XXXVII.

A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.

Carissimo padre. Per l'ultima vostra ò inteso come vanno le cose costà, benchè prima ne sapevo parte. Bisognia avere pazienzia e racomandarsi a Dio, e ravedersi degli errori; chè queste aversità non vengono per altro, e massimamente per la superbia e ingratitudine: che mai praticai gente più ingrate nè più superbe che e' fiorentini. Però se la iustizia viene, è ben ragione. De' sessanta ducati che voi mi dite avere a pagare, mi pare cosa disonesta e ònne avuto gran passione: pure bisognia avere pazienzia tanto quanto piacerà a Dio. Io scriverrò dua versi a Giuliano de' Medici, e' quali saranno in questa: leggietegli, e se e' vi piace di portargniene, portategniene: e vedrete se gioverranno niente. Se non gioveranno, pensate se si può vendere ciò che noi abbiàno: e andrèno a abitare altrove. Ancora quando vedessi che e' fussi fatto peggio a voi che agli altri, fate forza di non pagare e lasciatevi più presto tôrre ciò che voi avete: e avisatemi. Ma quando faccino agli altri nostri pari, come a voi, abiate pazienzia e sperate in Dio. Voi mi dite avere provisto a trenta ducati: pigliate altri trenta de' mia, e mandatemi el resto qua. Portategli a Bonifazio Fazi, che me gli facci pagare qua da Giovanni Balducci, e fatevi fare da Bonifazio una poliza della ricievuta de' detti danari e mettetela nella lettera vostra quando mi scrivete. Attendete a vivere; e se voi non potete avere degli onori della terra come gli altri cittadini, bastivi avere del pane e vivete ben con Cristo e poveramente come fo io qua; che vivo meschinamente e non curo nè della vita nè dello onore, ciò è del mondo, e vivo con grandissime fatiche e con mille sospetti. E già sono stato così circa di quindici anni che mai ebbi un'ora di bene e tutto ò fatto per aiutarvi, nè mai l'avete conosciuto, nè creduto. Idio ci perdoni a tutti. Io sono parato di fare ancora il simile i' mentre che io vivo, pur che io possa.

Vostro Michelagniolo scultore in Roma.

Museo Britannico. Di Roma, (dell'ottobre 1512).

XXXVIII.

A Lodovico di Lionardo di Buonarrota Simoni in Firenze.

Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra come siate ribenedetti: che n'ò avuto piacere assai. Ancora intendo come lo Spedalingo vi dà speranza e come vi pare d'aspettare: e così pare a me: perchè non è da fidarsi comperare da altri; e non credo, lui avendo più volte rafermo darvi qualche cosa, che e' vi strazi: però è buono aspettare. Giovanni da Ricasoli mi richiede d'una certa cosa che io non la voglio fare: e non ò tempo stasera da scrivergli: però vi prego diciate a Buonarroto facci mia scusa seco, e dicagli non stia a mia bada: lui intenderà. Ancora vi prego mi facciate un servizio; e questo è, che gli è costà un garzone spagnuolo che à nome Alonso[43] che è pittore, el quale comprendo che sia amalato: e perchè un suo o parente o amico spagnuolo che è qua, vorrebbe sapere come gli stà; m'à pregato che io deba scriver costà a qualche mio amico e far d'intenderlo e avisarlo. Però vi prego, o voi o Buonarroto, intendessi un poco dal Granaccio che lo conoscie, come gli stà, e avisassimi di cosa certa, acciò che paia che io abbia voluto servire costui. Non altro.

Vostro Michelagniolo scultore in Roma.

Museo Britannico. Di Firenze, (1516).