Vi comparve fin dai primi principii la ovvia distinzione di militari e cittadini. I primi chiamavansi collettivamente, come in ogni altra parte dell'impero, il giund; e talvolta questo nome si dava a ciascuna legione, divisione o brigata, come noi diremmo, talchè si trova adoperato in plurale presso gli scrittori arabi.[205] Erano i guerrieri scritti nei ruoli; i quali, oltre la parte che loro tornava dal bottino, aveano uno stipendio che si togliea dai tributi posti su i popoli vinti e sopra una classe di terre dei Musulmani, e che pagavasi per lo più assegnando al tal giund le entrate di tal provincia o distretto; la qual maniera di concessione gli Arabi chiamarono Iktâ', ossia scompartimento. Ordinati tuttavia secondo le proprie parentele, come già dicemmo,[206] e capitanati da un condottiero con titolo di Kâid,[207] eran mezzo soldati stanziali e mezzo milizie feudali: gente agguerrita quanto i primi, e, come le seconde, devota al proprio capo più che al principe; l'indole della quale avea bene spiegato un savio, quando disse al califo Abd-el-Melik, parlando di alcun rinomato capo di tribù in Oriente: “S'egli s'adira, centomila spade s'adiran seco, senza domandargli il perchè.”[208] Nel giund rimanea dunque l'aristocrazia patriarcale dei tempi anteriori all'islam.

Nelle città appariva al contrario un avanzo della primitiva democrazia musulmana; come sempre avvien che si sviluppi nelle colonie qualche principio che sia stato soffocato nella madre patria. Senza istituzioni scritte, senza magistrati riconosciuti dalla legge, surse a Kairewân, e in altre città principali dell'Affrica, una vera possanza municipale figlia di quel genio democratico e dell'industria. Non le mancò il primo elemento di forza, che è il numero de' cittadini; perocchè, giugnea a tale in Kairewân al tempo della seconda sollevazione dei Berberi, che fornironsi in un estremo pericolo diecimila scelti combattenti, i quali usciti insieme con le reliquie dello esercito riportarono (741) la vittoria di Asnam.[209] Non le mancò l'uso alle armi, poichè la popolazione delle città, obbligata a combattere da un precetto religioso che andava in disuso nelle parti centrali e tranquille dell'impero, lo osservava per necessità nelle provincie di frontiera, ove spesso s'avea a respingere il nemico. V'erano inoltre in così fatte provincie i ribat, di cui già parlammo; i quali mutarono natura quando la più parte della popolazione fu musulmana, e divennero ritrovo di birboni e oziosi, che viveano di pie oblazioni sotto specie di star pronti alla guerra contro gli Infedeli, e prontissimi erano alle sollevazioni. Non mancò infine l'ordinamento delle classi e la potenza di quelle superiori per le facoltà e l'educazione, le quali classi dan sempre la pinta ai moti delle città. Da una mano troviamo, in fatti, corporazioni d'arti;[210] da un'altra cittadini proprietarii di terre, e veggiamo la efficace influenza degli sceikhi, ossiano capi delle famiglie principali. Uscian anco da queste gli uomini che professavan sapere e pietà, legittimi successori dell'aristocrazia di Omar; i quali col Corano e la tradizione del Profeta alle mani, sosteneano le larghe franchigie dei Musulmani, poste in oblio dai moderni principi: e il popolo naturalmente li seguiva e agitavasi alla lor voce.[211]

Tali essendo gli ordinamenti delle milizie e dei cittadini, fondati su i costumi, non su le leggi, e di tanto più forti, il governo della provincia poco teneva a quel dell'impero. In apparenza non differiva dal reggimento d'un paese occupato militarmente; il califo di Damasco nominava il governatore dell'esercito e del popolo musulmano; i quali riconosceano un solo re e pontefice e una sola legge a Kairewân come a Damasco o a Medina. Ma in sostanza la colonia era libera. Stava la forza in mano di corpi independenti; il califo, non che trar danaro dalla provincia, ve ne rimettea, e se voleva almeno farsi ubbidire dovea affidare il governo a potenti capi di tribù, dovea piegarsi alle passioni di quelli e agli umori del popolo. Dal che nasceva un bene e un male: il bene, la forza di vita ch'è propria delle colonie libere e che non si infonde mai negli automi costruiti dai governi matematici; il male era la rabbia delle fazioni, che gli Arabi aveano nel sangue, e che l'islamismo accrescea con la frettolosa assimilazione d'ogni gente straniera. Il male si sviluppava a misura che gli Arabi metteano radice nei paesi di ponente; e mostravasi nel giund più che nelle popolazioni cittadine. Trovandosi nel medesimo esercito le schiatte rivali di Kahtân e di Adnân, appena si prendeano a scompartire i premii della vittoria, cominciavano i torti, scoppiavano le ire; il governatore favoreggiava la sua tribù e le affini a scapito delle altre; e queste, se le mene di corte o il caso faceano succedere nel governo della provincia un di lor gente, rendeano la pariglia; e, se no, prendeano a farsi giustizia dassè.

