I Fiorentini vedendo la novità delle guerre d’Italia che da ogni parte s’apparecchiavano con tiranneschi aguati, e come avieno la nuova vicinanza del potente tiranno di Milano che teneva Bologna, e così messer Mastino, e vedeano che i Guazzalotri, congiunti per sito alle porti della città di Firenze, cominciavano a usare tirannia, pensarono che se possanza di grande tiranno s’appressasse loro, come s’apparecchiava, che della terra di Prato poco si poteano fidare. E però con buono consiglio, subitamente e improvviso a’ Pratesi, del mese di settembre gli anni Domini 1350, feciono cavalcare le masnade de’ cavalieri soldati del comune, con alquanti cittadini e pedoni delle leghe del contado, e d’ogni parte si puosono a campo intorno a Prato, e senza fare preda o guasto, domandarono di volere la guardia di quella terra. I Pratesi smarriti del subito avvenimento, e non provveduti alla difesa, e avendo nella terra molti a cui la novella tirannia de’ Guazzalotri dispiaceva, senza troppo contasto furono contenti di fare la volontà del comune di Firenze. E sicurati da’ cittadini che danno non si farebbe, dierono al comune di Firenze liberamente la guardia di Prato, rimanendo a’ terrazzani la loro usata giurisdizione. E il comune prese il castello dello imperadore e misevi castellano, e fece la terra guardare solennemente.
CAP. LXXIII. Come i Fiorentini comperarono Prato, e recaronlo al loro contado.
Avendo il nostro comune la guardia di Prato presa contro la comune volontà de’ terrazzani, pensò che se mai tornasse in libertà, che i giovani in cui mano era rimasa la signoria con provvedenza la guarderebbono e la recherebbono a tirannia lievemente: e però sentendo il re Luigi e la reina Giovanna ereda del duca di Calavra, tornati di nuovo nel Regno, e che erano in fortuna e in grande bisogno, e governavansi per consiglio di messer Niccola Acciaiuoli nostro cittadino, feciono segretamente trattare di comperare la giurisdizione ch’aveano in Prato. E trovando la materia disposta per lo bisogno del re e della reina, e bene favoreggiata da messer Niccola detto, il mercato fu fatto, e pagati per lo comune fiorini diciassettemila e cinquecento alla reina, come fu la convegna, per solenni privilegi e stipulazioni pubbliche dierono al comune di Firenze ogni ragione e misto e mero imperio ch’aveano nella terra di Prato e nel suo contado. E come il comune ebbe la ragione di questa compera, improvviso a’ Pratesi mandò alcuna forza a Prato e prese la tenuta di nuovo, e fece manifestare a’ Pratesi come la terra e il contado e gli uomini di quel comune erano liberi del nostro comune per la detta compera, e mostrar loro i privilegi e le carte; e questo fu del mese di... nel detto anno. E presa la tenuta, incontanente levò le signorie, gli ordini e gli statuti de’ Pratesi, e recò la terra e il contado a contado di Firenze, e diede l’estimo e le gabelle a quello comune come a’ suoi contadini, e diede loro quelli beneficii della cittadinanza e degli altri privilegi ch’hanno i contadini di Firenze: e ordinovvi rettori cittadini con certa limitata giurisdizione, recando il sangue e l’altre cose più gravi alla corte del podestà del comune di Firenze. Della qual cosa i Pratesi vedendosi avere perduta la loro franchigia, generalmente si tennono mal contenti, ma poterono conoscere per non sapere usare libertà divenire suggetti: e per la provvisione fatta di non venire alla signoria de’ Fiorentini, con quella in perpetuo furono legati alla sua giurisdizione.
CAP. LXXIV. Come i guelfi furono cacciati dalla Città di Castello.
In questo anno, essendo ne’ collegi del reggimento di Perugia insaccati per segreti squittini gran parte de’ ghibellini, de’ quali a quel tempo n’erano i più all’ufficio, per operazione di Vanni da Susinana e degli altri Ubaldini della Carda, ch’erano cittadini della Città di Castello, fu messo in sospetto de’ Perugini la casa de’ Guelfucci, antichi cittadini e guelfi, ed altri guelfi, apponendo loro che trattavano di dare la Città di Castello a’ Fiorentini, e aggiungendovi alcuna altra cagione, mossono il reggimento di Perugia, senza cercare la verità del fatto, a fare cavalcare a Castello tutti i loro soldati, e per forza cacciarono i Guelfucci di Castello e certi altri, i quali di queste cose non erano colpevoli, e non si guardavano. Come gli Ubaldini ebbono fornita la loro intenzione, tutti si vestirono di bianche robe, e andarono a Perugia colle carte bianche in mano, offerendo al comune di fare tutta la sua volontà: scrivessono, ed elli affermerebbono. Ma poco stante, entrato a reggimento il nuovo uficio del loro priorato, uomini i più guelfi, s’avvidono dello inganno che il loro comune avea ricevuto, di cacciare i caporali di parte guelfa di Castello per malo ingegno degli Ubaldini, e in furia arsono e ruppono i sacchi de’ loro ufici, e di nuovo riformarono la città, mettendo ne’ sacchi per loro squittini cittadini guelfi, e ischiusonne i ghibellini; e di presente rimisono i Guelfucci nella Città di Castello, e confinaronne gli Ubaldini.
