Pietro ordinavasi a sforzo di guerra, sì come è mestieri, dice Montaner, con amistà, danari, segreto. Fe' tregua di cinque anni col re di Granata[42]: con Castiglia lega; e meglio se n'assicurò prendendo due giovanetti principi più vicini alla corona che non era Sancio loro zio, chiaritone erede, onde il re d'Aragona potea così a ogni piè sospinto {94} sturbare il vicin reame[43]. Provossi da un altro canto a serbare l'antica benivolenza con Filippo di Francia, marito della sorella, statogli amicissimo in gioventù, e or molesto coll'occupazione di Montpellier[44]. Con lo stesso re Carlo o coprì i disegni e mostrò l'odio, come scrive il Montaner, che sarebbe stata anco arte sopraffina, o dissimulò gli uni e l'altro, come Carlo stesso poi rinfacciavagli, venendo a dimostrazioni d'amistà, e trattato di matrimonio tra un figliuol suo con una figlia dell'Angioino[45]. Con ciò messe in punto gli arsenali di Valenza, Tortosa, Barcellona[46]; e maneggiò sì accortamente i suoi baroni e borghesi, che richiestili di sussidi per tale impresa, dicea, da tornarne grande utile al reame, con insolita docilità porgean essi il danaro[47]. Queste disposizioni, e i preparamenti d'armi e di navi che ne seguitarono, attestan gl'istorici più degni di fede.
Taccion del rimanente le pratiche con l'imperator di Costantinopoli e coi baroni siciliani, da altri storici meno autorevoli composte come in azione drammatica. Giovanni di Procida, al dir di costoro, esule volontario per la supposta ingiuria atroce, n'è protagonista; rassomiglian ombre gli altri personaggi, che la istoria figura ben altrimenti: Pier d'Aragona, Michele Paleologo, Niccolò III, {95} Alaimo da Lentini, e più altri nobili uomini di Sicilia. Non pensan, non osan essi senza Procida: al sol vederlo ogni fiata rompono in lagrime come fanciulli; ei solo, sospinto da amor di patria e desio di vendetta, va, torna, muta sembianti, ignoto ha credenza da' grandi; ei solo disegna, comincia, e fornisce l'impresa. Ignorando che Giovanni fosse esule dal sessantotto o sessantanove, come il mostrano i diplomi, e fatto uom di re Pietro, favoleggian costoro che venutogli in mente il disegno di tor la Sicilia a re Carlo, da sè solo cominciava a trattarlo con principi di fuori, e congiurati in casa. A Costantinopoli si portò l'anno settantanove, com'uscito che cercasse in quella corte asilo e stipendio; spacciandosi medico, ed uom di stato, delle cose di Sicilia espertissimo. Trovò sì piana la via appo il greco imperadore, che quegli in segreto luogo sopra una torre venne ad abboccamento con esso: e quivi Procida il tentò con favellar degli armamenti di Carlo a' danni suoi; a lui perduto d'animo e piangente fe' balenare innanzi agli occhi una speranza. Onde Michele, che l'imperio vedea sossopra, e Carlo sì intento e minaccioso a mala pena trattenuto da papa Niccolò, avidamente abbracciava il partito di turbargli i reami; e profferia centomila once d'oro: fermata l'impresa, le porgerebbe. Si infinse allor Procida scacciato dalla bizantina corte. Vestiti i panni di frate minore, furtivo in Sicilia entrò, che per esser più oppressa, o più disposta per le città più grosse, l'indole degli uomini, e la difesa dei mari, più opportuna gli parve al gran colpo. Appena Procida a' noti suoi del sicilian baronaggio disse di congiura, deliberati vi si tuffarono. Con lui vengono a parlamento Gualtier da Caltagirone, Alaimo da Lentini, Palmiere Abbate, ed altri valenti baroni: Procida accenna la via d'uscire dall'insoffribil servaggio: rivela gli aiuti dell'imperatore greco; i disegni sullo aragonese: ordina con loro che annodate tutte {96} le fila, sollevin la Sicilia a ribellione: e richiedeli di lettere credenziali, che della congiura re Pietro certificassero. Avutele, sotto i panni stessi di frate, passa a corte di Roma.
