Temperavansi a vicenda nell'antica siciliana costituzione il principato e 'l baronaggio; nè illimitati dritti avea questo sulle persone, nè gravissimi sulle facoltà: i villani men servi che altrove; non eran servi i rustici; i borghesi e cittadini, fin delle terre feudali, sentivano lor libertà, lor immunità sosteneano[1]. Il poter giudiziale dipendendo direttamente dal principe, non serviva a tutte voglie della feudalità. Comportabili le gabelle; miti i servigi; rarissimi gli universali tributi: e i parlamenti soli accordavan questi; i parlamenti conoscean solennemente le leggi dal re dettate. In questi termini, dopo ondeggiar molto del potere tra i baroni e 'l principe, il buon Guglielmo ristorò gli ordini politici: la feudalità di nuovo turbolli: Federigo imperatore più monarchicamente li assestò, come nel capitolo {43} primo s'è detto. Molti statuti e savi ei dettò, fiaccando i baroni: bandì, or col voto dei parlamenti ed or senza, le universali contribuzioni, ch'erano per ordine fondamentale limitate ai noti quattro casi feudali[2], ed ei per violenza le rese più frequenti: moltiplicò le gabelle sulle derrate: di alcune merci riserbossi esclusivo lo spaccio; accrescendo così senza modo le entrate regie. Pentito in ultimo, o infigendosi, per testamento abrogò queste violazioni alla costituzione: disdisserle anco i suoi figliuoli; e le praticaron pure, sospinti dai bisogni della guerra[3]. Esse dettero a Manfredi il crollo; esse a Carlo d'Angiò preparavanlo. Giurato avea Carlo tra le condizioni della pontificia investitura, di cessar gli abusi, di ridurre il governo ai termini del Buon Guglielmo; e i tempi del Malo ricondusse, e fe' peggio, non sapendo astenersi da tanto comando, da tanta moneta. Sottilmente anzi investigando tutti i mal'usi, che dritti si dicean del fisco, accrebbe peso e molestia: poi dalla ribellione per Corradino trasse pretesto a scioglier sè e' suoi ad ogni misfare. Le leggi e i registri che ne restan di lui; quelle che dopo il nostro vespro a moderar la pessima signoria promulgaronsi in Puglia dagli angioini, da que' di Aragona in Sicilia; e le rimostranze de' Siciliani al papa; i brevi pontificî; gli attestati degli storici contemporanei, fosser nostri o avversi, tutte ne mostrano scolpitamente le calamità della Sicilia in quei tempi. Fremendo io le scrivo; ma ne racconterò la vendetta[4].

E prima dirò della slealtà con la Chiesa. Avea Clemente {44} conceduto il regno a patto che gli ecclesiastici godessero tutte lor pretese franchezze, dagli Svevi negate; e che si rendessero i beni occupati dagli Svevi a chiese o usciti. Giurollo Carlo, e da re nol dovea: preso il regno poi, avarizia il vinse a romper la fede; non già negando apertamente, {45} ma peggio, con cavillare in parole, e persister nei fatti. Perciò, lagnandosi invano papa Clemente, le comuni gravezze ei riscosse dai chierici, e da lor case; nè sazio a questo, ai beni ecclesiastici diè di piglio; i dritti dei porti di Cefalù, Patti, e Catania occupati dagli Svevi nella guerra con Roma, nella pace ei ritenne[5]. E non potè contendere che un legato, inquisitore, o esecutore (così intitolavasi) della Santa Sede nel reame di Sicilia sopra la restituzione de' beni ad esuli, chierici, e chiese, il quale fu dapprima Rodolfo vescovo d'Albania, rendesse ragione d'autorità del papa; non seppe nè anco ricusare i rescritti che dessero virtù esecutiva a quelle sentenze; ma lascionne la più parte senza effetto, come avvenne per lo casal di Calatabiano, che Vassallo d'Amelina a nome del re prese violentemente alla chiesa di Messina, e per un altro casale e un podere della medesima, che il fisco tenea, nè per decisione del legato, nè per ammonizion dei papi, e in particolare di Gregorio X, si disserravano a renderli le avare mani di Carlo[6]. Gli Spedalieri, e i Templari che nei {46} suoi reami veniano, taglieggiò senza rispetto; alla corte stessa di Roma non n'ebbe, quando giunse a vietar che i suoi sudditi con gli stati di quella mercatassero[7]. Così adoperava coi papi. La siciliana repubblica dell'ottantadue, incontanente redintegrò la chiesa di Messina nel possesso di quei beni[8]: e la corte di Roma fieramente malediva la siciliana repubblica, perchè si ristorasse la prepotenza di Carlo[9]!

