Spartita mosse in sei schiere o piuttosto eserciti; un dei quali col gonfalon della Chiesa ubbidiva al legato. E prima inviperito costui, perchè la sola Elna resistesse nell'occupazion di Perpignano e di tutto il contado, raccende i soldati a metter tutti gli abitatori al taglio della spada; chè contro nimici della Chiesa o non era peccato, o ei l'assolvea. Quindi nè ad età, nè a sesso, nè a religione perdonaron entro la misera villa le genti crociate: e violaron le suore ne' monisteri, e trucidarono i sacerdoti, e le donne dopo averle sforzate, e infransero a' muri i tenerelli bambini[44], perchè Pier d'Aragona non potesse aiutar la Sicilia, e restasser soddisfatte le voglie di casa d'Angiò, di parte guelfa, della romana corte in Italia. Ma dopo il facil conquisto {323} del Rossiglione, l'esercito forza fu che s'arrestasse alle chiuse de' Pirenei, sotto il colle di Paniças, donde valicar disegnava, per non discostarsi gran tratto dall'armata e dal mare. A tal intoppo la immensa moltitudine si disordinò: tutti doleansi; molti partiansi dall'oste; i quali a dileggio andavan prima a pie' del colle con tre sassi, e scagliandoli, «Questo, diceano, per l'anima di mio padre, questo di mia madre, questo alla mia:» e preso un pugno di terra spagnuola, riponendoselo in tasca, «Questo, aggiugneano, guadagnerammi la perdonanza.» Donde il legato, impaziente e inesperto di guerra, tanto peggio sbuffava. Garrì una volta di poco animo i capitani francesi; al che re Filippo non potè starsi, che non rispondesse brusco: gran parlar militare ei facea; prendesse le sue schiere e salisse ei primo le chiuse. Un'altra ne toccò il legato da re Pietro, quando ingiuntogli per messaggio superbamente di sgombrare dalla terra della Chiesa e di Carlo re d'Aragona: «Poco, Pietro lor disse, poco questa terra costa e a chi donolla e a chi l'accettò: i miei maggiori la guadagnavano col sangue; chi la vuole, comprila adesso a tal prezzo[45].»

Nè millantavasi il grande, il quale con maravigliosa costanza, audacia, e intendimento di guerra si resse tra cotanta rovina, ancorchè da tutti abbandonato, in pena della sua violenza troppa al comando; chè nè esercito avea per sè, nè flotta, nè danaro, nè zelo de' popoli. Com'adunata seppe l'oste di Francia a Tolosa, ma non qual via terrebbe, fidando pur nell'indole de' suoi, che a niun patto non avrebbero sofferto dominazione straniera, chiama all'armi {324} i nobili e le città d'Aragona, che guardino lor confini; ingiunge lo stesso in Catalogna alle città e a' cavalieri del Tempio e di san Giovanni; a Barcellona con la campana a martello, com'era usanza, leva il popol all'arme. Indi, agli avvisi dell'occupato Rossiglione, corre a quelle frontiere; quivi dà ritrovo a ragunarsi le genti; ed egli, soprastato alquanto a Junquera per esser senza forze, penetrando che il nemico presenterebbesi la dimane, gittasi il dieci maggio a prevenirlo alle chiuse, o almeno morirvi re: con ventotto cavalli soli e settanta pedoni, monta sul colle di Paniças, che risguarda da un canto il golfo di Roses, dall'altro sovrasta a una stretta gola di monti, aspra sì, ma la meno in quelle giogaie. Quivi la notte fe' porre sparsi e molti fuochi per finger grand'oste; e guadagnati con tale stratagemma uno o due dì, attendovvi poi le genti di Catalogna che s'andavano ragunando; la gola afforzò di ridotti, e munizion di botti piene di sabbia, e massi da rotolare dall'alto. Gli altri passi guardò con le poche forze che tor si potea d'allato; più tosto velette che schiere. Al campo di Paniças veniano a Pietro gli ambasciatori di Bohap, re di Tunis; e quivi stipulossi il due giugno un trattato di tregua e commercio per quindici anni, che dava reciprocamente sicurezza e favore alla navigazione e al commercio de' sudditi dei due re, compresi espressamente in que' di Pietro i Siciliani; e fruttava a Pietro il pagamento dell'antico tributo di Tunis alla corona di Sicilia, co' decorsi di esso non pagati a Carlo d'Angiò. Con tal sicuro animo il re d'Aragona affrontò l'immensa ruina che gli sovrastava! Tenne ben tre settimane a pie' de' Pirenei l'esercito di Francia, che una volta fe' prova a sforzar le chiuse, e funne respinto[46].