CAP. LXXV. Come morì il re Filippo di Francia.
Stando la tregua, rinnovellata più volte tra il re di Francia e il re d’Inghilterra, poche notabili cose degne di memoria furono in que’ paesi. Ma il detto re Filippo di Francia, avendo per troppa vaghezza tolta per moglie la nobile e sopra bella dama figliuola del re di Navarra, e levatala al figliuolo come abbiamo narrato, tanto disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo malato, la natura infiebolita non potè sostenere, e in pochi dì diede fine colla sua morte alla sollecitudine della guerra, e a’ pensieri del regno e ai diletti della carne. E morto in Sanlisi, fu recato il corpo in Parigi, e fatto il reale esequio solennemente nella presenzia de’ figliuoli e de’ baroni del reame, e sepolto co’ suoi antecessori alla mastra chiesa di san Dionigi, a dì... gli anni Domini 1350. Immantinente appresso nella città di Rems fu coronato del reame di Francia messer Giovanni suo figliuolo primogenito, e la moglie in reina, e ricevette il saramento e l’omaggio da tutti i baroni e da tutti gli altri feudatari del suo reame e dell’altro acquisto. Questo Filippo re di Francia fu figliuolo di messer Carlo Sanzaterra, e fu uomo di bella statura, composto e savio delle cose del mondo, e molto astuto a trovar modo d’accogliere moneta, e in ciò non seppe conservare nè fede nè legge. E sentendosi molto in grazia e temuto da papa Giovanni ventiduesimo, per l’openione che sparta avea disputando della visione dell’anime beate in Dio, la cui openione per li teologi del reame di Francia era riprovata, e perchè il collegio de’ cardinali erano tutti quasi fuori de’ Catalani, di suo reame, e per questa baldanza ebbe animo d’ingannar santa Chiesa, sotto la promessa di mostrare di volere fare passaggio oltre mare per racquistare la Terra santa: e per questo domandò per cinque anni le decime del suo reame a ricogliere in breve tempo, non avendo l’animo al passaggio, come appresso l’opere dimostrarono. E nel suo reame mutò spesso e improvviso monete d’oro, peggiorandole molto e di peso e d’oro: per le quali mutazioni disertò e fece tornare i mercatanti di suo reame di ricchezza in povertà: e’ suoi baroni e borgesi assottigliò d’avere per modo, che poco era amato da loro per questa cagione. Onde apparve quasi come sentenzia di Dio, che avendo egli cotanta baronia e moltitudine di buoni cavalieri, i quali solieno essere pregiati sopra gli altri del mondo in fatti d’arme, non s’abboccavano in alcuna parte con gl’Inghilesi, che non facessono disonore al loro signore: ove per antico gli aveano in fatti d’arme sopra modo a vile. E molte singulari gravezze sopra la mercatanzia e sopra uomini singulari mise, onde molti mercatanti forestieri n’abbandonarono il reame; e non ostante che spesso fosse percosso dal bastone degl’Inghilesi, al continovo il re accrescea il suo reame per le infortune degli altri circustanti baroni, e per l’aiuto de’ suoi danari. Lasciò due figliuoli il re: messer Giovanni e messer Luigi duca d’Orliens: e quattro nipoti figliuoli del re Giovanni: il maggiore nominato messer Carlo Dalfino di Vienna e duca di Normandia, l’altro nominato Luigi duca d’Angiò, il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto messer Filippo piccolo fanciullo: e tre femmine: la prima moglie del re di Navarra, la seconda monaca del grande monistero di Puscì, e la terza nominata Caterina, picciola fanciulla, la quale fu poi moglie di messer Giovan Galeazzo de’ Visconti di Milano, come a suo tempo diviseremo.
CAP. LXXVI. Come la Chiesa rinnovò processo contra l’arcivescovo di Milano.
