Molte altre cose assai gli sapea dire,
E tutto il martilogio gli ha contato,
La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
Abbine Dio del celo ringraziato. -
Rispose Orlando, con parlar modesto:
- Ringraziato sia lui, ma non di questo;
Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
Se un giovane venìa, non serìa morto:
Non potea giunger qui più sciagurato. -
Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,
Io vedo ben che tu sei disperato.
Poi che ti è forza la vita lasciare,
L'anima pensa, e non l'abbandonare.
Tu sei barone di tanta presenza,
E lascite alla morte spaventare?
Sappi che la divina Provvidenza
Non abandona chi in lei vôl sperare:
Troppo è dismisurata sua potenza!
Io di me stesso ti voglio contare,
Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
Odi da qual fortuna io son campato.
Tre frati ed io di Ermenia se partimo,
Per andar al perdono in Zorzania;
E smarrimo la strata, come io stimo,
Ed arivamo quivi in Circasia.
Un fraticel de' nostri andava primo,
Perché diceva lui saper la via.
Ed ecco indietro correndo è rivolto,
Cridando aiuto, e pallido nel volto.
Tutti guardamo; ed ecco giù del monte
Venne un gigante troppo smisurato.
Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
Io non ti sapria dir de che era armato:
Pareano ungie di draco insieme agionte.
Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
Ma ciò non bisognava a nostra presa,
Che tutti ce legò senza contesa.
A una spelonca dentro ce fe' entrare,
Dove molti altri avea nella pregione;
Lì con questi occhi miei viddi io sbranare
Un nostro fraticel, che era garzone;
E così crudo lo viddi mangiare,
Che mai non fo maggior compassïone.
Poi volto a me dicea: "Questo letame
Non se potrà mangiar, se non con fame";
E con un piè mi trabuccò del sasso.
Era quel scoglio orribile ed arguto:
Trecento braccia è dalla cima al basso.
In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
Perché ruinando io giù tutto in un fasso,
Me fo un ramo de pruno in man venuto,
Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.
Io stavo queto e pur non soffiava,
Fin che venuto fu la notte oscura. -
Mentre che 'l frate così ragionava
Guardosse indietro, e con molta paura
Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava
- Ecco la maladetta creatura,
Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.
Franco barone, io te acomando a Dio. -
Così li disse, e più non aspettava,
Ché presto nella selva se nascose.
Quel gigante crudel quivi arivava:
La barba e le mascielle ha sanguinose;
Con quel grande occhio d'intorno guardava.
Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
Ma nol può sviluppar della catena.
- Io non vo' già lasciar questo grandone, -
Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
Debbe esser sodo come un bon montone:
Integro a cena me lo avrò mangiato,
Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
Così dicendo, ha il grande occhio voltato,
E vede Durindana su la terra:
Presto se china e quella in mano afferra.