CAP. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta.
Seguitando i rivolgimenti dello sviato Regno, ci occorre in questi dì come il duca d’Atene conte di Brenna, il quale altra volta per la sua incostante tirannia meritò a furore essere cacciato della signoria di Firenze, essendo tratto di Francia all’odore dello sviato Regno non con intera fede, con sue masnade di cavalieri franceschi fece in Puglia spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Diego della Ratta conte camarlingo, il quale era con gente d’arme a Taranto, e con assentimento del re Luigi guerreggiava le terre del detto duca, secondo la comune voce; l’infermità del Regno non consentiva nè in guerra nè in pace cose aperte nè chiari movimenti. Il detto duca accolti de’ paesani, co’ suoi Franceschi combattè col conte e sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. E rifuggito il detto conte in Taranto per sua sicurtà, del detto anno, del mese di Maggio, per lo detto duca fu lungamente senza frutto assediato.
CAP. XXI. La novità in Casole di Volterra.
I figliuoli di messer Ranieri da Casole di Volterra cacciati per lungo tempo da’ loro nimici del castello, come giovani coraggiosi, accolsono segretamente masnadieri e amici, e a dì 15 luglio del detto anno entrarono nella terra di Casole, che si guardava per lo comune di Siena, e improvviso corsono a casa i loro nimici, e quanti ve ne trovarono misono al taglio delle spade, e rubarono le case loro, e appresso l’arsono, e gli altri che non furono morti cacciarono della terra, e la podestà che v’era pe’ Sanesi riguardarono: la terra tennono tanto per loro, che co’ Sanesi presono accordo di tenervi podestà dal comune di Siena; e fecionsi ribandire, e rimasono i maggiori nella terra.
CAP. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano.
Seguita in questi medesimi dì, come Benedetto di messer Giovanni degli Strozzi di Firenze, essendo capitano della guardia per lo nostro comune di Sangimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso e Primerano di messer Gualtieri degli Ardinghelli, giovani di grande aspetto e seguito, d’animo e di nazione guelfi, e tenendoli senza trovare vera cagione perchè presi gli aveva, per accidente v’occorse caso, che gittarono una lettera a’ loro amici fuori della carcere, pregandoli che li venissono ad atare liberare di prigione. Il capitano avendo questa lettera, quale che fosse la cagione, o per zelo del suo uficio, o per inzigamento de’ Sanucci loro nimici, deliberò di farli morire. Il comune di Firenze sapendo che non erano colpevoli, volea che campassono; e mandandovi in fretta ambasciadori con espresso comandamento al capitano che non gli dovesse fare morire, la fortuna impedì i messaggi per disordinata grandezza dell’Elsa, che non li lasciò passare in quella notte. Il capitano temendo non sopravvenisse il comandamento, s’affrettò di farli morire; e la vilia di san Lorenzo, a dì 9 d’agosto, con un altro terrazzano a cui aveano scritto che fosse a loro scampo, in sulla piazza li fece dicollare, onde fu riputato grande danno, e il capitano ne fu molto biasimato. Questa decollazione si tirò dietro materia di grande scandalo e rivoltura di quella terra, come al suo tempo racconteremo.
CAP. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi.
Essendo il re di Francia in singolare sollecitudine di racquistare la contea di Guinisi che sotto le triegue gli era stata furata, vi mandò millecinquecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali ebbe gran parte di masnadieri lombardi e avendovi posto l’assedio, difendendosi lungamente que’ del castello, i Franceschi vi feciono bastite intorno, per tenerlo stretto con meno gente. Il re d’Inghilterra mettea con due barche di notte gente in Calese per modo, che i Franceschi non se n’accorgevano; e avendovi per questo modo accolta quella gente che a lui parve, forniti di capitani avvisati delle bastite e della guardia de’ Franceschi, una notte chetamente uscirono di Calese, e improvviso da più parti assalirono i Franceschi, i quali impauriti del non pensato assalto intesono a fuggire e a campare, senza mettersi alla difesa; e così in poca d’ora furono rotti e sbarattati dagl’Inghilesi, e i battifolli arsi, con più vergogna che danno de’ Franceschi per la grazia della notte. E liberato il castello dall’assedio, e rifornito di nuovo, del mese di luglio del detto anno gl’Inghilesi si ritornarono nell’isola senza fare altra guerra. Poco appresso il re di Francia scoperse che certi baroni il doveano uccidere per trattato del re d’Inghilterra, per la qual cosa a certi ne fu tagliata la testa: e il re a modo di tiranno si faceva guardare a gente armata, dentro e fuori di suo ostiere reale, a cavallo e a piè, di dì e di notte nella città di Parigi, cosa strana e disusata alla maestà reale e a’ paesani.
CAP. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona.
Tornando alle vicine materie, avendo il comune di Perugia da’ Fiorentini ottocento cavalieri di buona gente d’arme, con loro sforzo valicarono le Giaci per porre l’assedio a Bettona, e con grande popolo l’assediarono. E volendosi partire de’ cavalieri dell’arcivescovo della terra, ovvero per andare in foraggio, otto bandiere furono sorprese dalla gente dell’oste per modo, che la maggior parte rimasono presi, e d’allora innanzi si ritennono dentro alla guardia del castello. E procacciando d’avere soccorso da’ cavalieri e dagli amici dell’arcivescovo ch’erano per lo paese di qua, e per fare migliore guardia, si misono a campo fuori della terra nella piaggia a petto al campo de’ Perugini. I Perugini aggiungevano al continovo gente d’arme nel campo per soldo e per amistà, e mandaronvi la maggior parte de’ loro cittadini, e dall’altra parte della terra formarono due battifolli, perchè nè vittuaglia nè soccorso nella terra potesse entrare. E così assediata la terra, procuravano d’afforzare e d’impedire i passi, per riparare dalla lungi al campo che nimici non potessono sopravvenire. E per questo modo durò l’assedio infino all’agosto vegnente, come appresso diviseremo, e posto vi fu del mese di giugno del detto anno.