Arrivò a tale l'antagonismo, che nol potè curare nè anco la spada dei Berberi. Dopo la infelice battaglia dei Nobili (740) il califo Hesciâm, come abbiam detto, mostrò forse minore rabbia contro i nemici Berberi che contro la schiatta himiarita la quale prevaleva in Affrica a quel tempo.[212] Gli Himiariti risposero per le rime. Come il califo prepose al nuovo esercito un Kolthûm, modharita o vogliam dire della schiatta di Adnân, e com'ei, tra gli altri rinforzi, mandò un corpo di diecimila uomini della propria casa omeiade, ottomille cioè Arabi e duemille liberti, stanziati in Siria, così ambo gli elementi sociali della colonia si volser contro il novello esercito. La cittadinanza di Kairewân, vergognando o temendo di sì fatti ausiliari, chiuse loro le porte in faccia. Il rimanente delle milizie patteggiò anche contro di essi, tanto quelle antiche d'Africa, quanto ventimila uomini delle nuove, ch'erano stati presi qua e là, come scrive Ibn-Kutîa, da varie nobili schiatte arabiche. Perlochè movendo tutte le genti ad incontrare i Berberi, i condottieri non fecero che altercare con Kolthûm; i soldati erano per venire alle mani coi diecimila Omeîadi; e finì che costoro sul campo di battaglia voltaron le spalle, e gli altri furono orribilmente mietuti dal nemico. I pretoriani disertori poi, non potendo rimanere tra l'abborrimento universale, passarono in Spagna ove accesero aspre guerre civili: e l'Affrica si perdea, se Hesciâm, rimettendo del regio orgoglio, non ne affidava il comando ad Hanzala-ibn-Sefwân di chiarissimo sangue himiarita; il quale senza nuove soldatesche d'Oriente valse a debellare i Berberi (742), come sopra dicemmo.[213]

Ma passeggiera era la concordia; le divisioni durevoli, diverse, intralciate in confusione inestricabile: e un altro subito mutamento che seguì si dee riferire agli umori avversi al governo in tutta la provincia, e, più che altrove, nella capitale. Perchè Abd-er-Rahman-ibn-Habîb di tribù koreiscita, uomo illustre per la gloria del bisavolo O'kba-ibn-Nafi' e per una strepitosa fazione che avea combattuto pochi anni innanzi sopra la Sicilia, andato poi in Spagna ad accattar brighe e stato, e vedendosene tronca la via dalla prudenza di un luogotenente di Hanzala, gittatosi a un partito disperato, ripassava il mare; sbarcava a Tunis; trovava partigiani e osava assalire in Kairewân stessa il capitano liberatore dell'Affrica. Il quale accorgendosi delle disposizioni dei cittadini, gli rifuggì il generoso animo dalla guerra civile: chiamò il cadì e i notabili della capitale; lor consegnò il tesoro pubblico, presone le sole spese del viaggio per tornarsene in Oriente; e quetamente partissi dalla colonia (744-5). Tutta l'Affrica allor si diè all'usurpatore, quantunque ei fosse della schiatta di Adnân; ma lo perdonavano forse al sangue koreiscita, al casato di O'kba, fondatore della colonia, all'audacia del misfatto, sempre ammirata dal volgo, e al merito di aver offeso la corte di Damasco. Abd-er-Rahman usò sagacemente il comodo che gli davano in questo tempo le rivoluzioni d'Oriente: stracciò in pubblica adunanza il mantello d'investitura mandatogli dal califo; scosse lungi da sè le pianelle che avea ai piedi, con dir che così anco rigettava l'autorità del califo; e governò con animo e fortuna da principe indipendente. Dopo dieci anni, il proprio fratel suo, abbracciandolo, gli passò un pugnale dalle spalle al petto; godè per poco il premio del fratricidio; e la nascente dinastia presto fu spenta (757). La colonia, straziata dalle proprie fazioni e dai Berberi, riconobbe di nuovo il potere del califato, che era passato in questo mezzo dalla casa d'Omeia a quella di Abbâs.[214]

