CAP. XXXVIII. Come Currado Lupo liberò Nocera.

Mentre che l’assedio si manteneva per lo re Luigi a Nocera, Currado Lupo, ch’era rimaso alla guardia del reame per lo re d’Ungheria, intese a sollicitare il re, tanto che gli mandò una quantità di danari per ristorare la gente che per la mortalità gli era mancata: il quale di presente cavalcò in Abruzzi, e condusse de’ cavalieri tedeschi ch’erano in Toscana e nella Marca, tanti, che co’ suoi si trovò con duemila barbute: e lasciatine una parte alla guardia delle terre che per lui si teneano, e eletti milledugento cavalieri in sua compagnia, si propose di soccorrere gli assediati del castello di Nocera. Il re Luigi avendo sentito come Currado Lupo avea accolta gente per venire contra lui, di presente mandò il conte di Minerbino, e il conte di Sprech Tedesco, con ottocento cavalieri a impedire i passi, che Currado Lupo co’ suoi cavalieri non potesse entrare nel piano di Puglia. Ma il detto Currado, come franco capitano e sollecito, la notte si mise a cammino, e fu prima, partendosi da Guglionese, valicato i passi ed entrato nel piano di Puglia, che la gente del re fosse a impedirlo, e senza arresto, co’ suoi cavalieri in quello dì cavalcarono quaranta miglia, e la sera giunsono a Nocera in sul tramontare del sole; e perocchè erano molto affaticati della lunga giornata, e i cavalli stanchi e l’ora tarda, se n’entrarono nel castello senza fare altro assalto, o riceverlo dalla gente del re Luigi. E questo avvenne, imperciocchè del subito avvenimento sbigottì forte la gente del re, e specialmente essendo assottigliato l’oste, e non sappiendo che della loro gente andata a’ passi si fosse avvenuto. Il re veggendo la sua gente sbigottita, prese l’arme e montò a cavallo, e confortò francamente i suoi: e sopravvenendo la notte, in persona ordinò buona e sollecita guardia, attendendo il ritorno de’ suoi cavalieri. I nimici ch’erano stanchi intesono a mangiare, e a confortare la loro gente, e dare riposo a’ loro cavalli, per essere la mattina alla battaglia.

CAP. XXXIX. Come il re Luigi rifiutò la battaglia con Currado Lupo.

La mattina seguente, Currado Lupo innanzi che scendessono del castello nel piano, mandò a richiedere il re Luigi di battaglia, e per segno di ciò gli mandò il guanto per lo suo trombetta; il re ricevette il guanto, e con dimostramento di franco cuore e d’ardire, senza tenere altro consiglio promise la battaglia: perocchè la notte medesima il conte di Minerbino e ’l conte di Sprech erano tornati con la loro gente al soccorso del re. Currado avendo la risposta dal re, come accettava di venire alla battaglia, non ostante che il re avesse assai più gente di lui, confidandosi nella buona gente che avere gli pareva, e conoscendo la condizione del doge Guernieri, e forse intendendosi con lui, scese del castello con tutta sua cavalleria, e ancora con gli Ungheri ch’erano nel castello a cavallo, e valicato per una parte della città ch’era in loro signoria, con dimostramento di grande ardire si schierò nel piano dirimpetto alla città, aspettando che il re venisse con la sua gente alla battaglia. E vedendo che non venia, un’altra volta il mandò a richiedere di battaglia. Il re avendo volontà di combattere sommovea i suoi baroni e gli altri cavalieri a ciò fare, con grande istanzia: il doge Guernieri, quale che cagione il movesse, che dubbia era la sua fede, vedendo il re acceso alla battaglia, fu a lui, e con dimostramento di savio e buono consiglio, e con belle parole il ritenne, mostrandogli che folle partito era a quel punto prendere battaglia, allegando che per due cose sole si dovea combattere, l’una per necessità, e l’altra per grande avvantaggio, e quivi non era nè l’una nè l’altra. E forse che il consiglio suo fu più salutevole che malvagio a quel punto, il re vedendo il consiglio del duca, e temendo di non essere seguito nella battaglia da lui nè da’ suoi cavalieri, si ritenne in Nocera, ontosamente schernito da’ suoi avversari, i quali schierati in sul campo faceano vergogna al re, perchè non usciva alla battaglia come promesso avea; e avendo aspettato infino al mezzodì, e trombato e ritrombato per attrarre la gente del re alla battaglia, e veggendo non erano acconci a uscire della terra, si partì di là ordinatamente con le schiere fatte, e dirizzossi verso la città di Foggia, ch’era ivi presso nello piano di Puglia, e in quella, ch’era senza guardia e senza sospetto, s’entrò di cheto, senza trovare alcuno riparo. E trovandola piena d’ogni bene, quivi s’alloggiarono, facendo delle case, e delle masserizie, e della vittuaglia, e delle donne maritate e delle pulzelle la loro sfrenata volontà, e ogni sustanza di quella terra si recarono prima in uso, e poscia in preda. E quivi in prima si cominciò ad assaggiare la preda dello avere del Regno da’ Tedeschi e dagli Ungari, la quale assaggiata vi attrasse da ogni parte i soldati, come gli uccelli alla carogna, in grave danno di tutto il paese, come procedendo per li tempi in nostra materia dimostreremo.

CAP. XL. Della materia medesima.

