CAP. XLIX. Come il vescovo d’Arezzo diede le sue ragioni che avea in Bibbiena al comune di Firenze.
Messer Buoso degli Ubertini vescovo d’Arezzo, non potendo sotto altro titolo che d’allogagione a fitto, a dì 7 di settembre 1359 allogò al comune di Firenze per certo fitto annuale, facendo le carte dell’allogagione di sette anni in sette anni, e facendone molte, le quali insieme sono gran novero d’anni, e confessò il fitto per tutto il detto tempo, e largì al comune ogni ragione e giurisdizione e signoria che ’l vescovado d’Arezzo avea nella terra e distretto di Bibbiena, e le carte ne fece il detto ser Piero di ser Grifo; e con questa cautela fu giustificata l’impresa del nostro comune. Questa concessione fatta per lo vescovo fu approvata e confermata per lo comune d’Arezzo, il quale per fortificare le ragioni del nostro comune ogni ragione ch’appartenea per qualunque ragione avea in Bibbiena gli diede liberamente. A queste giuste ragioni s’aggiugnea l’animo e buono volere de’ terrazzani di Bibbiena, che volentieri fuggivano la tirannia di quelli da Pietramala: ciò cominciarono a mostrare quelli ch’erano cacciati di fuori, ch’erano nel campo de’ Fiorentini guerreggiando i Tarlati, e di poi lo mostrarono quelli ch’erano dentro quando si vidono il tempo di poterlo fare, come seguendo nostro trattato racconteremo.
CAP. L. Seguita la sequela della compagnia.
Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia, uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’ detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati; e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere, e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare; il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore, di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno, che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito, si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.
CAP. LI. De’ fatti di Sicilia e del seguire l’ammonire in Firenze.
Per sperienza di natura vedemo, che l’uomo appetisce di vari cibi, e che di tale varietà lo stomaco piglia conforto, e fa digestione; e così quando l’orecchie con fatica pure d’un medesimo modo udire desidera intramesse d’altro parlare. Noi seguendo quello che natura per suo ricriamento acchiede in quello luogo, accozzeremo molte novelle occorse in molti luoghi e in uno tempo diversi, nè del tutto degni di nota, nè da essere posti a oblio, e farenne una nuova vivanda in queste parti. Per lo poco polso, e per la poca forza e vigore ch’aveano le parti che governavano l’isola di Cicilia, loro guerre erano inferme e tediose; il duca e’ Catalani col seguito loro aveano assai poca potenza, e la parte del re Luigi molto minore; e le lievi guerre e continove straccavano e consumavano l’isola, e nè l’una parte nè l’altra poteano sue imprese fornire, e pure si guastavano insieme con fame e confusione de’ paesani, che a giornate correano in miseria. Il duca avea alquanto più seguito, e que’ di Chiaramonte speranza nell’aiuto del re Luigi, che promettea loro assai, e poco facea; onde i gentili uomini non tanto per amore del re, quanto per sostenere sè medesimi, e loro fama e grandigia, intendeano alla guardia di Palermo, e d’alcuno castello che il duca tenea debolmente assediato col braccio de’ Catalani, tra che gli assediatori erano fieboli e di poca possanza, e gli assediati poveri d’aiuto, niuna notevole cosa era stata a oste di quelle terre; e lieve era agli assediati a schernire i nemici, e fargli da oste levare, perchè oggi si poneano, e ’l dì seguente se ne levavano, e parea la cosa quasi nel fine suo, per impotenza dell’una parte e dell’altra. Ma quello che segue, tutto paia da’ principii suoi da poco curare e di piccola stificanza, più nel segreto del petto che non mostra in fronte, se Dio per sua pietà non provvede, chi sottilmente mira, può generare divisione e scandalo nella nostra città. In questi giorni, colle febbri lente continove dell’isola di Cicilia, le nostre, civili mali, ne’ loro principii non curate, si perseguia l’ammonire chi prendesse o volesse prendere uficio, e non fosse vero guelfo, o alla casa della parte confidente. E certo in sè la legge era buona, come addietro dicemmo, ma era male praticata, e recata a fare vendetta, e altre poco oneste mercatanzie, perchè forte la cosa spiacea agli antichi e veri guelfi, e agli amatori di quella parte, e della pace e tranquillità del nostro comune. E scorto era per tutto, che ’l mal uso della riformagione tenea sospesi, e in tremore e in paura più i guelfi ch’e’ ghibellini, e sospettando di non ricevere senza colpa vergogna. A queste due travaglie aggiugneremo una novità d’altre maniere. I Romani, che già furono del mondo signori, e che diedono le leggi e’ costumi a tutti, erano stati gran tempo senza ordine o forza di stato popolare, onde loro contado e distretto si potea dire una spelonca di ladroni, e gente disposta a mal fare. Il perchè volendosi regolare, e recarsi a migliore disposizione, avendo rispetto al reggimento de’ Fiorentini, feciono de’ loro cittadini popolari alquanti rettori con certa podestà e balía assomiglianti a’ nostri priori, tutto che molto minore, e feciono capo di rioni sotto il titolo di banderesi: ivi rispondeano a ogni loro volontà duemilacinquecento cittadini giovani eletti e bene armati, i quali al bisogno uscivano fuori della città bene armati a fare l’esecuzione della giustizia contro a’ malfattori. Avvenne in questi giorni, che conturbando con ruberie il paese uno Gaetano fratello del conte di Fondi, fu preso, e senza niuna redenzione fu impiccato, con molti suoi compagni che furono presi con lui di nome e di lieva. Il perchè da queste e da altre esecuzioni fatte contro a’ paesani e’ cittadini che ricettavano i malfattori, oggi il paese di Roma è assai libero e sicuro a ogni maniera di gente.
