CAP. XIV. Come si fornì la Scarparia e il Borgo.
Avvenne come l’oste del tiranno fu valicata nel Mugello, e dilungata dalla città, a’ Fiorentini parve al tutto essere fuori di sospetto, e ritornò loro il vigore e la virtù dell’animo a consigliare e a provvedere a’ rimedi. E in quello stante che l’oste si riposava a Barberino, misono nella Scarperia Iacopo di Fiore conestabile tedesco, uomo leale e valoroso, il qual era capitano del Mugello. A costui dierono dugento cavalieri eletti di buona gente, e trecento masnadieri esperti in arme, de’ quali quasi tutti i conestabili furono Fiorentini, uomini di grande pregio in fatti d’arme. E fornirono la terra di molta vittuaglia, e d’arme, di balestra, e di saettamento, e di lagname e di ferramenti, e di buoni maestri da fare ogni dificio da offendere e da difendere; e fornita d’ogni cosa bisognevole per un anno, al detto capitano e conestabile accomandarono la guardia e la difesa di quello castello. E per simigliante modo e forma fornirono il Borgo a san Lorenzo, e Pulicciano, e altre fortezze. E mandarono armadure, saettamento e balestra, e ammonirongli di buona guardia, confortandogli che a ogni bisogno avrebbono aiuto e soccorso presto dal comune. E gli uficiali deputati alla provvigione di quella guerra si cominciarono a provvedere, e accogliere gente di soldo a cavallo e a piè quanti avere ne poteano, per attendere alla difesa.
CAP. XV. Come l’oste assediò la Scarperia.
Messer Giovanni da Oleggio capitano dell’oste, e il Conte Nolfo da Urbino maliscalco, veduto la gente rinfrescata, e presa forza e baldanza per lo abbondante paese dove si trovarono, con le spalle di Bologna, onde potevano avere prestamente aiuto e favore quando bisogno fosse, pensavano senza contrasto essere signori di tutto. E con questa baldanza, a dì 20 del mese d’Agosto del detto anno vennero colle schiere fatte sopra il castello della Scarperia, e con loro s’aggiunsono gli Ubaldini, ch’erano con tutto loro sforzo nell’alpe, e più altri ghibellini nemici del comune di Firenze. La Scarperia era a quell’ora debole terra di piccolo compreso, e non era murata se non dall’una delle parti, ma in quello stare di Barberino, in molta fretta s’era rimesso il fosso vecchio e trattone la terra, e innanzi a quello fattone un’altro piccolo, e racconciato lo steccato assai debole. I nimici vi furono intorno con tanta moltitudine di cavalieri e di pedoni, che copriano tutto il piano, e avendo da ogni parte circondato il piccolo castello, e fermi i campi loro, domandarono il castello a coloro che ’l guardavano, dicendo come i Fiorentini non lo potevano soccorrere nè difendere, ma perocchè sentivano che dentro v’erano di prod’uomini e virtudiosi d’arme, voleano far loro grazia d’avergli per amici, dove rendessono la terra senza contasto: e che quando questo non facessono nel breve termine loro assegnato, gli vincerebbono per battaglia, e la vita non perdonerebbono ad alcuno: e così era deliberato per lo capitano e per tutti i guidatori dell’oste. Gli assediati risposono che voleano termine a rispondere, e che dopo il termine farebbono quello che la fortuna concedesse con loro onore. Furono domandati da’ capitani quanto termine voleano. Gli assediati risposono, che con loro onore non vedeano che potesse essere meno di tre anni: e dopo il detto termine intendeano prima morire in su i merli, che di quelli dessono uno a’ nimici: e di così franca risposta molto feciono maravigliare i capitani dell’oste, parendo che si mettessono a grande pericolo a volere difendere così debole castello, e da cotanta forza. E fatta la risposta, di presente s’ordinarono e di dì e di notte a molta sollecita guardia, e a buona e a franca difesa; e cominciarono a regolare la vita di tutti, come se l’oste vi dovesse stare due anni. I nimici cominciarono prima ad assalirli con grossi badalucchi, per tentare il loro reggimento, il quale trovarono sollecito, e maestrevolmente provveduto alla difesa.
