CCCLVII.
A Pietro Urbano (in Firenze).[297]
Pietro. — Se tu se' guarito del dito e che ti paia di venire insino qua con Michele,[298] puoi venire, e portami dua camice. Se non ti pare di venire, màndamele per Michele, e avisami come tu stai.
Michelagniolo in Seraveza.
Archivio Buonarroti. Di Firenze, ( di settembre 1518).
CCCLVIII.
A Monsignor Reverendissimo de' Medici in Roma.
Monsignore Reverendissimo. — Per l'opera di San Lorenzo a Pietra Santa si cava forte, e trovando e' Carraresi più umili che e' non sogliono, ancora ò ordinato cavare la gran quantità di marmi, in modo che alle prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo mancar niente di quello che ò promesso io. Dio me ne dia grazia, perchè non fo stima d'altro al mondo che di piacervi. Credo àrò bisognio infra un mese di mille ducati: prego vostra Signoria Reverendissima non mi lasci mancare danari.
Ancora aviso vostra Signoria Reverendissima, com'io ò cerco e non ò mai trovato una casa capace da farvi tutta questa opera, cioè, le figure di marmo e di bronzo; e Matteo Bartoli a questi dì m'à trovato un sito mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera: e quest'è la Piazza che è inanzi alla chiesa d'Ogni Santi: e e' Frati, secondo mi dice Matteo, son per vendermi le ragioni v'ànno su, e 'l popolo tutto se ne contenta, secondo detto Matteo, che è de' Sindachi. Non ci è altri che ci abbi da far niente, se non gl'ufitiali della Torre, che sono padroni del muro d'Arno, al quale sono apoggiate tutte le case di Borg'Ogni Santi; e questi mi daranno licenzia, con la stanza ch'io farò, mi v'appoggi ancora io. Resta solo che e' Frati àrebbon caro una lettera della vostra Signoria Reverendissima, che mostrassi che questa cosa gli è in piacere: e sarebe fatto ogni cosa. Però quando paia a quella farne scrivere dua versi o a' Frati o a Matteo, lo facci.
Servo della Vostra Signoria Reverendissima
Michelagniolo.