CCXLI.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ebbi e' marzolini, cioè dodici caci. Sono molto begli: ne farò parte agli amici e parte per casa. E come altre volte v'ò scritto, non mi mandate più cosa nessuna, se io non ve ne chieggo, e massimo di quelle che vi costano danari.
Circa il tôr donna, come è necessario, io non ò che dirti; se non che tu non guardi a dota, perchè e' c'è più roba che uomini: solo ài aver l'ochio a la nobiltà, a la sanità, e più alla bontà, che a altro. Circa la bellezza, non sendo tu però el più bel giovane di Firenze, non te n'ài da curar troppo, purchè non sia storpiata nè schifa. Altro non m'acade circa questo.
Ebbi ieri una lettera da messer Giovanfrancesco che mi domanda se io ò cosa nessuna della Marchesa di Pescara.[218] Vorrei che tu gli dicessi che io cercherò e risponderògli sabato che viene; benchè io non credo aver niente: perchè quando stetti amalato fuor di casa, mi fu tolto di molte cose. Àrei caro, quando tu sapessi qualche strema miseria di qualche cittadino nobile e massimo di quelli che ànno fanciulle in casa, che tu m'avisassi, perchè gli farei qualche bene per l'anima mia.
A dì 20 di dicembre 1550.
Michelagniolo Buonarroti in Roma.
Archivio Buonarroti. Di Roma, 28 di febbraio 1551.
CCXLII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.