Correa già l'anno milledugentottanta, e papa Niccolò a castel Soriano soggiornava, quando un fraticello gli fe' chiedere occulta udienza; e raccolto, incominciò ad avvolgersi in misteriosi parlari, toccando la eccessiva potenza di Carlo, le ingiurie private al pontefice, le condizioni d'Italia. Procida nominossi alfine: all'attonito pontefice aperse quant'erasi ordito. Aggiungono, e par fola manifesta, ch'ei con l'oro bizantino comperasse l'assentimento del papa; il quale sì altamente ambiva, nè facea di mestieri corromperlo, perchè si volgesse a' danni di Carlo[48]. Dicono, e la credo dello stesso conio, ch'entrato nella congiura, Niccolò per segretissime lettere confortasse l'Aragonese; e del siciliano reame investisselo. Ma guadagnato il papa, sopraccorrea Giovanni in Catalogna; trovava re Pietro lontano, così continuano quegli storici, da ogni speranza dell'impresa; ed egli ne presentava il pensiero, esponea le trame ordinate, mostrava i trattati e le lettere. Così svolse a' suoi intenti il re d'Aragona. A ragguagliarne gli altri congiurati, ripiglia il viaggio: sbarca a Pisa; rivede il pontefice a Viterbo; i siciliani baroni a Trapani; quinci una galea veneziana sconosciuto il reca a Negroponte; di lì a Costantinopoli. E vien ultimato col Paleologo il trattato della guerra contro Carlo: a dar guarentigia più salda, un altro se n'appicca di parentado tra le {97} corti di Grecia e d'Aragona; il quale non si nasconde, ma serve di colore al Paleologo per mandar legato un suo cavaliere, messer Accardo di Lombardia; cui son affidate trentamila once d'oro delle promesse, che a Pietro le rechi. Accardo e Procida insieme entrarono in nave.
In questo la morte di papa Niccolò fu per distrugger tutto l'ordito. Per viaggio seppela Giovanni da una nave pisana, e a messer Accardo la occultò. Approdarono a Malta, come s'era ordinato prima co' baroni siciliani: in segreto luogo i cospiratori adunaronsi. Ed eran muti, ansiosi, parlavan sommesso della perdita del congiurato pontefice; e chi temporeggiar volea, chi lasciar ogni pensiero della ribellione, quando Procida surse a rampognarli, a confortarli: fosse amico o avverso il papa novello, ormai non mancherebbero le forze: Accardo, e loro il mostrava, non venirne ozioso spettatore: qui il sussidio bizantino; pronti in Aragona guerrieri e naviglio; e che temeano? perchè con animi sì femminili entrare in congiure? Ma a loro, già intinti sì profondamente, non gioverebbe lo starsi; risaprebbesi la trama, e morrebber da cani. Con tai rimbrotti li rapì seco all'estrema conclusione. Fu in Aragona da poi; rappresentò a Pietro l'ambasciatore di Grecia, e l'oro; vinse i rinascenti timori del re. Gli armamenti affrettaronsi allora; il dì fermossi e il modo che la Sicilia sorgerebbe a vendetta[49].