Ma, come avviene, non mancò (e fu questa volta dei {325} monaci d'una badia tra que' monti) un traditore che mostrasse altro passo al nemico[47] per burroni asprissimi, e però men guardati; pei quali alfine traghettava di mezzo giugno l'oste francese. Allor Pietro, lasciata l'inutil postura di Paniças, muta secondo necessità i modi e gli ordini della guerra; licenzia le genti; vieta consumar le forze a difesa di picciole terre; egli stesso abbandona dietro breve avvisaglia Peralada, che i suoi bruciarono; mal si ritrae se per antivenir nel saccheggio i nemici, o da eroico pensiero del visconte di Rocaberti, signor della terra, ch'altro modo non vedea d'arrestare per poco il Francese. Indietreggiò dunque Pietro per Castellon e Girona; chiamò frettoloso i rappresentanti delle città. I quali vedendo presi dallo spavento ch'erasi sparso per Catalogna, sì che molti si rifuggiano in Valenza, li riconforta con franco volto; spiega ad essi il disegno di spossare il nemico con guerra guerriata; chiede poca moneta per tener insieme poche forze. Avutala, munisce Girona alla meglio di viveri; comanda che sgombrila in tre dì la gente da non portar arme; l'afforza di bastioni e spianate, e d'un picciol presidio di cento cavalli e due mila cinquecento tra almugaveri e balestrieri, sotto il comando di Ramondo Folch, visconte di Cardona. E re Filippo con tutto l'esercito, innondata la Catalogna settentrionale che i popoli abbandonavan dassè, pose il campo a Girona; e, come se fosse compiuto il conquisto, il legato coronò Carlo re d'Aragona; a' cavalier di lui fu spartito in feudi il paese. Al medesimo tempo tutte le {326} costiere infino a poche miglia sopra Barcellona furono ingombre dallo immenso navilio collegato[48], segnalatosi solo per enormezze al capo di San Filippo; ove l'ammiraglio richiamò i miseri abitanti fuggiti al venir suo, e li fece arder vivi ne' lor casolari[49].

Pietro in questo tempo affortificò Barcellona con molta cura; armovvi undici galee; e dava principio a colorire i suoi disegni, richiedendo il militare servigio del reame d'Aragona. Ma dinegatogli per le stesse cagioni dette dianzi; ei fa sembiante di non curar nè ciò, nè i Francesi, nè la corona o la vita: dà a sollazzarsi spensierato in desinari e cacce; sdegnando venirne a più umil patto coi sudditi, e aspettando che l'insulto nimico facesse ciò che il comando suo non potea. E per vero i cavalier catalani, maneggevoli d'altronde, e or più per sentire il fuoco in casa, tra non guari vennero disperati a pregarlo un dì a Barcellona che li conducesse pur contro il nimico; ai quali Pietro fermo rispondea: stare in questa guerra ei solo da una parte, tutto il mondo dall'altra; e con tutto ciò potrebbe da' presenti danni lampeggiar fuori più viva gloria, se gli {327} uomini non poltrissero. Non era, no, aggiugnea, vergogna di Pier d'Aragona tal nemico guasto di tutta la Catalogna. Ei, sol che avesse un destriero e una spada, saprebbe viver lieto quanto niun cavaliere; e nulla era il regno a lui, ma molto a' Catalani lo giogo straniero: però non comandava, non isforzava; se voleano, s'armasser pure, ed ei mostrerebbe come farsi la guerra. Ubbidito, ordinolli in due grosse poste a Besalu e ad Hostalric, a fianco del nemico. Talchè punti dagli atroci oltraggi del Francese, adescati dal bottino, i Catalani diersi a infestar tutto il paese intorno intorno all'esercito. La lega d'Aragona pur si mosse a mandar qualche picciolo aiuto. E Pietro a poco a poco levandosi, e pensando anco al mare, inanimito dagli audacissimi fatti de' suoi corsari, lasciò salpar di Barcellona l'armatetta regia, capitanata da Ramondo Marquet e Berengario Mallol[50].