Di gran momento sembrami in cotesto nuovo principato la novazione del baronaggio. Perchè il picciol signore d'Angiò e di Provenza, armando per tanta macchina di guerra, avea tolto in presto molto danaro, molte schiere condotto di speranza più che di stipendio; onde gli era forza soddisfare a' conquistatori e sostegni del suo trono; e appena messovi il piè, al gran lotto diede opera[10]. E nulla erano gli ufici pubblici lucrativi, ancorchè a' soli suoi li serbasse; nulla i benefici ecclesiastici, che conferiva a quei soli; di terreni, di feudi facea d'uopo. Entrò Carlo dunque in una inchiesta strettissima dei demanî, de' baronaggi tutti, delle sostanze di Manfredi e de' suoi; non a cercare, ma a trovare vero o supposto vizio nel possedimento. A ciò {47} i veltri del fisco, affamati, sagaci, invidiosi, ivano in traccia, svolgean vecchie carte, su dritti e usanze cavillavano, vinceano in diligenza lo stesso re. A vetustà di possesso, a prescrizione non s'attende; richieggonsi i titoli de' feudi tutti; minacciano spogliamento gl'ingordi ministri, e per danaro acquetansi. L'hanno, e all'inchiesta, all'espilazione dopo breve tratto ritornano: feudo non fu, nè baronia che due o tre volte non si fosse ricattato in tal guisa[11]. Con severità maggiore si ricercò de' regi demanî: orribili furono le confiscazioni per crimenlese, come innanzi dirassi. Perilchè occupando terre, e castella, e poderi innumerevoli, largheggiavane re Carlo co' suoi per feudale concessione[12]; e tanti diplomi ce ne rimangon ora, che alcuno, senza badare al rapace acquisto, nè alla sforzata liberalità coi maggiori dell'esercito, magnifico ne dice il re. I novelli baroni poi a lor uomini gratificavano con subalterne concessioni: così i condottieri, i soldati d'oltremonti prendeano stanza nelle nostre terre; sospettosi, odiosi, pronti a ripigliare le armi; e ritraente dalla primitiva occupazione de' barbari, una feudalità novella sorgeva {48} appo noi. Essa fu incentivo grandissimo ai turbamenti dell'ottantadue, perchè e l'insolenza portava della vittoria, e 'l dispetto di signoria forastiera, e l'uso a dritti o angherie, radicati in Francia, ignoti in Sicilia[13]. Però insopportabili qui rendeansi i novelli feudatari. Con insolite esazioni aggravavano le industrie; rapiano apertamente; taglieggiavano vassalli, e viandanti; tenean private carceri pei colpevoli e più per gl'innocenti; intrigavansi di forza ne' negozi de' comuni; ad ogni eccesso le violente mani stendeano[14]. Del che più largamente diremo, divisando i soprusi de' famigliari e degli altri officiali del re; ch'essi e' feudatari eran di una genía tutti, senza ragione nè patria, tutti accozzati di varie genti, Francesi, Provenzali, Fiamminghi, e trapiantati nell'inimico paese, presero come venturiera masnada una sembianza propria e nuova, un'indole rapace, crudele, pessima; nè Francesi li direi, se non fossero stati i più, e l'uso delle tradizioni e istorie nostre non mi sforzasse. Rimessi se ne stavano intanto i baroni siciliani, dal re bersagliati e dai feroci compagni, ed usi a vivere negli antichi termini co' vassalli. Quanto del baronaggio dico io dunque, s'intenda del nuovo. Nè maravigli alcuno a vederlo sì sfrenato sotto sì dispotico principe; avvegnachè, riguardo all'autorità regia, tenealo egli a segno; i dritti sovrani geloso {49} riserbavasi nelle concessioni[15], ed esercitavali, non perdonando a tributo, nè a servigio; infino a sancir la morte contro gli usurpatori de' demani, e a dichiarare, e per questo soltanto, che regnicoli e Provenzali e Francesi senza distinzione ubbidissero[16]. Abbandonava nel resto il freno, perchè diverso dagli altri principi dell'età sua Carlo regnava. Quelli con la riputazione delle municipalità, sforzavansi a raffrenare i baroni; ei condottiero ancora del suo baronaggio, da quello era mantenuto sul trono[17]. Nimici {50} ambo de' popoli, ambo s'affaticavano insieme a tenerli sotto il giogo, e 'l sangue sugger loro e i midolli, come vivamente dice, e famigliar del papa era e guelfo, l'istorico Saba Malaspina[18].