Tale il racconto della congiura, che dicon si conducesse per due o tre anni. I particolari nè niego, nè affermo io, perchè non ne ho fondamenti; ma non mi sembran verosimili {98} al tutto. Che tra Pietro e 'l Paleologo si maneggiasse un trattato per togliere a Carlo il reame di Sicilia, il tengo io certo, per quel che disse e fece poi contro ambidue papa Martino; e perchè Tolomeo da Lucca afferma aver veduto l'accordo; essere stato trattato da Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con altri Genovesi dimoranti in terra del Paleologo; e aver questi fornito danari allo Aragonese[50]. Le trame con alcuni baroni di Sicilia, non rafforzate di valida autorità istorica, il replico, probabili mi sembrano, ma non certe. Falso è che la pratica, si strettamente condotta, fosse a punto riuscita a produrre lo scoppio del vespro; perchè questi compilatori della congiura ci pongon fole da romanzo, e imbattonsi in cento errori manifesti; perchè i successi discordan dalla supposta cagione; perchè gli scrittori più autorevoli il tacciono, come nel capitol seguente diremo, e più largamente nell'appendice. Vagliate tutte le memorie de' tempi tornano a questo: che Piero agognava alla corona di Sicilia: che s'armava: che praticò per aiuti di danaro con l'imperator di Costantinopoli, minacciato da re Carlo; che Procida fu tra i suoi messaggi: che si tramò forse con alcun barone siciliano: ma che maturavano e preparavano tuttavia, quando il popolo in Sicilia proruppe. In questo intendimento al fil della istoria io torno; il quale non si smarrisce per la dubbiezza di quelle pratiche tenebrose, che nella rivoluzione punto o poco operarono[51]. {99}
Riseppersi innanzi la morte di papa Niccolò gli appresti del re d'Aragona. Era nei porti suoi e di Majorca una fervid'opra a costruire, a spalmar galee e navi da trasporto; fabbricar armi; adunar vittuaglie: scriveansi i marinai; si prometteano stipendi per un anno a chi militar volesse a cavallo o a pie': talchè per quanto Piero si studiasse a far chetamente, il romore s'udiva da lungi. Onde i Mori di Spagna e d'Affrica, avvezzi a questi aragonesi assalti, affortificavansi alla meglio; nè stavan senza sospetto i cristiani principi: tra i quali Carlo assai per tempo avvisò aversi a guardare sì in questi domini italiani, e sì in Provenza; oppressa al paro, vicina alla Spagna, e dai Catalani osteggiata altre volte[52]. Apparecchiava Carlo in questa stagione la detta impresa di Soria; ma non lasciò di munirsi in casa con forze navali, che guardasser le costiere; e in Sicilia aumentò oltre il doppio le provvedigioni delle regie fortezze[53]. Intanto bramoso d'investigar l'animo dell'Aragonese, {100} a Filippo di Francia ei scrisse: e questi per legati e lettere amichevolmente domandò a Pietro la cagion di tanto {101} armamento; se contro infedeli, proffersegli aiuti d'uomini e danari. S'avvolse allora in ambagi lo Spagnuolo: non accennare al re di Francia per certo, nè a suoi collegati: a chi, vedrebbesi ai fatti: ma prima, nol saprebbe persona al mondo: ch'ei s'armava senz'aiuti di niuno, onde a niuno dovea spiacere il silenzio. Somiglianti risposte ebber da lui il re di Majorca fratel suo, quel di Castiglia, quel d'Inghilterra[54]. Invano il ritentò più vivo Filippo, con mandargli anco moneta nel supposto dell'impresa contro i Mori[55]. Onde il re di Sicilia incerto pur dello scopo, inviò in Provenza Carlo figliuol suo principe di Salerno, in voce ad adunare armati per l'impresa d'Oriente, in realtà per vegliar da vicino, e guardare il paese[56].
In questo momento la fortuna arrise a Carlo l'ultima volta. Tra que' sospetti ch'egli avea di Pietro, ira contro il Paleologo, dispetto della nimistà del papa, vide trapassare il papa d'agosto milledugentottanta: e respirando, e non istando un attimo a pensarsela, se alla morte di Gregorio avea tant'osato a governare il conclave, or gittavasi ai più rotti partiti. Sommosse il popol di Viterbo, sì che traea fuor dal conclave tre cardinali di casa Orsina. Serrò il rimanente; tolse loro ogni cibo fuorchè pane e acqua[57]; e {102} forse di furto, come in una elezione antecedente, recar fece altre vivande ai cardinali francesi perchè stessero più forti a negare il voto a quei di parte italiana[58]. Per queste arti, di febbraio milledugentottantuno, Martino IV di nazione francese fu papa, o ministro di Carlo. Congiunta dunque nel re la sua possanza, e la smisurata del roman pastore, a grandi eventi si dava principio. Divampò d'un subito in Italia la guelfa rabbia. Affidò il papa a Francesi i governi tutti di Romagna; rifece Carlo senator di Roma; con una crudele persecuzione de' Ghibellini servì a sue ambizioni[59]. Duro viso mostrava intanto a re Pietro. Come gli oratori di lui veniano a complire per la esaltazione del papa, e sollecitavan la canonizzazione di frate Ramondo da Pegnaforte, santo uomo spagnuolo, gittando anco qualche parola su i dritti della Costanza al sicilian reame, brusco replicava Martino: non isperasse il re d'Aragona mai grazia alcuna dalla santa sede, se non pria soddisfattole il censo; il quale la romana corte pretendea, interpretando per ligio omaggio la pia peregrinazione d'un di quegli antichi principi a Roma[60]. Di lì a poco, tentando nuov'arte, parve più dolce Martino. Mandò a Piero un frate Jacopo dei predicatori, a richieder, tra autorevole e benigno, contezza di quel sì occulto disegno; inibire ogni atto ostile contro principi cristiani; contro infedeli profferire benedizioni e sussidi. Ma chiuso, e pur non mendace, ringraziavalo Piero: pregasse il Cielo per l'esito della guerra; lo scopo nol domandasse. «Tanto ho caro, conchiudea, questo segreto, che se la mia manca il sapesse, con la dritta la mozzerei.» All'ostinato silenzio crebber nella {103} parte francese i sospetti. Ma poco vi stette sopra re Carlo, che teneasi ormai secondo a Dio solo; onde sfogò con superbe parole: saper bene falso e sleale questo Pietro; ma nascondesse il segreto a sua posta, ei, Carlo d'Angiò, non curare sì picciol reame, nè principe sì mendico[61].
