A Niccolò (Quaratesi) in Firenze.

Niccolò. — Io non potetti iersera al Canto de' Bischeri rispondervi resoluto, come era l'animo mio di fare, perchè sendo colui per chi voi mi parlavi, presente, e forse avendogli voi dato qualche speranza di quello che lui da me desidera, dubitai non vi fare vergognia. E benchè io mi scotessi più volte, non dissi però recisamente quello ch'àrei ditto a voi solo. E ora per questa ve lo fo intendere: e questo è che io non posso pigliare nessuno garzone per un certo rispetto, e tanto manco, sendo forestiere. Però io vi dissi che non ero per far niente infra dua o tre mesi, perchè e' pigliassi partito, cioè perchè l'amico vostro non lasciassi qua el figliuolo sotto la mia speranza: e lui non la intese, ma rispose, che se io lo vedessi, che non che in casa, io me lo caccerei nel letto. Io vi dico che rinunzio a questa consolazione e non la voglio tôrre a lui. Però per mio conto voi lo licenzierete, e stimo lo saperrete fare e farete in modo, che e' se ne andrà contento. A voi mi racomando.

Vostro Michelagniolo in Firenze.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, ( di maggio 1518).

CCCLIV.

(Al Capitano di Cortona).

Signor Capitano. — Send'io a Roma el primo anno di papa Leone, vi venne maestro Luca da Cortona pittore[294a] e riscontrandolo un dì apresso a Monte Giordano, mi disse che era venuto a parlare al Papa per avere non mi ricordo che cosa, e che era già stato per essergli stato tagliato la testa per amore della Casa de' Medici, e che gli parea come dire non essere riconosciuto: e dissemi altre simil cose che io non mi ricordo: e sopra a questi ragionamenti, mi richiese di quaranta iuli e mostrommi dov'io gniene avevo a mandare, cioè in bottega d'uno che fa le scarpe, dov'io credo che lui si tornava. E io, non avendo danari acanto, m'ero offerto di mandargniene: e così feci. Súbito che io fui a casa, io gli mandai detti quaranta iuli per uno mio garzone che si chiama, ovvero à nome Silvio,[294b] el quale credo sia oggi in Roma. Dipoi forse non riuscendo al detto maestro Luca el suo disegno; passati alquanti giorni, venne a casa mia dal Macello dei Corvi, nella casa che io tengo ancora oggi, e trovommi che io lavoravo in sur una figura di marmo, ritta, alta quatro braccia, che à le mani drieto,[294c] e dolfesi meco, e richiesemi d'altri quaranta iuli, che dice che se ne volea andare. Io andai su in camera, e porta'gli quaranta iuli, presente una fante Bolognese che stava meco, e anche credo che e' v'era el sopra detto garzone che gli aveva portati gli altri: e preso detti danari, s'andò con Dio. Non l'ò mai poi rivisto. Ma send'io allora mal sano, inanzi che detto maestro Luca si partissi di casa, mi dolfi seco del non potere lavorare; e lui mi disse: non dubitare che e' verranno gli Angioli da cielo a pigliarti le braccia e ti aiuteranno.

Questo vi scrivo io, perchè se dette cose fussino riplicate a detto maestro Luca, se ne ricorderebbe e non direbbe avermeli renduti (come la)[295] .... vostra Signoria scrive a Buonarroto che lui dice, e più che voi .... ancora che credete che e' me gli abbi renduti. Questo non è (vero) .... che io sia uno grandissimo ribaldo e così sarebe (se io cercassi) .... di riavere quello che io avessi riavuto: ma la vo(stra Signoria penserà) .... ciò ch'ella vuole: io gli ò a riavere e così giuro. (E se la vostra Signoria mi vorrà) .... fare ragione, lo può fare; quanto che no, ac .... Capitano.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, 15 di luglio 1518.

CCCLV.