CAP. XVI. Come i Fiorentini afforzarono Spugnole.
I Fiorentini ch’al continovo raccoglievano gente d’arme a cavallo e a piè al loro soldo, e sollecitavano gli amici d’aiuto, avendo già accolto un poco di gente, deliberarono d’afforzare Spugnole e Montegiovi per guardare le contrade di qua da Sieve, e per dare alcuna speranza agli assediati della Scarperia, e ivi misono de’ cavalieri ch’aveano, e parecchie masnade di buoni e valorosi masnadieri. E al Borgo a san Lorenzo crebbono gente d’arme: e come crescea al comune gente d’arme per soldo o per amistà gli mandavano alle frontiere de’ nemici in Mugello. Onde avvenne più volte, che per gli aguati da catuna parte, e per le cavalcate de’ nimici v’ebbe di belli e di grossi assalti, ove si mostrarono operazioni di buoni cavalieri e di franchi masnadieri. Per questo avvenne che i nemici non ardirono a valicare la Sieve colle loro cavalcate inverso Firenze. E tutte loro cavalcate di là da Sieve faceano grosse di mille cavalieri, o di millecinquecento, o di duemila per volta, e nondimeno erano continuamente percossi alla ritratta, e assaliti d’aguati che si metteano loro. E in questo modo si venne domesticando la guerra, e gli uomini del paese cominciarono a prendere cuore e ardire, per modo che i villani si raccoglieano insieme e nascondevansi a’ passi, e come i cavalieri si stendevano alle ville gli uccidevano; e avvezzi a questo guadagno dell’arme e de’ cavalli, con molta sollecitudine intendevano a tendere i loro aguati in ogni luogo. E per questo modo uccisono de’ nemici grande quantità nel tempo che durò la detta guerra.
CAP. XVII. Come si difese Pulicciano di grave battaglia.
Al castello di Pulicciano furono condotti per certi ghibellini della terra in una cavalcata cinquecento cavalieri e quattrocento fanti, e non essendo se non pochi terrazzani nella fortezza di sopra, appena la difesono. I borghi di fuori arsono e rubarono, e mandaronne il bestiame e la preda nel campo. Sentito questo a Firenze, subito vi mandò il comune cento fanti masnadieri alla guardia: i quali vi furono tosto a gran bisogno, perocchè quelli dell’oste per seducimento di traditori del castello, e per conforto de’ soldati ch’erano stati in quella cavalcata, si pensarono vincere la fortezza, che non era chiusa di mura, ma da uno vile steccato, e avendo quella, signoreggerebbono un paese forte e pieno d’ogni bene da vivere: e però una mattina per tempo vi feciono cavalcare duemila barbute, e mille fanti e più balestrieri. E giunti a piè del castello, i cavalieri scesono de’ cavalli, e con gli elmi e colle barbute in testa si legarono con le braccia insieme, tenendo l’uno ’altro, e tra loro ordinarono i balestrieri, e cominciarono da ogni parte a un’ora a montare verso gli steccati. I terrazzani arditi e fieri, co’ soldati che v’erano, si misono francamente alla difesa colle balestra ch’aveano e co’ sassi maneschi. La forza de’ nemici era grande tanto, che per forza condussono un loro conestabile con la sua bandiera quasi al pari dello steccato. Come si fermò con l’insegna per dare favore agli altri, tra con le balestra e con le pietre lo traboccarono morto giù per la ripa. Nondimeno i nimici con grave battaglia gli stringeano forte, e quelli del castello molto vivamente senza riposo difendeano gli steccati per modo, che da mezza terza fino a mezzo dì, che la battaglia era durata senza arresto, i nimici non aveano potuto abbattere un legno del loro steccato. Per la qual cosa vedendo i cavalieri la franca difesa di que’ villani, e già morti alquanti di loro, e che il giorno era nel calare, disperati di quell’impresa, con loro vergogna si ritrassono della battaglia e tornarono nel campo, e più non tentarono di ritornarvi.
