A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

A dì 25 di gugnio 1563.

Lionardo. — Io ò ricevuto il trebbiano con altre tua lettere e della Francesca. Non ò risposto prima, perchè la mano non mi serve a scrivere; el simile dissi al signore Imbasciatore[274] del Duca. Della lettera di messer Giorgo, io ti ringrazio; e fa' mie scuse con messer Giorgo, perchè son vechio. A voi mi racomando.

Io Michelagniolo Buonarroti.

Archivio Buonarroti. Di Roma, 21 d'agosto 1563.

CCCXL.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Veggo per la tua lettera che tu presti fede a certi invidiosi e tristi, che non possendo maneggiarmi nè rubarmi, ti scrivono molte bugìe. Sono una brigata di giottoni: e se' sì scioco, che tu presti lor fede de' casi mia, come s'io fussi un putto. Lèvategli dinanzi come scandalosi, invidiosi, e tristamente vissuti. Circa il patir del governo che tu mi scrivi e d'altro: quanto al governo, ti dico che io non potrei star meglio, nè più fedelmente esser in ogni cosa governato e trattato; circa l'esser rubato, di che credo voglia dire, ti dico che ò in casa gente che me ne posso dare pace e fidarmene. Però attendi a vivere, e non pensare a' casi mia, perchè io mi so guardare, bisogniando, e non sono un putto. Sta' sano. Di Roma, a dì 21 d'agosto 1563.

Michelagniolo.

(D'altra mano.)