Tornando alle novità del regno di Cicilia di qua dal Faro, come è narrato, fatto l’accordo dal re Luigi a Currado Lupo e agli altri caporali ch’erano sotto il titolo del re d’Ungheria in Terra di Lavoro, le città e le castella che teneano in quella furono assegnate alla guardia del cardinale messer Annibaldo da Ceccano, salvo le torri di Capova. Il cardinale non trovando tra le parti accordo, per dare materia al re Luigi che si potesse riprendere le città e le castella che a lui erano accomandate, si partì del Regno e andossene a Roma, ove da’ Romani fu male veduto; perocchè dispensava e accorciava i termini della vicitazione a’ romei, contro all’appetito della loro avarizia, onde più volte standosi nel suo ostiere fu saettato da loro, e alla sua famiglia fatta vergogna, e assaliti e fediti cavalcando per Roma. Onde egli sdegnoso si partì, e andossone in Campagna; e nel cammino morì di veleno con assai suoi famigliari. Dissesi che ad Aquino era stato avvelenato vino nelle botti, del quale non ebbono guardia, e bevvonsene: se per altro modo fu non si potè sapere. Rimasta la città d’Aversa e la guardia del castello a certi famigliari del cardinale in nome di santa Chiesa, il re Luigi vi cavalcò con poca gente, e fecesi aprire le porte del castello senza contasto, e misevi fornimento o gente d’arme alla guardia. E incontanente la città, ch’era troppo larga e sparta da non potersi bene difendere, ristrinse, facendo disfare tutte le case e’ palagi che fuori del cerchio che prese rimanieno; e delle pietre fece cominciare a cignere quella di buone e grosse mura: e a ciò fare mise grande sollecitudine, sicchè in poco tempo, innanzi l’avvenimento del re d’Ungheria nel Regno, le mura erano alzate per tutto sei braccia intorno alla terra. E fatto capitano messer Iacopo Pignattaro di Gaeta, valente barone, di trecento cavalieri e di seicento pedoni masnadieri, gli accomandò la guardia della città d’Aversa e del castello; e nella terra fece mettere abbondanza di vittuaglia, perocchè di quella terra, più che dell’altre, si dubitava alla tornata del re d’Ungheria. In quel tempo Currado Lupo non sentendosi forte di cavalieri, che s’erano partiti del Regno, s’era ridotto a Viglionese in Abruzzi, e gli Ungheri in Puglia, e guardavano il passo delle torri di Capova, aspettando il loro signore.

CAP. LXXXVIII. Come il re d’Ungheria ritornò in Puglia conquistando molte terre.

In questo anno, Lodovico re d’Ungheria sentendo che la sua gente avea sconfitto a Meleto i baroni del re Luigi e i Napoletani, e aveano molti a prigioni: essendo sollecitato per lettere e per ambasciadori da’ comuni e da’ baroni che teneano nel Regno la sua parte che ritornasse, diliberò di farlo. E di presente mandò innanzi de’ suoi cavalieri ungheri con certi capitani in Ischiavonia, perchè di là passassero in Puglia. E quando gli sentì passati, subitamente con certi suoi eletti baroni, con piccola compagnia, si mise a cammino, e prima fu alla marina di Schiavonia che sapere si potesse della sua partita: e trovando al porto le galee e i legni apparecchiati, vi montò suso; e avendo il tempo buono, valicò in Puglia a salvamento, assai più tosto che per i paesani non si stimava. E sentita la partita sua in Ungheria, grande moltitudine d’Ungheri il seguitarono, valicando di Schiavonia in Puglia in barche e in piccoli legni armati sì disordinatamente, che se il re Luigi avesse avute due galee armate senza fallo gli avrebbono rotti e impediti per modo, che non sarebbono potuti passare: ma come furono passati, il re Luigi vi mandò tre galee armate che vi giunsono invano. Ed essendo il re d’Ungheria in Puglia, ragunò la sua gente insieme, e trovossi con diecimila cavalieri. In que’ dì il conte di Minerbino, il quale s’era ribellato dal detto re, si racchiuse nella città di Trani, alla quale il re andò ad assedio. E vedendosi il conte senza speranza di soccorso e disperato di salute, col capestro in collo e in camicia uscì della città, e gittossi ginocchione in terra a piè del re domandandoli misericordia. Il re d’Ungheria dimenticati i baratti e’ falli del conte benignamente gli perdonò, e rimiselo nel suo stato: e lasciato nelle città e castella di Puglia quella gente che volle, venne in Principato. La città di Salerno essendo in cittadinesche discordie gli apersono le porte, e ricevettonlo a onore: e ivi si riposò alquanti dì; e messo suo vicario nella città e castellano nel castello, se ne venne a Nocera de’ cristiani; e in quella se n’entrò senza contasto. Il castello era forte e bene fornito alla difesa, ma invilito il castellano, per codardia l’abbandonò. Il re il fece prendere e guardare alla sua gente. E partito di là venne a Matalona, nella quale entrò senza contasto. E tutte le città e castella di Terra di Lavoro feciono il suo comandamento, salvo la città di Napoli ed Aversa. E poi il detto re con tutto suo sforzo se ne venne ad Aversa, del mese di maggio nel detto anno, e credettelasi avere alla prima giunta, ma trovossi ingannato, perocchè era città di mura cinta, e bene che fossero basse, era imbertescata e fornita di legname alla difesa; e dentro v’erano i cavalieri e i masnadieri che la difendevano virtuosamente; e assaggiata per più volte dall’assalto degli Ungheri, con loro dannaggio, il re conobbe che non la potea vincere per forza, e però vi mise assedio, e strinsela con più campi per modo, che da niuna parte vi si poteva entrare.