CAP. XVIII. Come i Tarlati, e i Pazzi di Valdarno e gli Ubertini vennono in sul contado di Firenze, e furonne cacciati per forza da’ Fiorentini.
Dall’altra parte messer Piero de’ Tarlati d’Arezzo in prospera vecchiezza, valicati i novanta anni della sua età, e il vescovo d’Arezzo della casa degli Ubertini, e i Pazzi di Valdarno, non ostante che fossono in pace col comune di Firenze, avendo dugentocinquanta cavalieri di quelli dell’arcivescovo, e aggiuntosi de’ conti d’Urbino e altri ghibellini, mentre che l’oste era in Mugello, con trecentocinquanta cavalieri e con duemila pedoni si misono da capo predando il contado di Firenze, e vennono all’Ambra, e di là intendeano entrare nel Valdarno e venire a Fegghine. I Fiorentini sdegnosi di questi traditori, subitamente trassono dalle loro frontiere cinquecento cavalieri, e commisono a centocinquanta cavalieri ch’aveano in Arezzo che dovessono venire a raccozzarsi co’ nostri; e mossono il popolo del Valdarno, che con grande animo e di buona voglia andavano in quello servigio. Il comune di Firenze si confidò al tutto in questa cavalcata di Albertaccio di messer Bindaccio da Ricasoli, uomo savio, pro’ e ardito e buono capitano, se fosse stato in fede nel servigio del comune: e benchè altri buoni cittadini fossono mandati in detto servigio, a costui fu dato il mandato che in tutto fosse ubbidito. La gente a piè e a cavallo che cavalcavano di volontà, sopraggiunsono i nimici in sul vespero all’Ambra, in parte, che avendo voluto fare quello si poteva per la nostra gente, non ne campava testa che non fossono morti o presi: perocchè la gente del comune di Firenze era due cotanti, e migliore gente d’arme, e erano nel loro terreno intorniati dagli amici. Questo Albertaccio avendo parentado e amistà co’ detti nimici, portò infamia di non avere servito il comune lealmente. In prima d’avere sostenuta la gente del comune a Montevarchi, che potea più infra ’l dì avere occupati i nimici: appresso, che quando fu a loro non gli lasciò per la nostra gente badaluccare, per tenerli corti e ristretti che non si potessono provvedere: e perocchè non lasciò porre la sera la cavalleria de’ Fiorentini nel luogo dove si poteva torre la via a’ nimici che andare non se ne potessono quella notte. Per li savi che v’erano con lui si provvedeva, nondimeno per lo pieno mandato ch’aveva dal comune fu ubbidito; ed egli mostrava di fare buona e franca capitaneria, e di volere vincere i nimici senza pericolo della sua gente: e però puose quella sera il campo in luogo sicuro a’ suoi, e utile a’ nimici. O vero o bugia che fosse, infamato fu d’avere dato il tempo e fatto assapere a’ nimici che si dovessono partire in quella notte. I nimici traditori del nostro comune, vedendosi sorpresi a loro gran pericolo, intesono con ogni sollecitudine, senza dormire, a campare le persone: e non tennono per una via, ma per diverse parti per lo scuro della notte presono la fuga molto chetamente. La nostra gente non fu ordinata a quella guardia, e poi innanzi che il capitano facesse armare il campo, i nimici erano più di sei miglia dilungati; allora si strinsono ove la sera aveano lasciati i loro avversari, e niuno ve ne trovarono: onde la infamia crebbe al capitano per lo fatto, e il ripitio fu grande tra i cavalieri soldati e il conducitore, ch’avea tolto loro quella preda per mala condotta. La gente che v’era d’Arezzo, forte sdegnata di questo tradimento che parve loro avere ricevuto, si partirono senza licenza del capitano con centocinquanta cavalieri ch’aveano per loro guardia da’ Fiorentini, e tornaronsi in Arezzo.