Tal mutamento di dinastia mostrò come la schiatta arabica troppo presto cominciasse a cedere il luogo ai vinti, coi quali stringeasi nella fratellanza dell'islamismo. L'assimilazione, turbata in Affrica dalla impazienza dei Berberi, ritardata in Egitto e in Siria dalla desidia de' popoli, dal Cristianesimo e dalla tolleranza de' Musulmani inverso di quello, s'era compiuta largamente nelle regioni soggette una volta all'impero persiano. Lasciando quelle poste tra l'Eufrate e il Tigri, nelle quali predominava il sangue arabico, troviamo di là dal Tigri i figliuoli dei Persiani propriamente detti e dei Parti: valorose schiatte, fattesi tanto innanzi nella civiltà ch'eran sorti tra loro i due riformatori religiosi insieme e politici, Mani e Mazdak. Coteste schiatte volentieri abbracciarono l'islamismo che loro offriva una credenza meno assurda, e una forma sociale meno ingiusta. Mentre gli emiri arabi perseguitavano agevolmente, o tolleravan senza pericolo gli uomini più tenaci nella credenza di Zoroastro, la parte maggiore della popolazione alacremente si accomunò coi conquistatori. I liberi acquistavano issofatto la cittadinanza musulmana con profferire: “Non v'ha Dio, che il Dio e Maometto il suo profeta;” gli schiavi professando l'islamismo agevolmente conseguivano la emancipazione, e diveniano cittadini come ogni altro: e ciò che tuttavia mancava dopo la cittadinanza legale, cioè il patrocinio d'una famiglia potente, i liberi l'otteneano per clientela volontaria, i liberti per clientela necessaria. Cotesti uomini nuovi fecero aprir gli occhi ai governanti con la pratica ch'essi aveano in azienda pubblica; aiutarono con la loro dottrina alla compilazione della giurisprudenza musulmana; accesero nei popoli arabici a poco a poco il sacro fuoco delle scienze; e prima quello della libertà civile e religiosa, al modo che poteasi comprendere in quelle parti. I popoli dell'impero sassanida furono invero i maestri degli Arabi, come i Greci erano stati dei Romani; se non che il diverso genio dei popoli, e soprattutto delle istituzioni religiose e civili, portò che i maestri persiani predominassero nello Stato, al che i maestri greci mai non giunsero.

