Insomma quello doveva essere proprio l'ideale di Elisa, quello che meglio rispondeva a tutte le sue idee, le sue abitudini, le sue tendenze! Zia Balbina sfidava chicchessia a trovare per Elisa un marito più ad hoc del conte Emilio Serramonti!
Tutto ciò era molto vero in sostanza e il cuore di Elisa era come una bella casettina nuova che non ha ancora avuto inquilini. Ella accettò fiduciosamente quello sposo, le cui qualità erano indiscutibili, e che aveva comuni con lei e col padre suo tante idee e tante simpatie. E quando, pochi anni dopo il matrimonio della figlia, il barone Nardi si sentì presso la sua fine (immatura dopo tutto, poichè non toccava i 50 anni) benedì in cuor suo il gran dolore che gli aveva imposto la zia Balbina. Oh! sì! poteva chiuder gli occhi in pace, contento del suo sacrificio. Lasciava la sua Elisa nel pieno possesso di una calma, di una ragionevole felicità. Di una cosa soltanto si rammaricava: che ella non avesse figli. Da qualche tempo, più specialmente, questa circostanza lo impensieriva.
Ma zia Balbina, venuta in quei giorni dolorosi, a recare il conforto e l'aiuto della sua testa pratica, combattè colla più consolante energia quel rammarico del fratello.
Ma che! Ubbie! Una donna intellettuale, come Elisa, dotata di sì grandi risorse di spirito, con un marito, quale glielo aveva procurato lei stessa, poteva benissimo far senza della distrazione dei marmocchi. Suo marito amava ricevere, essa lo coadiuvava mirabilmente, avevano un salone letterario frequentato dalle più alte intelligenze. Che poteva desiderare di più, coi suoi gusti, quella povera cara Elisa!
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Veramente, quando, in capo a poche settimane, quella povera cara Elisa perdette il padre suo, una cosa soltanto desiderò con intenso desiderio e fu che la lasciassero sola col suo dolore. Provò una violenta gratitudine pel marito, il quale la sottrasse alle consolazioni e ai ragionamenti pratici di zia Balbina, conducendola seco a fare un lungo viaggio durante il quale egli si occupò assai colle sue medaglie e lasciò ch'ella si occupasse colle sue lagrime e col suo immenso rimpianto.
Non mai, come in seguito a questo pietoso salvataggio, ella fu tentata di credersi ciò che tanto si applicava ad essere: una moglie felice. E quando suo marito ammalò alla sua volta d'una lunga e gravosa malattia che li trascinò per anni ed anni, in caldi e lontani paesi, unica infermiera del conte Emilio fu la moglie sua. Veramente affettuosa ed intima e dolcemente fraterna fu l'esistenza di quei due!
Quando egli morì, dopo solo sei anni di matrimonio, di una dolce morte, confortata da sincere lagrime, ella si sentì veramente sventurata. Le parve che colla nuova si riaprisse in lei l'antica ferita. Nella sua completa solitudine morale, quelle due care memorie ella confuse in un culto di indole quasi pari, e le parve di sentir compiuta e chiusa la vita del suo cuore, nella duplice tristezza del suo lutto di figlia e di sposa...
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A Costantinopoli ella aveva perduto suo marito, ed ella stessa ne ricondusse la salma in Europa.