CAP. XXX. Come i Pisani per gelosia furono in arme.

Essendo venuta la novella della morte di messer Francesco Castracani a Pisa, la setta de’ raspanti cui e’ favoreggiava si cominciarono a dolere fortemente, e dire che questa era stata operazione della parte de’ Gambacorti, ma ciò non era vero; nondimeno l’imperadore se ne fece grande maraviglia, e tutta la città ne prese conturbazione, e crebbene l’izza delle loro sette. E stando la città in questo bollimento, a dì 20 del detto mese di maggio improvviso s’apprese fuoco nel palagio del comune ove abitava l’imperadore, e senza potervi mettere rimedio arse tutta la camera dell’arme del comune ch’era in quel palagio, ove arsono tutte le buone belestra, tende, e trabacche, e padiglioni, e l’altre armadure che v’erano, che niuna ne potè campare. E per questa cagione convenne che l’imperadore andasse ad abitare al duomo, e ’l popolo tutto sotto l’arme tra per l’una cagione e per l’altra stava in gelosia e in sospetto, e per questo modo stette armato il dì e la notte. La mattina vegnente rassicurata la gente lasciarono l’arme quetamente, e catuno intese a’ suoi mestieri. E in quella mattina ebbe l’imperadore novelle della novità di Siena, che gli dierono assai malinconia e pensiero, e più perchè si trovava fortuneggiare in Pisa, e mal fornito di gente d’arme da potere provvedere e riparare alle fortune che si vedea apparecchiare. Allora cominciò a potere conoscere che l’avarizia era nimica d’ogni buona provvisione.

CAP. XXXI. Ancora gran novità di Pisa.

Quello che seguita è grande assalto d’avversa fortuna: e per esprimere meglio la verità del fatto, ci conviene alquanto ritornare a dietro la nostra materia avvolta in diversi e vari intendimenti, i quali per lungo spazio di tempo cercammo discretamente, per lasciare di tanto inopinato caso la verità del fatto nel nostro trattato. Egli è manifesto che i Gambacorti di Pisa aveano lungamente in grande prosperità governata e retta la città di Pisa, e quella magnificata con pace in grandi ricchezze de’ suoi cittadini. L’invidia delle loro buone operazioni avea creato una setta contro a loro chiamati i Raspanti, e la loro si chiamava de’ Bergolini. I Gambacorti furono coloro che ricevettono in pace l’imperadore, e che gli diedono la signoria di Pisa, benchè ciò facessono secondo la volontà del popolo. A costoro promise l’imperadore di mantenere e accrescere nella città di Pisa il governamento del comune e il loro buono stato, e ne’ cominciamenti appo l’imperadore erano i maggiori, e molto fedelmente si portavano al servigio dell’imperio. I raspanti, uomini astuti e vegghianti, per abbassare i Gambacorti aveano più volte messo novità e romori nella terra, e’ Gambacorti con loro seguito, per riparare con dolcezza alla loro malizia, aveano acconsentito di raccomunarsi insieme nella cittadinanza e negli ufici, e fatta pace con loro, e acconsentito all’imperadore la derogazione de’ patti promessi, stretti dalla necessità più che dalla ferma fede dell’imperadore il feciono. È vero ch’e’ Gambacorti con la loro parte, e i raspanti e tutti i cittadini di Pisa si doleano d’uno modo della voce corsa che l’imperadore avesse l’animo di liberare Lucca, e questo parlavano pubblicamente. L’imperadore dicea di non liberarla, e nondimeno avea presa la guardia del castello dell’Agosta con la sua gente e trattine i Pisani, e a’ Pisani parea ch’egli attendesse il termine che compieva la sommissione di quella città, che venia il giugno seguente, e nel vero si sapea ch’e’ Lucchesi accoglievano moneta per la detta speranza: e trovammo nel vero che tutti i buoni cittadini di Pisa di catuna setta s’erano consigliati insieme per riparare che Lucca non si liberasse d’uno animo e d’una volontà, e di questo s’era fatto capo il Paffetta de’ conti di Montescudaio; e quelli della Rocca caporali della setta de’ raspanti, e a questo comune consiglio acconsentirono i Gambacorti; delle quali cose seguitò la loro morte, come appresso diviseremo.

CAP. XXXII. Come furono in Pisa presi i Gambacorti.