Un secolo bastò a produrre i primi effetti, che apparvero nel Khorassân, estrema provincia orientale, nella quale stanziava, come per ogni altra parte dell'impero, un pugno d'ottimati arabi. Quivi la lontananza di Damasco rendea il governo provinciale più insolente a un tempo e più debole; e spingea a desiderio di novità i Musulmani della provincia, la più parte indigeni. Vedean essi la casa d'Omeia aggravare sempre più i torti della usurpazione con un reggimento contrario ai principii repubblicani dell'islamismo; con una istancabile crudeltà contro i discendenti di Alî; con la rapacità, insolenza e discordie delle sue centinaia di principi reali, degna progenie, potean dire i Musulmani, di quegli ostinati idolatri che aveano combattuto il Profeta finchè il poterono, e adesso molestavano e scannavano la sua parentela. Perchè oltre la prole d'Alî v'era quella di Abbâs zio paterno di Maometto, capo della casa dopo la morte di lui, e primo tra gli ottimati d'Omar, come s'è detto. I figli di Abbâs avean séguito nella nazione, e particolarmente, com'ei sembra, tra le case nobili stanziate nel Khorassân; ed erano stati rispettati dagli Omeiadi; ma alfine la gelosia della casa regnante e l'orgoglio degli Abbassidi proruppero in scambievoli offese. Narrasi ancora, nè è inverosimile, che sia avvenuto tra i partigiani degli Alidi e degli Abbassidi un di quegli accordi effimeri e bugiardi, che due ambiziosi stipulano a danno d'un terzo; salvo ad accoltellarsi tra loro dopo la vittoria. L'associazione di famiglia, che rimaneva in piè secondo l'uso antichissimo degli Arabi, fu ottimo espediente a promuovere e nascondere la cospirazione degli Abbassidi; molti destri missionarii (dâi' li dicon gli Arabi e appo noi suonerebbe chiamatori), ordinati con gerarchia e artifizio di setta, si misero a far parte nel Khorassân, a raccorre contribuzioni dai partigiani: e reggea con man maestra tutta la macchina Abu-Moslim che un buon uomo di casa abbassida avea preso ad allevare per carità, trovatolo in fasce esposto su la via pubblica. Quando la congiura, allargandosi, fu scoperta, piombò la prima ira del califo sopra Ibrahim capo della casa di Abbâs, che morì in prigione ad Harran: ma tantosto Abu-Moslim si levò in arme nel Khorassân; ruppe gli eserciti omeiadi; mosse verso la Mesopotamia; e il popol di Cufa, senz'aspettarlo, gridò califo Abd-Allah fratello del morto Ibrahim, e noto nella storia con l'atroce soprannome di El-Saffâh o diremmo noi Il Sanguinario. E in vero si versò il sangue a fiumi tra per comando suo e di Abu-Moslim, che il pose in trono, e che fu immolato dal successore di Abd-Allah per saldare i conti della dinastia. Campato sol dalla proscrizione un rampollo degli Omeiadi, rifuggivasi in Spagna; trovava partigiani; faceasi un reame di quella provincia, e lasciavalo ai suoi discendenti che presero il nome di califi.

Il rimanente dello impero ubbidì senza contrasto alla casa di Abbâs; la quale mutò ogni cosa, fuorchè il sistema del dispotismo. Le bandiere e vestimenta degli uficiali pubblici si tinsero in negro, colore prediletto dalla dinastia; i pretoriani furono, non più una fazione della aristocrazia arabica, ma i partigiani della casa in Khorassân, e poi i mercenarii turchi che consumarono la vergogna e rovina del califato; la sede del governo passò da Damasco a Bagdad, edificata a posta con imperiale splendore; i costumi della corte da arabica semplicità si volsero a lusso persiano; e l'amministrazione pubblica, tolta agli Arabi, data ai Korassaniti divenne più inquisitiva e molesta; il che fa dire a un autore arabo[215] che la casa d'Abbâs indurò il principato a modo dei re sassanidi. In somma la schiatta persiana si impadroniva del dominio non saputo tenere dagli Arabi.[216] Da ciò nacque la gloria letteraria che ha reso sì chiari gli Abbassidi. Perocchè i Persiani, venendo in servigio loro a corte e per tutte le provincia dell'impero, vi recarono le scienze; coltivaronle essi esclusivamente; messerle in voga appo i califi; trassero con lo esempio i Musulmani delle alte schiatte, pochissimi per altro dell'arabica. Ma scrivendo tutti nella lingua del Corano, tornò agli Arabi la fama di sovrastare all'umano incivilimento nei secoli più tenebrosi del medio evo.[217]

