Tornando a nostro conto all’assedio di Borgoforte in sul Mantovano, il quale i signori di Milano molto si sforzarono per acquistare, e’ ruppono e svelsono i grandi palizzati che v’erano per difesa del castello, e per molte battaglie e gravi assalti tentarono d’averlo, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il grande e buono aiuto ch’ebbono da Mantova e da Reggio, e per questo si difesono francamente. Vedendo i capitani dell’oste che a quella pugna si perdea il tempo senza frutto, e sapendo che Reggio per soccorrere Borgoforte era sfornito della gente d’arme, si levarono subito, e cavalcarono a Reggio; e trovando la città sprovveduta dei loro subito avvenimento, di poco fallì che non entrarono nella terra, ma quella poca gente che v’era si mise francamente a guardare le mura e le porte, per la qual cosa l’oste corse danneggiando il contado, e appresso vi si misono ad assedio, e stettonvi più dì; ed ebbono novelle, come gente del marchese di Monferrato s’era ingrossata a Pavia, per la qual cosa temendo i signori di ricevere vergogna in sul Milanese, feciono partire l’oste da Reggio, e all’uscita di luglio del detto anno con poco onore si tornarono a Milano.

CAP. XLII. Principio della guerra da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.

Sopravvenendo in questi dì alla nostra materia grande e non pensata guerra, e volendone dimostrare la cagione, ci conviene alquanto tornare addietro nostra materia. Certa cosa fu, che per antico la villa e gli uomini di Mellina in Brabante erano della chiesa cattedrale di Legge, ma essendo nella provincia di Brabante e tra’ Brabanzoni, erano usati di fare lega col duca di Brabante per essere più sicuri e più riguardati, e per antica costuma con ogni novello duca di Brabante facevano l’usata lega e compagnia, e ne’ patti tra loro era che ’l duca li dovea difendere e aiutare in tutte le loro brighe, e la comune di Mellina dovea servire il duca in tutte le loro guerre, essendo i primi che venissono al servigio e gli ultimi che si partissono. Avvenne, che un duca di Brabante ebbe guerra col vescovo di Legge e fece oste sopra le sue terre, nella quale due di Mellina furono in arme contro al loro signore; per la qual cosa, finita la guerra, il vescovo andò a corte di Roma a Avignone a papa Benedetto sesto, e tanto procacciò, ch’egli ebbe di licenza dal papa sotto la sua bolla ch’e’ potesse vendere Mellina, e convertire i danari in altre possessioni a utilità della chiesa di Legge, il quale di presente si mise in cerca, e venne a concordia segretamente col conte di Fiandra per dugento migliaia di reali d’oro; e trovato a ciò il sussidio de’ Fiamminghi, pagò il vescovo innanzi ch’avesse la possessione della città, pensando, ma non saviamente, non avere contasto. Ma incontanente che quelli di Mellina sentirono il fatto, andando il conte per la tenuta serrarono le porte, e presono l’arme alla difesa e non lo vi lasciarono entrare, e misonsi a procacciare di fare ritrattare la vendita; e non potendolo fare, ricorsono al duca di Brabante, richieggendolo per li patti della lega e compagnia ch’aveano con lui che li dovesse aiutare e difendere, ed egli il fece, e fecelo volentieri, parendoli che la villa dovesse essere sua, ma non l’avea voluta comperare. Per questa ingiuria il conte richiese il re di Francia, il quale avendo conceputo contro al duca di Brabante per li fatti del re d’Inghilterra, prese ad aiutare il conte di Fiandra. E allora fu fatto grande sommovimento di Tedeschi e di Franceschi contro al duca di Brabante, e il conte di Fiandra co’ suoi Fiamminghi, per modo che il duca fu recato a grave e pericoloso partito di perdere tutta la duchea, e fatto li venia, se non fosse che il conte di Bari con tutta sua forza il francò a quella volta, come trovare si può nella Cronica di Giovanni Villani nostro antecessore. Per questo sdegno preso per lo duca contro al re di Francia incontanente si collegò col re d’Inghilterra contro al re di Francia, onde grande male ne seguitò a’ Franceschi. Poi morto il duca predetto niella generale mortalità lasciò quattro figliuole femmine, che la maggiore fu moglie di messer..... fratello uterino di Carlo di Boemia eletto re de’ Romani, la seconda fu moglie del conte di Fiandra, la terza del duca di Giulieri, la quarta del duca di Ghelleri. E non essendovi reda maschio, il conte domandò di volere parte della duchea di Brabante per la legittima della moglie; e non potendola avere, perchè si tenne che all’anzianità rimanesse la successione del ducato, mosse di rivolere Mellina, come sua propria terra comperata dal vescovo di Legge, come di sopra è detto, ed essendoli dal nuovo duca dinegata, ne seguirono in breve tempo gran cose, come appresso racconteremo.