Dopo la novità dell’arsione sopraddetta e della morte di messer Francesco Castracane, essendo il popolo insollito, e malcontento e sospettoso de’ fatti di Lucca, sopravvenne, che le some degli arnesi e dell’armadure de’ loro cittadini ch’erano stati alla guardia dell’Agosta in Lucca tornavano, avendo rassegnata la guardia di quella alla gente dell’imperadore. I Pisani della setta de’ raspanti, per le cui contrade le some passavano, facendosene capo il Paffetta, cominciarono a levare il romore contro all’imperadore, e ogni uomo s’andò ad armare; la gente dell’imperadore veggendo questa novità s’armarono, e montarono a cavallo in diverse contrade com’erano albergati, e tutti traevano al duomo dov’era il loro signore. I cittadini gli lanciavano, e assalivano, e uccidevano per le vie come fossono loro nemici, e in questo primo romore in più contrade furono morti più di centocinquanta cavalieri tedeschi di quelli dell’imperadore. L’imperadore vedendosi a questo pericolo, e mal fornito a fare resistenza al furore del commosso popolo, s’era armato e diliberato di volersi partire con la sua gente ch’avea raccolta al duomo. De’ Gambacorti, ciò era Franceschino e Lotto, quand’era questo romore si trovarono in casa l’imperadore con certi altri cittadini senz’arme; e Bartolommeo e Piero, maravigliandosi di questo subito romore, si racchiusono in casa il cardinale d’Ostia legato del papa. I grandi e i buoni cittadini che non sapeano la cagione del romore traevano a casa i Gambacorti; e nel vero, se alcuno di loro fosse uscito fuori di casa armato, non ne dubito, che tanto e tale era il seguito de’ buoni cittadini, che la città di Pisa avrebbe preso quel partito ch’e’ Gambacorti avessono voluto, ma la loro mala provvedenza coperta da semplice ignoranza li condusse alla loro ruina, e la sagace malizia de’ loro avversari li fece signori. Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca, ch’erano stati i movitori di questo romore, avvedendosi che la maggior forza de’ cittadini traevano a casa i Gambacorti, e che quelli della casa per folle consiglio non comparivano a farsi capo de’ cittadini, s’avvisarono d’abbatterli per malizia in quello furore, coll’aiuto della paura che sentivano ch’avea l’imperadore che cercava di volersi partire; e per fornire loro intendimento, acciocchè ’l romore mosso per loro non tornasse in loro confusione, cambiarono la voce, e mostrandosi aiutatori dell’imperadore, con gran compagnia di loro seguito armati s’appresentarono dinanzi dall’imperadore, e dissono: Signor nostro, voi siete tradito da’ Gambacorti e dalla loro setta, perchè non pare loro essere signori di Pisa come e’ solieno, e per questa cagione hanno fatto levare questo romore e uccidere la vostra gente, e alle loro case hanno raccolto in arme la maggior forza de’ cittadini; dicendoli, che se per lui a questo punto non si mettesse riparo, egli e sua gente era in grave pericolo a campare del loro furore, ed eglino medesimi co’ loro seguaci erano in grave pericolo di morte e d’essere cacciati di Pisa: e detto questo, s’offersono all’imperadore, e dissono; Se voi ci volete dare l’aiuto del vostro maliscalco e parte di vostre masnade, recheremo tosto al niente la parte de’ Gambacorti, e voi faremo libero signore di Pisa. L’imperadore avendo il suo senno intenebrato, e sviato da se per la via della paura, indiscretamente diede fede alla manifesta iniquità di costoro, e non volle la cosa ricercare con alcuna ragione o verità del fatto; ma in quello stante prese parte, e fecesi nemico de’ suoi fedeli e innocenti amici, e amico di coloro che gli erano stati avversari, e diede le sue masnade e il suo maliscalco a seguitare messer Paffetta, e messer Lodovico e la loro setta contro a’ Gambacorti, i quali senz’arme avea ne’ suoi palagi e in casa ignoranti di questo fatto, e per suo comandamento fece ritenere Franceschino e Lotto ch’avea in casa, e al legato mandò per gli altri ch’erano là fuggiti udendo il romore sotto le sue braccia, e fu di tanta vile condizione, che di presente glie le mandò, in gran disonore e infamia del suo cappello e della libertà di santa Chiesa; e così fece di più altri cittadini, che a lui erano fuggiti per tema del romore.

CAP. XXXIII. Come fur arse le case de’ Gambacorti.