Non tardarono i guerrieri del Khorassân a passare fino all'altro capo dell'impero, per fidanza o sospetto di casa abbassida; la quale non potendo spegner tutti come Abu-Moslim, par che si provasse a farne stromento di dominazione in Affrica. Pertanto l'esercito mosso d'Oriente (761) per combattere i Berberi, undici anni appresso la esaltazione della dinastia, fu composto di trentamila uomini del Khorassân e dieci mila Arabi di Siria, che sembrano rei della medesima colpa; e, a capo d'altri dieci anni, un novello sforzo di sessanta mila soldati si accozzò di gente del Khorassân, di Siria, e dell'Irak. Cotesti eserciti, che divenian colonie, come dicemmo, più largamente e fortemente occuparono il paese: donde le città ingrossarono; crebbene anco il numero; s'ebbero nuove terre da dividere e più larghi tributi dai popoli che s'assuefaceano al giogo. Al tempo stesso la schiatta persiana fu nuovo elemento di discordia in Affrica; divenutavi dapprima tracotante per numero e favor della corte, poi disubbidiente come le altre. Nel primo periodo furono scelti in quella i governatori della provincia, e fin v'ebbe una famiglia nella quale l'officio s'avvicendò per ventitrè anni: officio usato dai Persiani non altrimenti che dai predecessori: al segno che certe milizie di Siria, dopo trent'anni di soggiorno, furono cassate dai ruoli del giund e ridotte alla condizione di ra'ia, ossia popolaccio, per mettersi in luogo loro la gente del Khorassân. Quando le altre schiatte si risentirono e il califo volle riparare, i capi persiani si divisero tra loro; i più malcontenti si rivoltarono: seguì uno scompiglio universale di Khorassaniti, Arabi Modhariti, Arabi del Iemen, Arabi venuti di Siria sotto gli Omeîadi e venuti sotto gli Abbassidi, Berberi ortodossi e Berberi eretici, che si contendevano con le armi alla mano il governo e i suoi frutti. Il potere dei califi su la provincia, di debole ch'era stato sempre, divenne precario; si sostenne a forza di espedienti; di qualche capitano fidato; del direttor di posta e spionaggio; e soprattutto dei centomila dinar sprecati ogni anno tra quelle riottose milizie e tolti dalle entrate d'Egitto. Fu in queste condizioni di cose che il magnanimo Harûn-Rascîd piegossi a dar l'Affrica, come in appalto, a Ibrahim figliuolo di Aghlab.[218]

Aghlab, nato dalla tribù modharita di Temîm, avea dato mano ad Abu-Moslim e a casa abbassida nella rivolta contro gli Omeîadi; poi a casa abbassida nell'uccisione d'Abu-Moslim;[219] ed era indi venuto (761) con alto grado nell'esercito d'Affrica; segnalatosi nella guerra; eletto a tener la frontiera dello Zâb contro i Berberi; fatto in ultimo governatore di tutta la provincia; e mortovi combattendo contro un capo iemenita ribelle (767). Però il figliuolo, gradito a corte e sottentrato, com'ei pare, nella condotta delle genti che soleano ubbidire alla sua famiglia, rimase di presidio nello Zâb, lontano dalle discordie che ferveano a Kairewân, poco invidiato dagli ambiziosi, e amato da' suoi marchigiani per liberalità, valore e saldo proponimento. Occorse poi che le altre milizie si trovassero avvolte in una generale sollevazione, nata a Tunis, compiuta a Kairewân per assentimento della cittadinanza, e provocata dal governatore Mohammed-ibn-Mokâtil, fratel di latte del califo; favorito prosuntuoso e dappoco, il quale avea scemato gli stipendii, maltrattato al paro militari e popolani e bacchettoni. Ma come costui fu preso, perdonatagli la vita e cacciato ignominiosamente dalla provincia, Ibrahim piombò sopra Kairewân coi suoi fidati marchigiani; richiamò Ibn-Mokâtil; combattè il capo della rivoluzione, congiunto suo, per nome Temmâm; col quale scambiò rimbrotti in prosa e in versi pria di venire alle armi. Tanto duravano i costumi cavallereschi de' Beduini nella numerosa nobiltà venuta a stanziare in Affrica![220] Ibrahim con fortuna e arte s'innalzò tra i turbolenti compagni. Rotti i sollevati (799), mandava alcuni lor capi incatenati a Bagdad; e, accontatosi in questo mezzo con gli altri, scrivea a corte contro il governatore ch'egli stesso avea ristorato. Rappresentò esser costui troppo odiato; la provincia troppo insubordinata; richiedersi quivi altr'uomo e più pratico del paese: e propose a dirittura sè medesimo, promettendo al califo che non solamente non gli farebbe spender più nulla in Affrica, ma gliene darebbe quarantamila dinar all'anno. Harûn accettò; non per avarizia, ma perchè altro modo non v'era; perch'ei dovea piuttosto pensare all'Oriente, base dello Impero; perchè ogni novello esercito che avesse mandato in Affrica vi sarebbe divenuto novella colonia di ribelli. Consigliollo anche a questo un suo fidato, che conoscea l'Affrica, non meno che la lealtà, il seguito e il valore d'Ibrahim-ibn-Aghlab.