CAP. XLIII. Come il conte di Fiandra andò su quello di Brabante.

Di questo mese di giugno 1356, il conte di Fiandra avendo raddomandato al cognato duca di Brabante la villa di Mellina che di ragione era sua, e non volendogliela rendere, fece bandire per tutta la contea, di Fiandra il torto che il duca di Brabante e’ Brabanzoni faceano loro, e che catuno s’apparecchiasse d’arme, per seguitare la sua persona contro a’ Brabanzoni in Brabante, e in pochi dì ebbe, con apparecchiamento fatto di molta vittuaglia e di gran carreaggio, centocinquanta migliaia d’uomini armati, quasi tutti a modo di cavalieri, e con essi ebbe di suo sforzo e di sua amistà seimila cavalieri; e con questo grande esercito, e coll’animo acceso di tutti per l’ingiuria de’ Brabanzoni, uscirono di Fiandra, ed entrarono in Brabante per combattersi co’ Brabanzoni.

CAP. XLIV. Come si fece accordo sul campo da’ Fiamminghi a’ Brabanzoni.

Il duca di Brabante, ch’era Alamanno, accolse dall’imperadore e da altri baroni d’Alamagna molti cavalieri, e apparecchiò in arme i Brabanzoni a piè e a cavallo per comune; e sentendosi venire addosso il conte di Fiandra co’ Fiamminghi, si fece loro incontro con diecimila cavalieri, e con centodieci migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. Ed essendo accampati l’uno presso all’altro, e cercando di combattere insieme più per altiera miccianza che per guerra che tra’ cognati fosse, alquanti baroni di catuna parte si mossono per trattare tra l’una parte e l’altra accordo, acciocchè a sì grande e pericolosa battaglia non si mettessono, e infine vennero a questa concordia: che catuno eleggesse quattro buoni uomini di sua parte, e uomini d’autorità; e fatta la lezione, fu loro commesso di concordia delle parti che dovessono vedere le ragioni che ’l conte di Fiandra avea sopra la villa di Mellina e quelle del duca di Brabante, e veduta la verità del fatto, incontanente obbligati per loro saramento, ricevuto solennemente in presenza di molti baroni, che levato via ogni cavillazone o non vere ragioni, e’ giudicherei bono a cui la villa di Mellina dovesse rimanere per loro sentenza. I baroni e’ popoli promisono stare e osservare quello per loro fosse giudicato, e gli arbitri giurarono ancora in fra ’l termine loro assegnato avere terminata e renduta la loro sentenza. E presa la detta concordia tra le parti, catuno dolcemente senz’altro movimento o segno d’alcuna arroganza, mansuetamente si ritornarono i Fiamminghi in Fiandra, e’ Brabanzoni in Brabante, catuno alle sue ville, del mese di giugno del detto anno. Lasceremo ora le novità di Fiandra e di Brabante, tanto che torni il tempo ove fu abbattuta la superbia del Tedesco e la baldanza de’ Brabanzoni, e torneremo alle italiane novità che prima ci occorrono a divisare.

CAP. XLV. Come la città d’Ascoli s’arrendè al legato.

Il valente cardinale legato del papa, avendo duemila barbute a soldo della Chiesa, oltre ai molti crociati ch’avea in Romagna, avendo inteso come la compagnia ch’usciva del Regno volea passare d’Abruzzi nella Marca d’Ancona inverso la città d’Ascoli, s’ingrossò di gente d’arme a piè e a cavallo in quelle contrade. Gli Ascolani temendosi della compagnia, perchè non erano ancora in accordo col legato, si disposono di rendersi a fare la volontà del legato. Il cardinale fu loro benigno e mansueto, facendo assai di quello ch’e’ voleano, e del mese di giugno del detto anno ricevettono la signoria del legato, e la sua cavalleria nella città a ubbidienza di santa Chiesa. E in questi medesimi giorni prese il legato accordo col signore di Fabriano, ch’era stato ribello a santa Chiesa per animo tirannesco e ghibellino; e col vescovo di Fuligno, che tenea la terra per lo detto modo, ogni cosa dissimulava con molta provvisione, secondo che ’l tempo glie la richiedea.

CAP. XLVI. Come il legato procacciò tenere il Tronto alla compagnia.