Ma ne' vasti comprendimenti di Pietro, le fazioni navali, non che restarsi a tal corseggiare, eran parte principalissima di questa guerra; perchè sul mare avrebbe meglio bilanciato le forze l'armata siciliana, sulla quale ei facea molto assegnamento, per le fresche vittorie di Malta e di Napoli, e le genti audacissime, pratiche, leste, la straordinaria virtù dell'ammiraglio. Sapea inoltre il re, spezzata la flotta francese in varie squadre, a guardia di porti o convoglio delle navi, che di Provenza recavan vittuaglie all'esercito: talchè le galee di Sicilia potrebber ferire alla sprovveduta qualche gran colpo; e, intercetti i sussidi del mare, l'esercito affamerebbe nella Catalogna, diserta e infestata {328} per ogni luogo dalle masnade paesane. Perciò Pietro con lettere e messaggi incalzava l'infante Giacomo, incalzava l'ammiraglio, perchè venisse incontanente la flotta; e ad una volta mandò tre spacci, per una galea e due legni sottili, divisi, affinchè se l'uno mal capitasse, non mancasse un altro: sendo in tutte le imprese di Piero, e massime in quest'ultima guerra, maravigliosa la cura ch'ei ponea nell'ordinare e grandi e picciole cose dassè. Comandava ancora al figliuolo d'inviargli il prigione principe di Salerno, come pegno di salvezza nelle sue estreme fortune. Ma Giacomo, ormai tenendosi in Sicilia come re, e non amando privar sè stesso della flotta nè del principe per accomodarne il padre in Aragona, indugiava; nè fu senza comandi più gravi del re, o forse voler dello stesso ammiraglio, che al fine la flotta partì. Eran da quaranta galee, siciliane la più parte, che osteggiando sull'Adriatico, avean preso Taranto e altre città, e speravano acquisti maggiori, quando fu forza voltare per Catalogna. Di questo viaggio narra Speciale, che la vigilia dell'Assunzione della Vergine, navigando presso la Goletta di Tunisi, festeggiavano i nostri con luminarie, com'era costume in Sicilia, ed è anch'oggi. In quel brio avvennesi nel navilio un altro messaggio del re: e, facendo da ciò buon augurio, confortate dall'ammiraglio, più alacri volaron le ciurme a quelle estranie guerre[51].

Tutta la state tenne fermo in Girona il visconte. Re Filippo moveagli assalto ogni dì; percotea le mura coi gatti, la città coi tiri delle briccole, dava scalate, fea scavar le cortine; ma il presidio punto non se ne mosse, opponendo ingegni agl'ingegni, armi alle armi; e in sortite bruciò le {329} macchine, e i balestrier saraceni con mirabili colpi imberciavano, non pure gli scoperti, ma i riparati dietro macchine o case, e gli infermi per li spiragli delle finestre, e chi che fosse a gittata d'arco con due dita di luce da ficcarvi un quadrello[52]. E l'oste francese era già scompigliata e consunta. Arsevi, da disagi o aer malsano, una cruda morìa; infierita per la corruzion delle carogne dei cavalli, che a migliaia morivano da punture di tafani velenosi, ingombranti a nugoli la campagna, usciti la prima volta, così il volgo favoleggiò e qualche isterico con esso, dal sepolcro del beato Narciso, profanato dalla nimica rabbia[53]. Appigliossi la pestilenza al naviglio sì fieramente, ch'entro poche settimane le ciurme s'ammezzarono, e poi scesero al terzo, e più basso[54]. I Catalani intanto dalle poste di Besalu ed Hostalric scorrazzavano per tutto il paese; rapiano i traini delle vittuaglie, in quella carestia portate per mare a Roses, indi su vetture a Girona; sorprendeano le picciole schiere francesi; tagliavano a pezzi gli sbandati; s'arricchivano delle spoglie; vendeano i prigioni; saziavansi del sangue: infaticabili, pratichi, arrisicatissimi, e crudeli. Il mare stesso non era più sicuro ai nemici, poichè le undici galee di Barcellona, disperatamente investite venticinque delle francesi, rotto aveanle e preso; e indi i privati corsali, inanimiti, uscivan in maggior numero a tentar la fortuna[55]. {330}

Allor Pietro manda intorno la grida della misera condizione dell'oste, e ch'uno sforzo la metterebbe al nulla: fa bandir da Alfonso la levata in arme in Aragona: ei stesso chiamavi i Catalani; da tutti con maggiore alacrità ubbidito, come portava la rivoltata fortuna. Cavalca indi al santuario di santa Maria di Monserrato, famosissimo per tutta Spagna: passavi una intera notte a pregare all'altar della Vergine: e la dimane uscendo la prima volta in campo, come se avvalorato dal Cielo, conduce cinquecento cavalli e cinquemila fanti dritto a Girona; e con quel pugno di gente, in faccia al nimico volteggiò, senz'altro schermo che le acque del Tar. Poggia indi al vicin monte di Tudela; e, abbandonatolo per non parergli opportuno, movea alla volta di Besalu, quando con poche forze trovossi in una terribile zuffa[56].