E meglio stan queste amare parole ove si risguardi alla amministrazione delle pubbliche entrate, levate non per bisogni pubblici, ma da istinto d'avarizia e disegni d'ambizione; la quale rapacità copriano i partigiani di Carlo con dir ch'era uopo dimagrar que' contumaci sudditi, affinchè contro il principe non alzasser la cresta[19]. Era nei tempi feudali, altrimenti che ai nostri, ordinata l'azienda degli stati; e più discrete apparian le gravezze a cagion de' minori bisogni, e degli usi sotto i quali esse ascondeansi. Perchè i demani[20] somministravano la più parte delle spese della corte; a quelle del pubblico suppliano i popoli, non pur con danaro, ma sovente col servigio delle persone, e delle cose loro. Così gli eserciti, le navi, dai feudatari forniansi e dalle città; così era debito albergar le corti del principe e de' maestrali; così ai lavori pubblici andavan tenuti gli uomini di minor taglia, ai trasporti, e a somiglianti disagi. Servigi s'appellavan questi; e collette le contribuzioni dirette e generali; gabelle poi le tasse sulle derrate, che per privativa nella vendita sovente si riscuoteano. Delle quali parti l'entrata dello stato componeasi in Sicilia ancora; ma la moderata costituzione tutti i pesi rattemprava. Turbaron gli Svevi quella bilancia, sì come io notai: Carlo le diè il tracollo, arso, dice dolorando il suo istorico, arso d'idropica sete di danaro[21]; e ne venne quasi all'aperta rapina. {51}

Ne restan di Clemente quarto, a lui indirizzate nei primi principî del regno, due epistole, che son modello di politica prudenza e umanità; ma Carlo sen rise, come fanno i despoti ad ogni buon consiglio. Toccatisi in quelle tutti gli ordini dell'amministrazion dello stato; e sulle tasse illegalmente levate: «consigliamti, o figliuolo, scrivea il papa, che, chiamati i baroni, i prelati, e i maggiori uomini delle città, i tuoi bisogni lor esponga, e l'utilità del difendersi, e con l'assentimento di essi stabilisca il sussidio a te dovuto. Di quello poi, e de' tuoi dritti sia tu contento; lascia tu liberi i sudditi… Ordina col parlamento in quali casi richieder possa la colletta ai vassalli tuoi o de' baroni»[22]. E il pio re, nè parlamenti adunando, nè misura osservando alcuna, nè per bisogno pubblico, bandiva l'un sull'altro, più fiate entro un anno, quegli universali tributi; or aggravando e spesseggiando i consueti; ora speculandone nuovi e insoliti, come fu quello de' legnami e marinai: e talvolta tumido e frettoloso lasciava ai ministri suoi che a lor talento ordinasserli[23]. Si promulgan {52} così gli editti; saltan fuora i riscotitori; non bastando i {53} sudori della industria[24] alla gravezza diretta, spessa, immite, fuggono i miseri dai lor focolari[25]; e se non ne han cuore, strappansi il pan dalla bocca, pagano una parte, e veggonsi pure rapir le suppellettili, e gli animali, e gli strumenti della agricoltura[26], e fin diroccare le case, le persone trarre in carcere. Ivi son incatenati con manette di ferro; lor negasi il cibo e il bere; popolani e nobili, {54} vecchi, fanciulli, adulti, donzelle serransi alla rinfusa come un sol gregge; occasione, o pretesto a violenze maggiori[27]. «Mille nuove arti (sclama, trasportandosi a' tempi del servaggio, una rimostranza de' Siciliani ammoniti dopo il vespro a tornarvi), mille nuove arti insegnava a costoro l'inestinguibil sete, il furore dell'avarizia. Sulle liste dei riscuotitori gli uomini son cresciuti; ma ben le liste di proscrizione li scemano. Nostri non sono i beni; per costoro ariamo il suolo. Oh si lasciasse ai coltivatori un tozzo di pane! Oh mangiassero, ma non divorassero! Ma no; le persone non difendono i beni; nè i beni salvano le persone. Tutto bevono, tutto succhiano questi vermi insaziabili. Appena ci è concesso disputare ai corvi i brani delle carogne[28].»