E parendogli già sua la Grecia sospirata per dieci anni, smisurate forze apparecchiava: bandìa la guerra; e la croce prendea, la croce del ladrone, sclama Bartolomeo de Neocastro, non quella di Cristo[62]. L'afforzò il papa di scomuniche, e di danari; le prime contro il Paleologo e i Greci indurati nello scisma; i danari presi dalle decime ecclesiastiche, pretestandosi rivolte al racquisto di terrasanta le pie armi del re[63]. Si collegaron con esso i Veneziani, per brama di popol mercatante a tornar signore in quelle regioni sì commode a' commerci: e forniano una flotta; e patteggiavano partizione de' conquisti[64]. La Sicilia e la Puglia intanto s'empian di guerrieri: suonavano di preparamenti di guerra. Immensi materiali raccolgonsi nell'arsenal di Messina, e in altri porti dell'isola e di terraferma: {104} sudano i valenti artigiani di Messina e Palermo a fabbricar arme ed arnesi: scemansi a fornir la cavalleria gli armenti di val di Mazzara; munizioni d'ogni sorta s'apprestano in ogni luogo[65]. Cento galee di corso, dugento uscieri, che navi eran da trasporto, e teride, e altri legni assai metteansi in punto. Capitanati da quaranta conti, ben diecimila cavalli e un'oste innumerevole di fanti s'istruivano al gran passaggio[66]. Debolmente potrebbe resistere il Paleologo; sarebbe occupata Costantinopoli, la Morea, tutto l'impero; darrebbesi corpo ai titoli regî d'Albania, di Gerusalemme. Non delirava Carlo, se pensava a questo; e immaginava l'Italia spartita tra lui e il papa; e vedea brillare nelle sue mani la spada di Belisario e lo scettro di Giustiniano.
Ma l'Italia ch'era base a que' vasti disegni, già mancava a Carlo d'Angiò. Dico di tutta l'Italia dal Lilibeo alle Alpi, perchè in tutta veggo sparse uguali opinioni. L'amor patrio di municipio, che tanto giovò, e tanto nocque alla Italia, per sua natura sdegnava le dominazioni straniere; e tendeva a scacciarle, quando le avea messo su l'interesse d'una fazione. I Guelfi stessi e i Ghibellini, mentre nimicavano la nazione contraria a lor nome, non troppo si fidavano dell'amica: e similmente la corte di Roma chiamava gli oltramontani per signoreggiar l'Italia col mezzo loro, e non altro. Così tra il tumulto di tante passioni di municipio, di parte, e del pontificato stesso, parlava agli animi la segreta voce del sentimento nazionale latino. La schiatta, il clima, le usanze, la postura de' luoghi, le leggi di Roma, le lettere latine, le splendide tradizioni istoriche, tutto destava questo pensiero; che non può sconoscersi {105} nell'Italia del medio evo: ed era argomento ad alte speranze; perchè gl'Italiani si sentian cuore quanto gli altri popoli, e civiltà assai maggiore. I più vasti intelletti pertanto pensavano, che unite le forze dell'Italia, si sarebbe non solo racquistata l'indipendenza, ma fors'anco la gloria di Roma antica; e faceansi a sciorre il problema in vari modi. Niccolò III divisava quattro reami italiani; Dante, poco appresso, sospirava la ristorazione dell'impero romano sotto i re di sangue germanico; Niccolò di Rienzo, non guari dopo, intraprese la rigenerazione della repubblica in Campidoglio, e il Petrarca con maschio canto esaltava l'impresa. Nè mancò nell'universale il desiderio di quei grandi intelletti; che anzi s'era assai propagato a' tempi della lega lombarda sotto il colore guelfo contro la schiatta tedesca; e tutto si volse contro la francese, quando Carlo d'Angiò la fece stanziare in Sicilia e