Svoltò l'angolo della villa, si mise pel fossatello, e, scivolando come una serpe per l'erba agitata dal vento, fu in un lampo alla corte rustica. Svegliò il fattore, un vecchio animoso, che alla sua volta destò e fece armare frettolosamente cinque o sei dei più arditi famigli. Guidata da Drollino, la piccola comitiva avviata a sorprendere i malviventi si recò nel luogo accennato dal fanciullo. Allorchè vi giunse, i ladri, che non si erano ancor avveduti di nulla, erano già intenti a smovere l'inferriata d'una delle finestre a terreno, in faccia ad un corritoio che metteva capo al tinello, dove alla sera si rinserrava l'argenteria.

Drollino capitanò la schiera dei famigli sino al riparo d'una vicina macchia d'oleandri; poi si spinse solo, strisciando come un rettile, finchè giunse quasi accanto ai ladri. Allora si voltò, accennando ai suoi di farsi avanti. Ma in quel momento volle fatalità che la luna, liberandosi inaspettatamente dalle nubi, piovesse sul mistero muto di quella scena una viva striscia di luce mercè la quale il viso da zingaro di Drollino e la sua mano alzata a far cenno, riusciron visibili ai ladri.

Questi, lasciata sul momento l'inferriata, si diedero a fuggire precipitosamente. Allora, nel silenzio della notte, si sentì, acuta, stridula, rapida come lo scoppio d'un razzo, la voce di Drollino che mandava il grido d'allarme «Ai ladri!» E gridando, s'era lanciato su quello dei malfattori che gli stava più vicino e gli si era appeso ad un braccio facendosi, nella fuga precipitosa di colui, trascinare come un peso morto. Il cane di guardia abbaiava a squarciagola, i contadini inseguivano correndo; s'era alzato un baccano incredibile.

A un tratto si vide un lampo, s'udì uno sparo, cui tenne dietro un grido acutissimo. I fuggitivi erano incalzati da vicino, ma due di questi riescirono a porsi in salvo; il terzo, quello a cui s'era avvinghiato Drollino, e che per isbarazzarsene gli aveva sparato addosso un colpo di pistola, fu preso. Ma il fanciullo giaceva inerte sul terreno.

Non morto però, nè moribondo. La palla s'era acquartierata in un polpaccio rispettando le ossa. Gli venne estratta la notte stessa ed egli rimase l'eroe incontrastato dell'avventura.

Il Principe venne a trovarlo nello stanzino del portinaio; s'accostò al letto, disse un sonoro «bravo», e cacciò la mano sotto il lenzuolo per sentire il parere del polso. C'era un po' di febbre, naturalmente, ma nulla di grave.

L'eroe era debole assai, ma grato, superbo di aver meritato tanti onori e sopratutto una visita del Principe. Al padre che gli chiedeva più tardi se nel momento terribile non avesse avuto paura, rispose coscienziosamente di no.—Cioè—corresse un momento dopo—ho avuto paura di due cose: che mettessero fuoco alle scuderie e che destassero la signorina Milla!

Rimase a letto per una ventina di giorni. Il Principe non s'era accontentato dell'elogio fattogli in quella notte memorabile. Mandava ogni giorno a prender sue notizie e volle che fosse per tutto il tempo della malattia nutrito a spese della casa. Poi un bel mattino, quando seppe che era proprio guarito, lo mandò a chiamare.

Drollino venne subito accompagnato da suo padre. Era ancora assai debole; il sangue perso e quei venti giorni di letto l'avevano infiacchito assai; era magrissimo e aveva le labbra smorte. Il cuore gli batteva forte e le gambe gli tremavano un poco mentre attraversava la lunga infilata delle sale a terreno. Il Principe stava ad aspettarli nel salotto chinese e vicino a lui c'era Milla vestita di bianco come al solito, coi begli occhioni azzurri spalancati, per contemplar meglio l'eroe di quella misteriosa nottata.

A dir vero, siccome essa dormiva placidamente quand'era accaduto tutto quel tramestìo, non sapeva bene cosa fosse stato; ma dai discorsi di Miss Spring, entusiasta del fiery boy, s'era capacitata che Drollino aveva fatto qualche cosa di straordinario. E perciò lo guardava ammirata, un po' impaurita forse da quella magrezza e da quel pallore eccessivo.