CAP. L. Come la gente del marchese di Ferrara fu sconfitta, a Spaziano.
In questi medesimi dì, il marchese di Ferrara avea mandato quattrocento cavalieri e millecinquecento fanti ad assediare un castello ch’avea nome Spaziano, il quale avea occupato il signore di Milano nel Ferrarese; e avendolo tenuto assediato alcun tempo, messer Bernabò vi mandò subitamente de’ suoi cavalieri al soccorso, e furono tanti, che per forza li levarono dall’assedio e sconfissono, dando loro danno assai; e liberato il castello, il fornirono di ciò ch’avea bisogno, e tornarsene a Milano.
CAP. LI. Come l’imperadore ebbe l’ultima paga da’ Fiorentini, e fè la fine.
Restavano i Fiorentini a dare all’imperadore ventimila fiorini d’oro per lo resto de’ centomila, e sentendolo partito da Pisa, e ch’egli era a Pietrasanta, s’affrettarono di mandarglieli più tosto, e a dì 10 di giugno gli feciono appresentare contanti ventimila fiorini a Pietrasanta. L’imperadore considerato il suo partimento non d’onore ma piuttosto d’abbassamento dell’imperiale maestà, e vedendo la sollecitudine della fede promessa del comune di Firenze, e il luogo dove gli aveano mandata la pecunia, fu molto allegro, e commendò magnificamente la fede e il buono portamento ch’avea trovato ne’ cittadini di Firenze, dicendo, come i Pisani ch’erano camera d’imperio, e’ Sanesi che liberamente s’erano dati senza mezzo alla sua signoria l’aveano ingannato e tradito, e fattagli gran vergogna per loro corrotta fede, e’ Fiorentini l’aveano atato e consigliato dirittamente, e onorato molto i suoi baroni, e la sua gente, e adempiutogli pienamente ciò ch’aveano promesso, onde molto si tenea per contento da quello comune; e di proprio movimento li privilegiò di nuovo ciò che teneano in distretto, e riconobbe diciotto migliaia di fiorini che il comune diede per lui al sire della Lippa suo alto barone, e tremila che per suo mandato avea pagati ad altri baroni, e di tutta la quantità di centomila fiorini d’oro ch’aveano promesso, come addietro abbiamo narrato, fece fine al detto comune per suoi documenti e cautela, per carta fatta per ser Agnolo di ser Andrea di messer Agnolo da Poggibonizzi notaio imperiale, fatta nella detta terra di Pietrasanta il detto dì.
CAP. LII. Come il figliuolo di Castruccio fu decapitato.
Avendo veduto messer Altino figliuolo di Castruccio Castracane già tiranno di Lucca, come l’imperadore era uscito di Pisa con sua vergogna per andarsene nella Magna, accolti certi masnadieri e con sua gente entrò in Monteggoli presso a Pietrasanta, per tenersi la terra. I Pisani sdegnati di presente vi cavalcarono, e assediarono il castello intorno. Messer Altino intendea a difenderlo da’ Pisani, e credea poterlo fare. I Pisani sentendo ivi presso l’imperadore, mandarono a pregarlo che gli piacesse di venire nel campo, perocch’elli erano certi che alla sua persona messer Altino non si terrebbe. L’imperadore v’andò, e fece comandare a messer Altino che si dovesse arrendere; il quale incontanente ubbidì a’ suoi comandamenti, e diede la terra a’ Pisani, e sè all’imperadore. I Pisani di presente arsono e disfeciono il castello: e richiesto l’imperadore da’ Pisani che desse loro messer Altino, con poco onore della sua corona il mandò prigione a Pisa, e ivi a pochi dì, partito l’imperadore da Pietrasanta, i Pisani gli feciono tagliare la testa.
CAP. LIII. D’una fanciulla pilosa presentata all’imperadore.
Mentre che l’imperadore era a Pietrasanta, per grande maraviglia, e cosa nuova e strana, gli fu presentata una fanciulla femmina d’età di sette anni, tutta lanuta come una pecora, di lana rossa mal tinta, ed era piena per tutta la persona di quella lana insino all’estremità delle labbra e degli occhi. L’imperadrice, maravigliatasi di vedere un corpo umano così maravigliosamente vestito dalla natura, l’accomandò a sue damigelle che la nudrissono e guardassono, e menolla nella Magna.
CAP. LIV. Come l’imperadore e l’imperadrice si partirono per tornare in Alamagna.
Avendo l’imperadore col senno e colla provvedenza alamannica presa la corona dell’imperio, e guidati i fatti degl’Italiani come nel nostro trattato è raccontato, essendosi ridotto a Pietrasanta, l’imperadrice sollecitando che si tornasse nella Magna, a dì 11 di giugno del detto anno si partì di là con milledugento cavalieri di sua gente, e tenne la via di Lombardia; e giugnendo alle terre de’ signori di Milano non potè in alcuna entrare, ma a tutte trovò le porte serrate, e le mura e le torri piene d’uomini armati alla guardia colle balestra, e col saettamento apparecchiato. E giugnendo a Cremona, ch’è grossa città, volendovi entrare dentro, fu ritenuto alla porta per spazio di due ore innanzi che vi potesse entrare; poi ebbe licenza d’andarvi la sua persona con alquanta compagnia senza alcuna gente armata; e strignendolo la necessità, per non mostrare d’avere dimenticata la pace che la sua persona avea voluto trattare tra’ Lombardi, vi si mise ad entrare, e stettevi la notte e il dì seguente, continovo le porti della città serrate, e di dì e di notte i soldati armati facendo continova guardia. E ragionando l’imperadore con certi che v’erano per i signori di Milano, di volere trattare della pace tra’ Lombardi, gli fu detto da parte de’ signori, che non se ne dovesse affaticare. E però la mattina vegnente, avendo già preso di se alcuno sospetto, s’uscì della città, e cavalcò a Soncino. Ivi fu ricevuto con pochi disarmati e con grandissima guardia: e vedendosi così onorare ora ch’era imperadore nella forza de’ tiranni di Milano, molto pieno di sdegno s’affrettò di tornare in Alamagna, ove tornò colla corona ricevuta senza colpo di spada, e colla borsa piena di danari avendola recata vota, ma con poca gloria delle sue virtuose operazioni, e con assai vergogna in abbassamento dell’imperiale maestà.