In questo anno, avendo saputo il papa e’ cardinali come l’arcivescovo di Milano per loro mandato non s’era voluto rimuovere dell’impresa di Bologna, ma contro a loro volontà, e in vitupero della Chiesa, avea presa la città e rotta l’oste della Chiesa e del conte, furono molto turbati. E ricordandosi come l’arcivescovo era stato infedele, e rinvoltosi nella resia dell’antipapa e fattosi suo cardinale, e poi tornato all’ubbidienza di santa Chiesa era ricevuto a misericordia da papa Giovanni ventesimosecondo, e riconciliato, il fece vescovo di Novara, e poi per Clemente sesto promosso e fatto arcivescovo di Milano, e ora ingrato era tornato nella prima eresia, di non volere avere riverenzia nè ubbidire a santa Chiesa: rinnovellarono contro a lui e contro a’ suoi nipoti i processi altre volte fatti per papa Giovanni predetto, e feciono richiedere l’arcivescovo, e messer Galeazzo, e messer Bernabò, e messer Maffiuolo di messer Stefano Visconti, e assegnarono loro i termini debiti che s’andassono a scusare, e gli ultimi termini perentori furono a dì 8 d’aprile 1351. Infra il termine del detto processo vedendo il papa e’ cardinali per la loro avarizia, in vituperio, delle loro persone e in contento di santa Chiesa, tolta tutta la Romagna e la città di Bologna, volendo con ingegno unire in lega e compagnia gli altri tiranni lombardi, col comune di Firenze e di Perugia e di Siena, e colla Chiesa medesima, per potere con maggiore forza resistere al potente tiranno, mandò in Italia il vescovo di Ferrara, cittadino di Firenze della casa degli Antellesi, con pieno mandato a ciò ordinare e fermare: il quale giunto in Toscana, mandò a’ signori di Lombardia e a’ comuni predetti, che a certo termine catuno mandasse suoi ambasciadori alla città d’Arezzo a parlamento. E innanzi che il termine venisse, il detto legato andò in persona a messer Mastino e al marchese di Ferrara, e al comune di Perugia e di Siena a sporre la sua ambasciata, e tornò a Firenze, avendo sommossi i detti comuni e signori a venire in loro servigio e di santa Chiesa alla detta lega, perocchè catuno si temeva della gran potenza del’arcivescovo. E messer Mastino, che gli era più vicino, con sollecitudine confortava i Lombardi e’ comuni di Toscana che venissono alla lega e a fare sì fatta taglia, che all’arcivescovo si potesse resistere francamente. E del mese d’ottobre vegnente gli ambasciadori d’ogni parte furono ragunati ad Arezzo; quelli di messer Mastino e de’ Fiorentini v’andarono con pieno mandato; i Perugini mostravano di volere lega e taglia, ma d’ogni punto voleano prima risposta dal loro comune, e i Sanesi faceano il somigliante, per li quali intervalli, gli ambasciadori stettono lungamente ad Arezzo senza poter prendere partito. E questo avveniva perocchè a’ Perugini e a’ Sanesi parea che la forza dell’arcivescovo non potesse giugnere a’ loro confini, e volevano mostrare di non volersi partire dal volere di santa Chiesa e de’ Fiorentini. E in questo soggiorno, l’arcivescovo di Milano temendo che la Chiesa non si facesse forte coll’aiuto de’ Toscani e de’ Lombardi, mandò a messer Mastino messer Bernabò suo genero, pregandolo che si ritraesse da questa impresa: e grandi impromesse al comune di Firenze faceva d’ogni patto e vantaggio che volesse da lui: e con queste suasioni cercava disturbare la detta lega: ma invano s’affaticava con questi tentamenti, che di presente tutti si piovicavano nel parlamento, e’ Sanesi s’erano ridotti al segno de’ Fiorentini, ed era preso, che se i Perugini non volessono essere alla lega, che si facesse senza loro. E avendo questo protestato loro, attendendo l’ultima risposta, la quale dilungavano con nuove cagioni di dì in dì, andandovi in persona oggi l’uno ambasciadore e domane l’altro, essendo gli altri ambasciadori per fermare la lega e la taglia senza loro, come a Dio piacque, sopravvenne la novella della morte di messer Mastino, per la quale cosa si ruppe il parlamento senza fermare lega, e catuno ambasciadore si tornò a suo comune e signore; della qual cosa tornò grande ripetio a’ comuni di Toscana. E benchè i Fiorentini e i Sanesi non fossono cagione di questo scordo, nondimeno peccarono in tanto aspettare i Perugini: che grande utilità era al comune di Firenze, che confinava col tiranno, avere in suo aiuto il braccio di santa Chiesa e del signore di Verona, e di Ferrara e di Siena. Ma quando i falli si prendono ne’ fatti della guerra sempre hanno uscimento di privato pericolo: e però gli antichi maestri della disciplina militare punivano con aspre pene i mali consigliatori, eziandio che del male consiglio conseguisse prospero fine. Ma ne’ nostri tempi, i falli della guerra si puniscono non per giustizia, ma per esperienza del male che ne seguita, come tosto avvenne a’ detti comuni di Toscana, come seguendo appresso ne’ suoi tempi dimostreremo.