Il conte Paffetta e messer Lodovico della Rocca avendo accolto loro seguito, e la gente e l’insegna dell’imperadore, i quali il dì aveano perseguitati e morti, ora per loro sagace industria li traevano alla morte de’ loro cittadini, e gridando viva l’imperadore, molta gente di loro seguito ragunata contro a lui rivolsono contro a’ Gambacorti, e contro a’ buoni cittadini ch’erano tratti senza loro saputa o procaccio alle loro case. E venendo a valicare i ponti dell’Arno, trovarono alcuna lieve resistenza di gente ignorante del fatto, e tra loro non era alcuno de’ Gambacorti, in manifesto segno che quel dì era terminato alla loro ruina; perocchè se alcuno di quella casa fosse comparito in arme, tanti e tali erano i cittadini tratti per difenderli, ch’avrebbono ributtati i loro avversari e la gente dell’imperadore al Ponte vecchio e al Ponte della spina; ma non apparendo alcuno de’ Gambacorti, il Paffetta e messer Lodovico colla cavalleria dell’imperadore furono lasciati passare, e addirizzaronsi verso casa i Gambacorti, e trovandole senza alcuna difesa, le feciono rubare e appresso ardere; e per questo inopinato furore presi i non colpevoli Gambacorti con certi altri loro amici, e arse le case, diedono per quella giornata, a dì 21 di maggio del detto anno, riposo al furore dello scommosso popolo. I presi furono Franceschino, Lotto, Bartolommeo, Piero e Gherardo de’ Gambacorti; e gli altri cittadini di loro seguito furono ser Benincasa Giunterelli notaio della condotta, Cecco Cinquini, ser Piero dell’Abate, ser Nieri Papa, Neruccio Mestondine, Neri di Lando da Faggiuola, Ugo di Guitto, e Giovanni delle Brache, messer Guelfo de’ Lanfranchi, e messer Piero Baglia de’ Gualandi, messer Rosso de’ Sismondi e Francesco di Rossello. E avvegnachè tutti questi fossono in questo dì presi, nondimeno non però tutti furono giudicati dall’imperadore, come appresso diviseremo nei dì della loro condannazione.

CAP. XXXIV. Di novità seguite a Lucca.

In questo avviluppato furore della commozione di Pisa fu di subito la novella a Lucca; e a’ Lucchesi parendo che fosse venuto il tempo di potere uscire del grave giogo e servaggio de’ Pisani, incontanente a dì 22 del detto maggio sommossono i loro contadini che venissono a liberare la città, che da loro erano impotenti a ciò fare, perocchè erano pochi e male in arme da potere muovere tanto fatto. I contadini caporali nemici de’ Pisani per l’animo della parte e per le gravi oppressioni, trassono subitamente d’ogni parte alla città, e i cittadini mossono il romore dentro, e presono l’arme contro alle guardie delle porti, che di quelli dell’Agosta non temeano, perocch’era in mano della gente dell’imperadore, e non si travagliavano di difendere la città a’ Pisani; e avendo già presa alcuna porta, misono dentro parte de’ loro contadini, e col loro aiuto ripresono tutte le fortezze della città e tutte le porti, fuori che quella del castello e quella del prato; essendo già liberi signori del corpo della terra, e potendovi mettere i contadini e fortificarsi alla difesa della loro libertà, e poteano avere subito aiuto di gente d’arme da’ loro vicini, e’ Pisani non erano in istato da contradiarli, e l’imperadore tradito da’ Pisani non li avrebbe atati, assai chiaro era tornata la libertà nelle loro mani, ma forse non compiuto ancora il termine de’ loro peccati; e però avvenne, che certi popolani ch’erano meno male trattati da’ Pisani che gli altri, e alquanti degl’Interminelli, per tema che la tirannia già passata di Castruccio non tornasse loro a male, tradirono i loro cittadini, e dissono ch’aveano da’ Pisani ogni patto che sapessono dimandare, e che con buona pace sarebbono liberi. Il popolo vile, nutricato lungamente in servaggio, lievemente si lasciò ingannare, e lasciarono accomiatare i contadini e restituire la guardia delle porti a’ Pisani; i quali per riprendere con più asprezza la signoria, fattisi forti nella città arsono molte case de’ cittadini, e i più franchi e chi avea alcuno polso cacciarono fuori della terra, e i miseri che dentro vi lasciarono strinsono sotto gravi servaggi della loro vita, e tolsono loro ogni ferramento d’arme, e in Pisa tenendo in sospetto l’imperadore si feciono rendere la guardia dell’Agosta, e voleano che privilegiasse loro la signoria di Lucca: di questo li tenne sospesi a questa volta, ed eglino riavendo l’Agosta si contentarono.