Puglia, e in molte altre parti d'Italia, e diè luogo al contrasto de' costumi, all'invidia dei privilegi, alla insolenza degli uni, alla intolleranza degli altri, alla superbia delle due genti venute a contatto. Cooperaronvi la resistenza misurata di Gregorio X, la passione di Niccolò III, e per contraria ragione l'ambizione di Carlo, la connivenza di papa Martino. S'accostava questo novello sentimento agli umori di parte ghibellina, tendea temporaneamente allo stesso scopo, ma in sè stesso era molto più grande, più nobile, più puro. Esso rapì Dante a parte guelfa; esso trovò un nome diverso dal ghibellino, come diversa era l'indole. Le due genti con antichi vocaboli si chiamavano i Latini e i Gallici; ed evocavano tutte le nimistà de' tempi di Brenno, anche quando avveniva che si combattesse sotto una medesima bandiera guelfa, nelle relazioni politiche di tanti piccioli stati.
Spicca negli scritti siciliani, si vede manifestamente ne' fatti di quel tempo, il sentimento nazionale latino. Esso {106} fu che nel primo assedio di Messina, nella tempesta dello assalto universale che dava l'esercito angioino, misto d'oltramontani e di abitatori del reame di Napoli e d'altre province italiane, consigliò ai Messinesi di risparmiar nei tiri le schiere italiane, che certo combatteano con uguale riguardo. Veggiamo indi Pier d'Aragona cogliere l'util politico della carità latina, e liberare i prigioni di questa nazione. Veggiamo i popoli in Calabria e in Puglia sforzarsi per tanti anni a seguire la rivoluzione siciliana. Nè ricorderò le parole degli altri scrittori, che sono noti, e si allegheran sovente in appresso; ma, quelle della rimostranza de' Siciliani contro la prima bolla di papa Martino che li ammonì a tornare sotto il giogo, sono sì opportune e significative, che meritano special menzione. Perchè l'orgoglio del lignaggio italiano anima e infoca tutta questa epistola, che s'indirizzava al collegio de' cardinali quasi fosse il senato di Roma. Gl'improvera il favore dato ai Francesi contro gl'Italiani; mette a riscontro distesamente i costumi delle due nazioni; incolpa gli stranieri del loro clima, della barbarie delle nazioni vicine; e di libidine, d'avarizia, d'ebbrezza, di crapula, d'ogni torto che aveano, d'ogni torto che non aveano. Si compiace al contrario a ricordare la doppia nobiltà del lignaggio d'Italia, che allude all'etrusco e al troiano, o al romano e al greco; a notar la prudenza, il contegno, la prontezza degli intelletti, la serenità de' volti, e con aperto errore anche la tolleranza degli animi italiani; chiama in aiuto Lucrezia, Virginio, Scipione; motteggiando i Francesi perchè prendessero a imitare più tosto le ispide genti del settentrione, che la civile moderazione e libertà degl'Italiani; e mostrando che la sorte dà i regni, ma la virtù li mantiene, e che più si guadagna con la saviezza che con la forza. Questo scritto batte con una stessa sferza i governi angioini di Sicilia, di Napoli, di Romagna; allude al vespro col {107} vanto che gli stranieri non avesser dato il guasto impunemente alle campagne d'Italia: sclama al papa con veemenza: «Sdegna, o padre, l'Italia, sdegna le dominazioni straniere!» L'autore imbrattò questo nobil pensiero con l'arroganza tutta e la ferocia de' Quiriti; com'ei mescolò alla giusta difesa della rivoluzione, l'apologia di orrori che dovea condannare; ma non men fortemente ciò prova che il sentimento latino era sparso in Italia[67].