Le parole di Saba Malaspina intorno il messaggio a' Francesi usciti dalla città, che mostran gli umori di parte tra i nobili e la minutaglia di Napoli, son queste: Significant enim dictis Gallicis legatus et nobiles memorati, quod etiam in iis concitationibus populi non oporteret eos timentium assumere animos vel pavere, quia contra hujusmodi populum stolidum concitatum, praedicti nobiles cum ipsis Gallicis volunt esse.
[81] Saba Malaspina, cont., pag. 411.
Epistola citata di re Carlo a papa Martino.
Diploma di re Carlo, docum. XVIII.
CAPITOLO XI.
Carlo, fatta cruda vendetta in Napoli, s'appresta a un ultimo sforzo contro la Sicilia. Vano assedio di Reggio. Seconda ritirata di Carlo, e audaci fazioni de' nostri, che occupano molte terre in Calabria, val di Crati e Basilicata. Impresa dell'isola delle Gerbe. Sospetti del governo aragonese, e ruina d'Alaimo. Casi dei prigioni in Messina. Morte di re Carlo e di papa Martino. Provvedimenti della corte di Roma. Capitoli di Onorio. Insidia di due frati messaggi suoi in Sicilia.—Giugno 1284-1285.
Il dì medesimo della battaglia, re Carlo trapassava dai mari di Toscana a quei del regno, avendo seco da quaranta galee, portato da prosperi venti, da novelle speranze, finchè a Gaeta il nunzio incontrò, scrivealo al papa egli stesso, di sollecitudine e angoscia. Più che la perduta flotta, il trafisse la morte e prigionia de' suoi gagliardi; del figliuolo sol rammaricossi perch'era un pegno in man dei nemici; talchè nel solito abbandono di rabbia, o infingendosi, imprecavagli: «Foss'ei morto com'è prigione! Che m'è a perdere un prete imbelle, uno stolto che si da sempre a' consigli peggiori[1]?» I terrazzani di Gaeta, che già a stigazion de' loro usciti erano per ribellarsi agli avvisi di Napoli, cagliarono vedendo inaspettato con una flotta il re: il quale non curolli, tirato da vendette maggiori; che tra due pendeva, o inseguir Loria di {273} presente, o sfogare su Napoli[2]. A questa come più vicina si volse. Approdatovi il dì otto giugno, ricusava smontare nel porto; soprattenutosi al Carmine, minacciava arder Napoli; talchè a mala pena il dissuasero Gherardo e i nobili, i quali scusando il popolazzo con dirgli: «Sire, e' furono folli.—E io, rispondea, punirò i savi che ciò soffersero ai folli[3].» Lasciò dunque torturare i rei, o creduti[4]; investigò, borbottò; commosso infine a clemenza, contentossi di cencinquanta, o poco più, impiccati per la gola: ma sperava rifarsene con più largo sagrifizio nell'isola[5]. Le popolazioni di Puglia, che fortuneggiando il governo avean levato in capo, or s'umiliavano di tanto più basso; profferiano al re averi e persone: ed egli a tal apparenza dell'antico vigor di comando, col gran cuore che allora il portò sì alto, si fidava pure vincer la prova. Mette in punto a Napoli e l'armata sua e le reliquie della disfatta del principe; comanda si fornisca l'altra di Brindisi; scambia nell'armata del regno i capitani, nel civil governo gli officiali; non curante scrive per l'Italia: essersi involata innanzi a lui la flotta de' ribelli Siciliani, dissipata la codarda e mobil canaglia che gridava in terraferma; avanzargli soldati, marinai, ottantasei galee, teride altrettante, numerosa prole del figliuol suo per la successione {274} al trono; già movea a compiere il meritato sterminio dell'isola[6]. Al papa aggiugne: sol ch'abbia moneta, trionferà questa volta; il papa col solito amore provegga all'ultimo sforzo. Temendo pure esausto quel cieco zelo o il tesoro, il dì stesso commette al vescovo di Troia e a Oddone Polliceno, consiglieri suoi, che procaccino uno imprestito con l'intesa di fidati officiali del papa; vadano a corte di Roma, in Toscana, in Lombardia; richieggan città, compagnie, mercatanti, tutto purchè abbian cinquanta mila once d'oro. Pochi dì appresso raccomandavasi a maestro Berardo da Napoli notaio del papa, dicendo accatto non più, ma sussidio[7]. Nè invano il chiese a Martino, che fatto per lui tanto sperpero delle decime dell'orbe {275} cattolico[8], or entro un mese gli fornì novellamente quindicimila e seicento once di oro; spigolandole dalle lontane chiese di Scozia, Dacia, Svevia, Ungheria, Schiavonia, Polonia; e allegando sempre l'onore e 'l pro della navicella di Pietro[9].
