[113.] Strabo, Rerum Geographicarum, lib. VI, p. 265, seg.

[114.] Stefano dà 122 nomi di città e castella, tra le quali alcune poste per errore in Sicilia, ma altre ne mancano. (Stephanus, De urbibus, passim). Strabone (l. c.) ne contava 16, tralasciando senza dubbio i luoghi meno importanti. Plinio (Historiæ Naturalis, lib. III, cap. 14) ne ha 69, delle quali 5 colonie romane, 13 oppida, 3 popolazioni di condizione latina, e 48 tributarie. Tolomeo (Cl. Ptolomei Geographiæ, lib. III, cap. 4) novera 64 tra città e castella, accordandosi con Plinio in 47 nomi, e discrepando negli altri, forse perchè il Romano segue la geografia politica, quando Tolomeo, geografo matematico, nota i luoghi non le genti. L'Itinerario (presso Fortia d'Urban, Recueil des Itinéraires anciens, Antonini Augusti Itinerarium, numeri XXIII a XXVII, p. 26-29) non vale in questa esamina, perchè dà le sole stazioni di poste; tra le quali 26 in città note.

[115.] Historiæ Augustæ Scriptores, tom. II, p. 85. Trebellii Pollionis, Galliani duo, cap. 4.

[116.] Zosimus, lib. I, cap. 67, 71.

[117.] Marini, I Papiri Diplomatici, numeri XXXII e XXXIII, che si credono frammenti di unico diploma dato il 489. Indi si scorge che Odoacre aveva accordato a un Pierio, forse il conte di tal nome, 690 soldi, dei quali 450 assegnati su certi beni a Siracusa, 200 a Malta, e che per questo diploma concedeva il rimanente di 40 soldi e una frazione, sopra tre fondi diversi posti nella massa Piramitana, nel territorio di Siracusa.

[118.] San Gregorio, che non credea certamente a tal fola, pur l'accreditava, con mille altre somiglianti, per promuovere la superstizione; e nel presente caso anco per aizzar la gente contro i Longobardi, barbari e tuttavia Ariani come i Goti. Vedi Divi Gregorii Papæ Dialogi, lib. IV, cap. 30.

[119.] Caruso, Memorie storiche di Sicilia, parte I, vol. II, lib. 5. Il volume che contiene questo passo, uscì alla luce in Palermo il 1716, sotto il dominio della casa di Savoia.

Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione 1, p. 405, seg. Il primo volume di questa egregia opera, che non si continuò per cagion d'una acerba e sciocca persecuzione, fu stampato a Palermo il 1743. Dopo mezzo secolo e più, il Di Gregorio (Introduzione al Diritto pubblico Siciliano) onorò la memoria dello autore con una timida parola. Domenico Scinà l'ha poi vendicato degnamente (Prospetto della Storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII), tom. I, p. 260 e seg.

[120.] Acta Apostolorum, XXVIII, 12.

[121.] Quest'ultimo fatto si potrebbe spiegare altrimenti, supponendo una tratta di schiavi stranieri; ma quel di Tindaro lascia pochissimo dubbio, parlandosi espressamente di idolatri che non si voleano convertire ed erano difesi dai potenti. Ciò mostra che si tratti di contadini di Sicilia schiavi dei grandi proprietarii, e che il caso sia simile a quel di Sardegna. Oltre i seguaci del paganesimo greco e romano, qualche famiglia balestrata in quelle provincie dalla servitù prestava culto agli Angeli. Veggansi le epistole di S. Gregorio, lib. II, nº 98, indiz. XI (a. 593), e lib. V, nº 132, indiz. XIV (a. 596); le quali anco si leggono presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, numeri CII e CXXVII, pag. 142 e 175. Per la missione in Sardegna riscontrinsi le epistole di San Gregorio, lib. III, nº 23, 25 ec.