Solo con dodici cavalli, uscito di schiera e di via, la notte innanzi il quindici agosto, andava a dar dritto in una torma di cinquecento cavalli francesi; se non che una parte de' suoi uomini d'arme e poche centinaia d'almugaveri, che lui smarrito cercavano, s'accorsero de' nimici. Senz'arnese il re cavalcava. Ma come di qua, di là correr vede e venirsi alle mani, sprona nel mezzo, e grandissime prove fe' della sua persona. Leggiamo che recisegli le redini del cavallo, accerchiato da molti cavalieri, si sviluppò fieramente, uccidendone molti con la mazza; e che un lanciotto vibratogli da presso, si piantò nell'arcion della sella: che d'Esclot vide con gli occhi suoi l'arcione e la spezzata punta. Aspro l'affronto delle altre genti anco si {331} travagliava: almugaveri leggieri contro gli uomini d'arme, cavalli contro cavalli; dove sopra tutti i bravi lodati di parte catalana veggiamo quel siciliano Palmier Abate, giovane che non avea visto unquemai battaglia, rapito fuor della diletta patria per astuzia del re, e segnalatosi or tanto in sua difesa, che il catalano Montaner lasciandosi portare all'estro della cavalleria, gli altri prodi agguaglia a' Lancilotti e a' Tristani, e lui ad Orlando. Straziatisi con tal disperato coraggio Francesi e Spagnuoli, stracchi alfine lasciarono il campo; ed entrambi poi vantaron vittoria. Errore è d'alcuni istorici, che ivi fosse ferito re Pietro. Venne anzi battendo a Besalu, e alle altre poste; continuò a dar gangheri, porre agguati, saltar qua e là intorno allo estenuato esercito di Francia: e pensava anco qualche stratagemma per vittovagliare Girona; quando il ventiquattro agosto, lasciato ogni altro pensiero, a spron battuto volò a Barcellona per lietissimo annunzio[57].

E fu questo l'arrivo della siciliana flotta: onde sfavillò Pietro in volto, a vedere nel porto di Barcellona trenta galee, schierate in bell'ordine, dipinte intorno intorno con le armi d'Aragona e Sicilia, luccicanti di scudi e balestre, {332} parate di bandiere, pennoncelli, tende di seta vermiglia su i castelli di poppa; che non s'era più vista, continua il d'Esclot, armata in migliore arredo. Un lietissimo grido misero le ciurme siciliane al vedere il re; che montò su le galee, soppravvide ogni cosa, e si strinse a consiglio con Ruggier Loria. Questi, posato tre dì, sciolse pel golfo di Roses[58]: e mandonne avviso all'armatetta catalana, che era uscita assai prima a ritrovar briga in quei mari, e le dava caccia la flotta francese.

Menomata dalla mortalità delle genti, e ignara del tutto della sorvenuta armata di Sicilia, la francese avvennesi in lei agli scogli delle Formiche, sotto il capo di San Sebastiano; e Loria la scoperse senza essere riconosciuto da quella: nè altro aspettò, ma spiccata una punta delle sue galee a tramettersi in mezzo la terra e 'l nimico, ei l'investe di fuori col grosso del navilio; ordinate molte fiaccole per ogni galea, perchè non si desser d'urto tra loro, e spaventassero il nimico con la paruta di maggior numero. Ed ecco entrati a gitto di balestra, d'un subito accendon le fiaccole i nostri, levano il grido «Sicilia, Aragona, Maria delle Scale di Messina;» e l'ammiraglio con la prora urta di costa sì fieramente una galea provenzale, che ribaltandola, da cinque o sei uomini in fuori, tutta la gente sbalzò in mare. Poco ressero gli sprovveduti a tal furia d'assalto. Dodici galee scamparono, contraffacendo i segnali de' fuochi e il motto Aragona e Sicilia; delle altre, qual fu presa, qual diè in secco; restando compiuta la vittoria a' nostri. In questi fatti a un di presso accordansi tutti gli istorici del tempo, con qualche divario nel numero delle navi e negli ordini della battaglia. Ma le espresse parole degli uni, lo stesso silenzio degli altri, e i fatti seguenti dan fuori ogni dubbio che l'armata siciliana distruggesse {333} quella notte il nerbo delle forze marittime di Francia. Meglio che cinquemila tra Provenzali e Francesi caddero in questo abbattimento delli scogli delle Formiche; e furono pur più felici de' prigioni, per la spietata rabbia che portavano i tempi, e l'accanimento tra Spagnuoli e Francesi. Prendendo a scernere i cattivi, Ruggier Loria ne tolse cinquanta cavalieri di paraggio, che potean pagare grosso riscatto; gli altri mandò in Barcellona a Pietro: e questi fa legare a una gomena trecento feriti, accomandare il capo della gomena a una galea; e la galea vogò allora, trasse dietro a sè la funata de' prigioni, e consumò l'orrendo supplizio, a veggente di chi veder volesse, scrive freddo il d'Esclot. Dugentosessanta non feriti fur tutti accecati, d'uno all'infuori al quale re Pietro fe' cavare un sol occhio perchè guidasse la brigata a Filippo; infermo dell'epidemia, straziato dallo sterminio che la morte in tante orrende guise facea del suo popolo[59]. {334}