Il quarto poderoso armamento adunava dunque Carlo, con le forze ausiliari della più parte delle città italiane; e die' superbamente il ritrovo a Reggio, occupata allora dai nostri[10]. A Brindisi ei cavalcò il ventiquattro giugno; di Napoli fe' salpar la flotta sotto due ammiragli, l'un provenzale, italiano l'altro, che, girato intorno alla Sicilia, per accrescer terrore a' nemici, e schivar essi il passaggio dello stretto, niente sicuro con Loria e i Messinesi al fianco, alla flotta dell'Adriatico si congiungessero. Navigando costoro s'avvennero in una nave mercatantesca catalana; e presala, gli uomini tutti, da pochi Romani e Pisani in fuori, gittarono in mare, come se ciò riparasse l'onta della sconfitta di Napoli. Insultate poi qua e là le costiere dell'isola, appresentansi un momento provocando alla catena del porto di Messina; vanno a trovare l'altra armata a Cotrone; e riforniti di vivanda, a mezzo luglio, pongonsi all'assedio di Reggio. Quivi per terra andò il re con l'esercito di diecimila cavalli e quaranta migliaia di pedoni, se da creder è a Bartolomeo de Neocastro. Sommarono a cencinquanta o dugento i legni grossi. Carlo si pose alla Catona con parte dell'oste; il grosso lasciò a campo a Reggio: presala, e come no? si passerebbe in Sicilia[11].
E Reggio, debol di sito e di mura, tenne inopinatamente, {276} per la virtù di Guglielmo de Ponti catalano, e d'un picciol presidio di Catalani e Siciliani, nel quale si noveravan Messinesi trecento. Sostennero i nostri ogni più duro assalto; e la vigilanza alle guardie faticosissima ai pochi: e con fino saettar dalle mura scemavano gli assedianti, gente vendereccia o venuta a forza, odiante forse il vecchio re cui la fortuna volgeva le spalle, e mormorante per la penuria delle vittuaglie, non provvedute abbastanza dal principe di Salerno, e scarsissime d'altronde quell'anno {277} per tutta Calabria[12]. Indi a rinfrancarsi i Messinesi dopo il primo terrore[13]. Indi a sgomenarsi in un attimo, nelle maestre mani di Carlo, la mal costrutta macchina di questa guerra. Tra il sì e il no di valicare lo stretto[14], Carlo aspettò alla Catona infino allo scorcio di luglio[15]; e vedendo che l'assedio di Reggio era niente, corse a incalzarlo egli stesso; e il quattro agosto passò oltre ad Amendolia; il cinque alle spiagge di Bruzzano: e facea venir vittuaglie e stromenti da guerra, e par che quivi aspettasse l'esito di qualche tradimento in Sicilia[16], e disegnasse qualche altro assalto su la costa orientale dell'isola[17]. Perchè tentando {278} anco l'esca delle concessioni, forse per chiesta de' Siciliani con cui praticava, creò vicario generale in Sicilia con pien potere il conte Roberto d'Artois, fidando in esso, dice il diploma, come nella sua persona medesima, e dandogli di poter dispensare perdoni e guarentigie, che il re ad occhi chiusi confermerebbe: e pensava mandarlo in Sicilia con un grosso di genti[18]. Questo disegno non fu recato ad effetto. Rivien Carlo sopra Reggio; tentata senza pro una scaramuccia, sciogliene l'assedio il tredici agosto[19]; e tornasi alla Catona con quanto avea d'oste e di navi.
E incontanente in Messina Ruggier Loria, non potendo per tale smisurato divario di forze uscir con l'armata, ordinò schiere di cavalli su le spiagge: il popol tutto intrepido e lieto ripigliava le armi; l'infante Giacomo confortavalo con la sua presenza; nè andò guari che i Messinesi con sottili barche a remeggio dier principio a molestar le galee nimiche, motteggiando e saettando se potessero trarle presso al porto di Messina[20]. Provocarono invano, perchè il nemico non pensava ormai che a ritrarsi. {279}