CAP. LXXXIX. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.

In questo tempo dell’assedio d’Aversa, il doge di Genova e il suo consiglio, conosciuto loro tempo, armarono dodici galee e mandaronle nel porto di Napoli, e diedono il partito a prendere al re e a alla reina, dicendo in questo modo: il doge di Genova e il suo consiglio ci hanno mandati qui a essere in vostro aiuto, in quanto voi rendiate liberamente al nostro comune la città di Ventimiglia, la quale è di nostra riviera, avvegnachè di ragione fosse della contea di Provenza. E se questo non fate, di presente abbiamo comandamento d’essere contro a voi, e di servire il re d’Ungheria. Il re e la reina vedendosi assediati per terra dalla grande cavalleria del re d’Ungheria, a cui ubbidia tutta la Terra di Lavoro, e di mare convenia che venisse tutta loro vittuaglia, e da loro non aveano solo una galea: pensarono che se i Genovesi gli nimicassono in mare erano perduti, e però stretti dalla necessità deliberarono di fare la volontà del doge e del comune di Genova, avendo speranza dell’aiuto di quelle galee molto migliorasse la loro condizione. E incontanente mandarono a far dare la tenuta della città di Ventimiglia al comune di Genova. E le dodici galee non si vollono muovere del porto di Napoli, nè fare alcuna novità infino a tanto che la risposta non venne dal loro doge, come avessono la tenuta della detta città. Avuta la novella, non tennono fede al re Luigi nè alla reina di volere nimicare le terre che ubbidivano al re d’Ungheria, nè essere contro a lui; anzi si partirono da Napoli, e presono altro loro viaggio.

CAP. XC. Come fu data l’ultima battaglia ad Aversa dal re d’Ungheria.

Stando l’assedio ad Aversa, il re d’Ungheria facea scorrere continovo la sua gente fino a Napoli e per lo paese d’intorno d’ogni parte, e tutti i casali e le vicinanze l’ubbidivano, e mandavano il mercato all’oste. A Napoli per terra non entrava alcuna cosa da vivere, e però avea soffratta d’ogni bene, salvo che di grechi e di vini latini. E se il re d’Ungheria avesse avute galee in mare, avrebbe vinta la città di Napoli per assedio più tosto che Aversa: perocchè non aveano d’onde vivere, se per mare non veniva da Gaeta e di Roma con grande costo. Nel cominciamento, l’oste del re d’Ungheria fu abbondevole d’ogni grascia, per l’ubbidienza de’ paesani: ma soprastando l’assedio, il servigio cominciò a rincrescere, e l’oste ad avere mancamento di molte cose, e spezialmente di ferri di cavalli e di chiovi. E i nobili regnicoli vedendo che il re in persona con diecimila cavalieri non poteva prendere Aversa, debole di mura e di fortezza e con poca gente alla difesa, cominciarono ad avere a vile gli Ungheri, e trarre le cose loro de’ casali, e la vittuaglia non portavano al campo come erano usati. E per questo le masnade degli Ungheri andavano a rubare oggi l’uno casale e domane l’altro, e spaventati i paesani, la carestia e il disagio montava nell’oste. Il re temendo che la vittuaglia non fallasse nel soggiorno, deliberò di combattere la città con più ordine e con più forza ch’altra volta non avea fatto, come appresso diviseremo.

CAP. XCI. Della materia medesima.

Vedendo il re d’Ungheria mancare la vittuaglia all’oste, ebbe i capitani e’ conestabili de’ suoi Ungheri e Tedeschi che v’erano a parlamento: e disse come grande vergogna era a lui e a loro essere stati tanto tempo intorno a quella terra, abbandonata di soccorso e imperfetta di mura, e non averla potuta prendere; e ora conoscea che per lo mancamento della vittuaglia il soggiorno non gli tornasse a vergogna; e però gli richiedeva e pregava ch’elli confortassono loro e i loro cavalieri, ch’elli adoperassono per loro virtù, che combattendo la terra si vincesse: ch’egli intendea di volere che la battaglia da ogni parte vi si desse aspra e forte, sicch’ella si vincesse. I capitani e’ conestabili di grande animo e di buono volere s’offersono al re, e il re in persona disse loro d’essere alla detta battaglia. Quelli d’entro che sentirono come doveano essere combattuti con tutta la forza di quella gente barbara, non si sbigottirono, anzi presono cuore e ardire e argomento alla loro difesa. Gli Ungheri e i Tedeschi sprovveduti d’ingegni da coprirsi e da prendere aiuto all’assalto delle mura, fidandosi negli archi e nelle saette, da ogni parte a uno segno fatto assalirono le mura. E il re in persona fu all’assalto, per fare da se, e per dare vigore agli altri. E data la battaglia, e rinfrescata spesso, per stancare i difenditori, e fatto di loro saettamento ogni prova, ed essendo da quelli della terra in ogni parte ribattuti, coll’aiuto de’ balestrieri e delle pietre e della calcina gittata sopra loro, e delle lanci e pali e d’altri argomenti, non ebbono podere di prendere alcuna parte delle mura, ma molti di loro morti e più fediti, e infino fedito il re, con acquisto d’onta e di vergogna si ritrassono dalla battaglia. Que’ d’entro avendo combattuto francamente, confortati e medicati di loro fedite, presono delle fatiche riposo.

CAP. XCII. Come il conte d’Avellino con dieci galee stette a Napoli, e Aversa s’arrendè al re.