Ma gli storici stranieri di maggior polso, o sostengono l’opinione ch’io ho seguito, o se le avvicinano assai. Quel sobrio Muratori (Annali d’Italia, 1282) raccontata la congiura, come scrissero Villani e Malespini, continua: Ora avvenne che nel dì 30 di marzo, e secondo altri nel 31, i Palermitani, prese le armi, ec., e narra il fatto senza altrimenti connetterlo con la congiura. Dalle stesse fonti Sismondi, con più immaginativa, trae che Procida procurasse la rivoluzione di Sicilia «non congiurando, ma eccitando le passioni del popolo; e mandando in Palermo i nobili e i militari (così interpreta la voce caporali di Giachetto Malespini) per poter governare il movimento, sicuro che l’occasione non sarebbe mancata.» Nondimeno egli attribuisce la sollevazione all’insulto; non parla altrimenti dei soci di Procida; e narra la uccisione successiva nel resto dell’isola (Hist. des Répub. ital. du moyen Age, ch. 22). Prima del Sismondi il Bréquigny, avvezzo alle più pazienti ricerche, e a quell’esame rigoroso che diffida di tutt’autorità, avea notato in poche pagine i fatti del vespro siciliano, ricavati da’ documenti; ne avea conchiuso, «vedersi chiaramente che la rivoluzione della Sicilia non fu una congiura, e che non v’ebbe punto congiura.» (Magasin Encyclopèdique, tom. II. Paris, an. iii, 1795, pag. 500 a 512). La stessa opinione tiene M. Koch (Tableau des Rèvolutions de l’Europe, tom. I. Paris, 1823, pag. 175); il quale aggiugne non creder più verosimile della uccisione contemporanea in tutta l’isola, «quella trama con Pietro d’Aragona, perchè i Palermitani alzarono lo stendardo della Chiesa, deliberati a darsi al papa, ec.» Nè diversamente pensò Shoell (Cours d’Histoire des États européens, Paris–Berlin, tom. VI, pag. 49). E per nominare in ultimo due de’ più vasti ingegni del secolo xviii, finirò il novero con Voltaire e Gibbon. Il primo, nella rapida corsa sulle vicende delle società umane, si fermò un istante sul vespro siciliano; seppe scernere la congiura dal fatto; affermò aver Giovanni di Procida preparato gli spiriti, ma il caso della donna cagionato l’uccisione (Essai sur l’esprit et les mœurs des nations, ch. 61). Con esamina forse più accurata, l’autor della Decadenza e ruina dello impero romano, lasciò in dubbio la cagione de’ fatti, raccontati d’altronde con la maggiore esattezza storica (Decline and fall of the Roman Empire, ch. 62). «Si può chiamare in dubbio, ei disse, se il subito scoppio di Palermo fosse stato effetto del caso o d’un disegno:» e ciò che il fa rimanere in questo dubbio, è un errore: la supposta dimora di Pietro sulla costa d’Affrica al tempo del nostro vespro. Però deride il patriotta Speciale d’aver dissimulato ogni pratica antecedente, col dir seguita la sollevazione, nullo comunicato consilio, mentre Pietro «per caso» si trovava con un’armata sulla costa d’Affrica. Se lo storico inglese avesse riscontrato i tempi, ed avrebbe risparmiato quel frizzo a Speciale, e deposto ogni dubbio sulla cagione: perchè il 31 marzo si mosse Palermo; il 29 aprile non v’era città in Sicilia che tenesse pe’ Francesi; e Pietro non partì di Spagna per Affrica che in giugno, quando nei consigli siciliani era messo il partito per lui, quando forse alcun pubblico messaggio gli era giunto di Sicilia.
Degli scrittori recenti che han toccato questo punto d’istoria io non parlo. Certo diversità di giudizio non è offesa a begl’ingegni. Non parmi necessario confutar di parola in parola i loro scritti, perch’io credo che la dimostrazione abbastanza si contenga nel fin qui detto.
FINE DELL’APPENDICE.
DOCUMENTI.
N. B. Ho creduto bene in questa seconda edizione conservar la ortografia come sta negli originali ma aggiugnere l’interpunzione.
Alcuni documenti hanno un numero progressivo diverso da quel della prima edizione, per cagion dei nuovi documenti che ho voluto porre in ordine cronologico coi primi. Il numero progressivo della prima edizione sarà notato tra parentesi.