CAP. LII. Come Bibbiena per nuovo capitano fu molto stretta.
La punga che ’l comune faceva per avere Bibbiena era grande, e la resistenza de’ Tarlati molto maggiore, e faceano forte maravigliare i governatori del nostro comune, veggendo la durezza e la pertinacie loro, non aspettando soccorso di luogo che venisse a dire nulla; e come che la cosa s’andasse, non fu senza infamia del capitano del popolo ch’era de’ marchesi da Ferrara, il quale era stato mandato per capitano di tutta l’oste, il quale vilmente e lentamente in tutte cose si portava, e d’alcuni cittadini che gli erano stati dati per consiglio. Onde il comune prese oneste cagioni e’ rivocarono il capitano e ’l suo consiglio, e in suo luogo mandarono il potestà con altri cittadini, il quale fu messer Ciappo da Narni, uomo d’arme valoroso, e sentito assai. Il quale avendo da Firenze molti maestri di legname e di cave, prestamente fece cignere la terra di fossi e di steccati, e imbertescando i luoghi dov’era bisogno, e in più parti, e alla rocca e alla terra fè dirizzare cave, e simile faceano que’ d’entro per riscontrare. Appresso vi dirizzarono due dificii che gittavano gran pietre, e di dì e di notte secondo uso di guerra li molestavano, senza dare loro riposo. Que’ d’entro per rompere e impedire i mangani dirizzarono manganelle, colle quali assai danno facevano. Nè contento il capitano alla detta sollicitudine, cominciò a cavare l’altre torri de’ Tarlati per tenerle strette, e in esse cercava trattati, ne’ quali fu preso Corone, e Giunchereto, e Frassineto per battaglia, e all’uscita di settembre presono Faeto castelletto ch’era di messer Leale, nel quale trovarono assai roba, e predato il paese, si tornarono al campo. E perchè le castella prese erano del contado d’Arezzo, il comune liberamente le rendè agli Aretini, i quali molto le ebbono a grado, e tutto che nostro comune perseguitasse quelli da Pietramala a suo potere, gli Aretini seguendo il grido non stavano oziosi, facendo dal lato loro, quanto poteano e sapeano di guerra. E nel detto tempo in sul giogo ripresono un loro castello che ’l conte Riccardo dal Bagno lungo tempo avea loro occupato; e perseguendo l’assedio, nell’entrante d’ottobre furono tratti a fine e forniti tre battifolli intra’ campi erano posti, onde la terra fu per modo circondata d’assedio ch’entrare nè uscire non potea persona. Lasceremo assediata Bibbiena, e a suo tempo diremo come fu presa, e diremo alquanto delle cose straniere, che in questi tempi avvennono da fare menzione.
CAP. LIII. Come il re d’Inghilterra passò in Francia con smisurata forza.
Poichè al re d’Inghilterra fu manifesto, che la pace che fatta avea col re di Francia da’ Franceschi non era accettata, e che il re di Navarra avea fatta pace col Delfino di Vienna, la quale si stimava per li discreti essere proceduta d’assento e ordine di esso re d’Inghilterra, sotto speranza, che essendo il re di Navarra ne’ consigli de’ Franceschi e creduto da loro, più dentro potesse a tempo preso di male operare in sovversione della casa di Francia, che di fuori colla guerra, perocchè come il savio dice, che niuna pestilenza è al nocimento più efficace che il domestico e famigliare nemico, aggravando alle cagioni della guerra, con dare il carico di non volere la pace a’ suoi avversari, fece suo sforzo di suoi Inghilesi e di gente soldata maggiore che mai per l’addietro, e mandò in prima il duca di Lancastro con centoventitrè navi, nelle quali furono millecinquecento cavalieri e ventimila arcieri, all’entrata d’ottobre 1359, e posto in terra la gente, si mise infra il reame di Francia verso Parigi, e col navilio predetto tornato nell’isola, aggiunte molte altre navi, all’uscita del mese il re Adoardo col prenze di Gaules e con gli altri suoi figliuoli, con esercito innumerabile di suoi Inghilesi a piè, quasi tutti arcieri, anche passò a Calese. E secondo ch’avemmo per vero, il numero di sua gente passò centomila. La detta mossa contro al tempo di guerra fa manifesto, che molto empito e smisurato volere movea il re Adoardo, e fermezza nell’animo suo ch’era grande e smisurato d’ottenere quello che lungo tempo avea desiderato, perchè principiò nell’entrata del verno, che suole dare triegua e riposo alle guerre. E perchè il tempo allora era dirotto alle piove, e il paese di Francia è pieno di riviere, molti stimarono che ciò facesse, per dimostrare a’ nemici quello che della guerra potesse seguire nella primavera e nella state, cominciando in sul brusco per spiacevole tempo, e per infiebolire gli animi loro sì con la possa smisurata, e sì con dare speranza di molta e tediosa lunghezza di guerra. Come procedette questa trionfale e terribile impresa, seguendo a suo tempo diremo.