Essendo Currado Lupo con la sua gente in Foggia, con grande baldanza presa contro al re Luigi, intendendosi col duca Guernieri, afforzò la città di Foggia, per potere contastare al re il ritorno per la via del piano in Terra di Lavoro. E così fece lungamente, crescendo continuamente la sua gente di cavalleria e masnadieri, perchè viveano di prede, e avanzavano sopra i paesani non usi di guerra, nè provveduti alla loro difesa. Il re avendo scoperto come dal duca Guernieri non potea avere servigio che utile gli fosse, e che fidare non se ne potea, stato due mesi a Nocera senza alcuno frutto, con grande abbassamento di suo stato e onore, poichè Currado Lupo entrò in Puglia, prese suo tempo, e girando la Puglia, dilungandosi da’ nimici ch’erano in Foggia, entrò in Ascoli, e ivi stato pochi dì se ne venne a Troia, e di là per Terra beneventana si tornò a Napoli senza contasto.

CAP. XLI. Come morì il re Alfonso di Castella.

In questo anno, del mese di marzo, morì il re Alfonso di Castella, lasciando Pietro suo figliuolo legittimo, nato della reina sirocchia del re di Portogallo, d’età di quindici anni, e sette suoi fratelli nati di donna Dianora, grande e gentile donna di Castella, la quale il detto re amò sopra la reina, e tennela ventiquattro anni. Morto il re, don Pietro fu coronato del reame, ed essendo troppo giovane, i maggiori baroni per tre anni ebbono a governare il reame. E venuto il re Pietro in età di diciotto anni, con malizia, e con senno e con ardire, di gran cuore prese il governamento di suo reame, e trassene i baroni, e cominciò aspramente a farsi ubbidire; perocchè temendo de’ suoi baroni, trovò modo di fare infamare l’uno l’altro, e prendendo cagione, gli cominciò a uccidere colle sue mani, e in breve tempo ne fece morire venticinque: e tre suoi fratelli fece morire e la loro madre, e gli altri perseguitò: ed eglino valenti e di gran seguito e ardire si ridussono in loro castella, e feciono al re aspra guerra. E ora fu, che l’uno di loro, ch’era conte di... in uno abboccamento ebbe prigione il re, e consentì che si fuggisse per grande benignità, e in fine si partì di Spagna, e tornossene col fratello in Araona.

CAP. XLII. Come il doge Guernieri fu preso in Corneto dagli Ungheri.

Tornato il re Luigi a Napoli, non avendo potuto acquistare in Puglia alcuna cosa, ma peggiorata la sua condizione, acciocchè le terre e’ baroni di sua parte non prendessono troppo sconforto della sua partita, mandò in Puglia il doge Guernieri con quattrocento cavalieri, e commisegli la guardia di coloro che teneano con esso lui, e che raffrenasse la baldanza de’ suoi avversari. Il duca si mosse con sua compagnia, e con lui mandò il re alquanti confidenti toscani, tra’ quali fu messer Iacopo de’ Cavalcanti di Firenze, pro’ e valente cavaliere. Costoro entrati in Puglia si ridussono in Corneto. Il fallace duca pensava, che stando dalla parte del re non potea predare nè avanzare come l’animo suo desiderava, e vedendo la materia acconcia, e già cominciata per Currado Lupo e per gli Ungheri, trovò modo, volendo coprire il suo tradimento, come fatto gli venisse senza sua palese infamia. E per venire a questo, essendo presso a nimici più possenti di lui, si stava senza alcuno ordine e senza fare guardia il dì e la notte, anzi non lasciava serrare le porti della città, e andavasi a dormire con tutta la sua masnada. Onde avvenne, come si crede ch’egli avesse ordinato, che Currado Lupo con parte di sua gente una notte vi cavalcò, e trovate le porte aperte, e senza difesa e guardia, s’entrò nella città: e trovando il doge e’ suoi cavalieri dormire ne’ loro alberghi, tutti senza dare colpo di lancia o di spada ebbe a prigione, loro e’ loro cavalli e arnesi, senza che niuno ne fuggisse; e avuti i forestieri a prigioni furono signori della terra, e fecionne, come di Foggia, la loro volontà: e il dì seguente con grande gazzarra ne menarono i prigioni e la preda a Foggia, dove faceano loro residenza. Ed essendo il duca Guernieri prigione in Foggia, si fece porre di taglia trentamila fiorini d’oro; e mandò al re che ’l dovesse ricomperare in fra certo tempo, e dove questo non facesse, disse gli conveniva essere contro a lui in aiuto del re d’Ungheria: e però gli protestava, che se il riscatto non facesse, non gli farebbe tradimento venendo contro a lui dal termine innanzi. Il re Luigi avendo conosciuto per opere i suoi baratti, avvegnachè conoscesse che per cupidità di preda e’ sarebbe contro a’ suoi agro nimico, innanzi il volle suo avversario, potendo contro a lui scoprirsi alla sua difesa, che averlo traditore dalla sua parte, e però nol volle riscuotere. Onde egli trasse a se tutti i Tedeschi di sua condotta, e da Currado Lupo fu fatto il terzo conducitore della sua oste, renduto a lui e a’ suoi l’armi e’ cavalli e gli arnesi. Messer Iacopo de’ Cavalcanti, perocchè altra volta era stato preso, e lasciato alla fede, fu ritenuto, e ultimamente per mandato del re d’Ungheria, per corrotto saramento, vituperevolemente fu impiccato.