Tra la moltitudine de' poveri straziata a tal modo, i ricchi non compravano almeno la sicurezza delle persone col sacrifizio de' beni. Pagavan le tasse, e non bastava; ricusandosi dagli officiali la scritta del ricevuto, finchè non avessero una grossa mancia[29]. Il re dal suo canto vuol da loro tutta la colletta del paese, immantinenti, in moneta; pensin essi a riscuoter dagli altri. Chi ricusa, in prigione, in catene, finchè non prenda l'uficio; nè esce poi per questo, senza pagar nuova taglia per riscatto dalla prigione. Uno n'esce; un altro sen trova, ch'è pelato con lo stesso argomento fiscale: strano ed esorbitante peso in quei tempi, in cui sì alto montavan le usure del danaro. Frequentissimi {55} inoltre i violenti comandi a giustizieri, a portulani, a segreti per anticipazioni delle tasse da riscuotersi; e non meno eran gli imprestiti, che da privati, da comuni richiedea il re, e a sua voglia faceane i patti, e pagava a sua voglia[30].

Peggiore, e universal danno recò l'alterazion delle monete, {56} tanto o quanto ben governate dagli Svevi, mentre nella più parte degli stati d'Europa il fisco ne traea grossa entrata; che è a dir le magagnava grossamente[31]. E Carlo, imitatore degli Svevi nel mal solo, seguì in questo gli esempi di fuori, e andò oltre com'ei solea. Fa coniare in Napoli, in luogo degli antichi agostali, carlini e mezzi carlini d'oro, con vocabolo preso dal suo nome e pervenuto infino a questi presenti tempi, del medesimo valore degli agostali, com'affermava, e di metallo purissimo; e nello editto stesso smentiasi, affidando il corso di questo suo conio al terror de' supplizi; perchè comandava con la solita immanità, che dando o ricevendo carlini di oro per valor minore dello edittale, gli officiali suoi ne avessero pena la pubblicazion de' beni e 'l taglio della mano; i privati fosser marchiati in faccia con la propria moneta arroventata su i carboni ardenti[32]. Ogni anno poi, e talvolta entro un anno più volte, stampava a Messina ed a Brindisi la bassa moneta, d'una trista lega di molto rame con pochissimi grani d'argento, di quella specie chiamata un tempo erosa, ed or biglione; il qual conio addimandavasi danari, e perchè altrimenti non si potea mettere in circolazione, si dispensava per forza agli abitanti di ciascuna terra o città, che dovean torselo al disorbitante valor edittale, e pagarne tanta buona moneta d'oro o d'argento. Guadagnavaci il fisco l'ottanta per cento e più; perdeanci i privati strabocchevolmente, {57} perchè nè comando nè supplizio mai die' valore a ciò che non n'ha; onde a capo a quattro o cinque giorni cinquanta danari valean sei, passata la settimana calavano ad uno[33]. I sinistri effetti di tali alterazioni credea menomare, ma li aggravava il re, con un divieto all'uscita degli schietti metalli, e di tutt'altra moneta che la sua[34]. Taglia questa non era, nè balzello, ma pretta rapina {58} di falsario; e per giunta soffocava e struggeva i commerci: non pur pensando l'avarizia cieca a quell'avvenire non lontano, in cui invan farebbe prova a smugnere i sudditi, condotti alle ultime stretture di povertà.

