora.
Ahi lassa! Lui di me cura nïente!
E questo è sol la doglia che me accora:
Colui, che di durezza un sasso pare,
Contra a mia voglia a me il conviene amare.

Io aggio fatto ormai l'ultima prova
Di ciò che pôn gli incanti e le parole,
E l'erbe strane ho còlto a luna nova,
E le radice quando è oscuro il sole;
Né trovo che dal petto me rimova
Questa pena crudel, che al cor mi dole,
Erba né incanto o pietra precïosa:
Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

Perché non venne lui sopra a quel prato,
Là dove io presi il suo saggio cugino?
Che certamente io non avria cridato.
Ora è pregione adesso quel meschino.
Ma incontinente serà liberato,
Acciò che quello ingrato peregrino
Cognosca in tutto la bontate mia,
Che dà tal merto a sua discortesia."

E detto questo se ne andò nel mare,
Là dove Malagise era pregione;
Con l'arte sua là giù si fe' portare,
Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.
Malagise ode l'uscio disserrare,
E ben si crede in ferma opinïone,
Che sia il demonio, per farlo morire,
Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

Gionta che fu là dentro la donzella,
Di farlo portar sopra ben si spaccia;
E poi che l'ebbe entro una sala bella,
La catena li sciolse dalle braccia;
E nulla per ancora gli favella,
Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.
Come fu sciolto, li disse: - Barone,
Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

Sì che, volendo una cortesia fare
A me, che fuor te trassi di quel fondo,
Da morte a vita mi pôi ritornare,
Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
Dico Ranaldo, che mi fa penare.
A te la mia gran doglia non nascondo:
Penar fa me de amore in sì gran foco,
Che giorni e notte mai non trovo loco.

Se me prometti nel tuo sacramento
Far qua Ranaldo inanti a me venire,
Io te farò de una cosa contento,
Che forse de altra non hai più desire:
Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
Ma guarda, stu prometti, non mentire;
Perché te aviso che uno annello ho in mano,
Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -

Malagise non fa troppo parole,
Ma come a quella piace, così giura;
Né sa come Ranaldo non ne vôle,
Anci crede menarlo alla sicura.
Già se chinava allo occidente il sole;
Ma, come gionta fu la notte scura,
Malagise un demonio ha tolto sotto,
E via per l'aria se ne va di botto.