E quanto al commercio, nè era questo il sol danno, nè avea per misura i soli errori economici della età, l'ingordigia con la quale re Carlo mercatava egli stesso di molte derrate, e il traffico delle altre in mille guise forzava. Riserbata al principe o da balzelli oppressa la uscita del sale, de' grani, e di tutta vivanda: infinite le esazioni de' porti, le visite, le investigazioni, i riti molestissimi, i ladronecci de' doganieri, il terror degli officiali maggiori, che co' beni e col capo doveano rendere ragione al re della osservanza di tutti quegli ordinamenti[35]. E mentre così il fisco tiene {59} i traffichi esterni, e li interdice agli altri, gl'interiori travaglia e soffoca con quei, che nuovi statuti chiamò l'imperator Federigo, e nuovi balzelli eran per vero su varie derrate, e privativi dritti del vender sale, acciaio, seta, e altre merci[36]. Nei traffichi allora addentrandosi re Carlo con quella guida delle angherie baronali, qui fabbrica mulini, e comanda non possa alcuno macinar altrove i frumenti; qui spianando pane, se ne fa ei solo venditore ai sudditi l'amorevole monarca[37]. Forni, e mulini, e antiche gabelle, balzelli nuovi, terratichi, multe, esazioni dell'amministrazione della giustizia, ei dà in fitto ove il possa; ondechè l'ingordigia dei pubblicani con la sua si mesce a travaglio de' popoli[38]. Ma, se pubblicani non trova, adocchia i più ricchi uomini; sforzali a toglier quegli ufici, come allor diceano, in credenza; cioè, che riscuotano per loro, paghino al re quel tanto ch'ei ferma a suo arbitrio, ragionando in tempi sì mutati e calamitosi il {60} ritratto sull'ultim'anno del regno di Manfredi, nel quale al doppio e al triplo dell'odierno sommava[39].

Nè mancò infine l'arte delle spugne di Tiberio. Da molti documenti ritraesi che gli officiali, convinti di mal tolto nel dare i lor conti, componeansi per danaro col re; il quale in tal guisa non solamente rifaceasi del frodato a lui, ma anco partecipava de' ladronecci su i popoli; e spesso fingea il mal tolto contro un ricco uficiale per aver, come pareagli, onesta cagione a pelarlo[40].

Possedea vasti demani re Carlo. E i cortigiani[41] anelanti a precorre il principe ne' suoi vizi, pieni di zelo con lui borbottavano: dilapidarsi da' coloni que' suoi poderi; niun frutto ritrarsene; essere i sudditi ricchi troppo; a questi addossasse il maneggio de' beni, con patti accorti: non era egli il signore di lor vita e sostanze? Società d'industria agraria delibera dunque il re: agli agricoltori vicini dà in soccio a forza, tenute, e armenti, e greggi, e scrofe, e polli, e gli sciami fin delle api. La quantità delle produzioni o de' parti che a lui si debba, stabilisce egli a sua posta: sia sterile poi l'anno o fecondo, mortifera o generativa la stagione, {61} riscuote quel tanto, nè a mercè piegasi mai. Di questi non dubbi guadagni anzi invogliato sempre più, non è nei poderi suoi vil cosa cui non attenda; mette a entrata fine il letame delle greggi[42], manda gli armenti a satollarsi nelle altrui terre, entro i pascoli non pure, ma nei seminati più belli: e tristo chi si lagni di sofferto dannaggio[43]!