Segnalossi tra i discepoli di Sehnûn, per dottrina e austera integrità, un Abu-'Amr-Meimûn-ibn-'Amr, il quale diè alla Sicilia bell'esempio delle virtù di magistrato. Promosso a cadi dell'isola, da delegato ch'egli era al tribunale dei soprusi di Kairewân, andando a Susa per imbarcarsi, Meimûn si volse alla gente che gli dava il buon viaggio. “Cittadini,” lor disse, “ecco la giubba e il mantello che ho indosso; ecco lo zaino coi miei libri, e cotesta schiava negra che mi fa i servigi di casa, con una giubba e un mantello nè più nè manco di me: ponete ben mente, e vedrete in che arnese tornerò di Sicilia.” Giunto in Palermo, come poi narrò il siciliano Sa'îd-ibn-Othman, e condotto alla casa dei cadi, Meimûn quando la vide, ricusò d'entrarvi, dicendo non saper come acconciarsi in sì gran palagio; e volle albergare in una picciola casetta. Dove, senza aguzzini nè uscieri, quando alcun picchiava alla porta, correa la negra ad aprire, rispondeva: “or ora parlerete al cadi;” e chiamatolo, se ne tornava a filare per vendere il refe e supplire allo scarso mantenimento del padrone. Il qual magistrato non è a dire se fosse caro a tutta la città. Poi si ammalò. Non vedendolo uscir di casa da tre dì, gli amici, andati a visitarlo, lo trovarono giacente, in vece di tappeto, sopra una stuoia di papiro, manifattura indigena,[490] appoggiando il capo su due cuscini imbottiti di fieno. Piangendo lor disse avere atteso all'oficio, che n'era testimone Iddio, finchè gli eran bastate le forze; nè li avrebbe abbandonati giammai se non fosse stato per quella incurabile infermità che si sentiva. Volle andare a morire in patria. E quando partì: “Che Dio vi conceda un successore miglior di me,” furon le ultime parole di Meimûn ai Palermitani; e quelli a benedirlo ed a pregargli salute. Nè dimenticò, messo il piè a Susa, di mostrare alla gente il sacco dei libri, le vestimenta fatte più logore e la stessa schiava.[491]
Per certo le relazioni politiche con l'Affrica fruttarono alla Sicilia un utilissimo commercio d'idee e di studii. Si novera tra i discepoli di Sehnûn, un Diama-ibn-Mohammed, morto il dugentonovantasette (909-910), ch'era stato cadi di Sicilia sotto gli Aghlabiti.[492] Con l'insegnamento ortodosso trapelavan anco i novelli ardimenti filosofici dei Musulmani; sapendosi che il giureconsulto Abu-Giafar-Mohammed-ibn-Hosein-Marwazi, com'ei pare, oriundo persiano, trapassato in Sicilia del dugentonovantatrè (905-906) era forte sospetto di miscredenza.[493] Sembrano incominciati in Sicilia nella stessa metà del decimo secolo gli studii filologici; poichè il primo Siciliano lettor del Corano e grammatico di cui si trovi il nome nelle raccolte biografiche, è Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân, liberto degli Aghlabiti, nato il trecentosei (918-19), di schiatta persiana anch'egli, se è da stare all'indizio del nome patronimico.[494]
Appariscono al tempo stesso in Sicilia i primi esempii d'una maniera di erudizione che fu molto in voga appo i Musulmani, dico i racconti biografici che correano nelle scuole e ritrovi dei dotti: officine delle effemeridi letterarie di quel tempo. Taluno li messe in carta; poi vennero i compilatori che ci hanno serbato cotesti materiali di Storia letteraria, chiamati per lo più Tabakât, o vogliam dir classi, sendo ordinati i cenni biografici in classi, di giureconsulti, grammatici, poeti, lessicografi e simili: Delle più antiche e preziose, è il Riâdh-en-Nofûs, da noi ricordato sovente; il quale, trattando dei giuristi e santi musulmani d'Affrica fin oltre la metà del decimo secolo, ci dà i nomi dei Siciliani che tramandarono parecchi aneddoti a voce o in iscritto. Indi veggiamo che Abu-Bekr-Ahmed, citato dianzi tra i discepoli di Iehia-ibn-Omar, lasciò ricordi, scritti com'e' pare, intorno il pio giurista Abu-Harûn-Andalosi, vissuto in Affrica; pei quali fatti Abu-Bekr or si dà come testimone oculare, or allega i detti altrui.[495] Il medesimo Abu-Bekr, su la fede dell'altro Siciliano Abu-abd-Allah-Mohammed-ibn-Khorassân,[496] riferisce aneddoti d'un Ibn-Ghazi da Susa, devoto un tempo e rinomato lettore del Corano per la melodia della voce, poi infame tra gli Ortodossi perchè alla esaltazione del Mehdi lo adulò vilmente, è s'affiliò a setta ismaeliana.[497] Abu-Bekr, avendo in sua giovinezza conosciuto Iehia-ibn-Omar (m. 903) ed Abu-Harûn-Andalosi (m. 905), visse nella prima metà del decimo secolo. Contemporaneo di lui, e al par siciliano Saîd-ibn-Othman; il quale raccontò a voce i fatti del cadi Meimûn in Palermo.[498] Un altro Abu-Bekr, per nome Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Ibrahim, maestro di scuola, detto il Siciliano, forniva all'autore del Riâdh alcuni aneddoti del devoto africano Abu-Iunis-ibn-Noseir, morto il trecentoquattro (916-17) del quale ei fu amico ed ospite.[499] Il Siciliano Abu-Hasan-Harîri, o diremmo il Setaiolo, morto il trecentoventidue (934), che guadagnò con ascetiche stravaganze un cenno biografico nel Riâdh, può passare anch'egli tra gli agiografi; poichè si seppero dalla sua bocca le dolci visioni di Moferreg,[500] le zuffe d'Abu-Ali da Tanger col nemico del genere umano,[501] e le vicende del pellegrino Abu-Sari-Wâsil, ritrattosi in eremitaggio presso il castello Dîmâs in Affrica.[502]
Per quanto si voglian supporre perduti i ricordi di quella età, la somma è che, innanzi la dominazione kelbita, la cultura intellettuale della Sicilia si ristringea quasi alla scienza del dritto; nè lasciò nomi illustri. L'argomento negativo che viene dal Riâdh e da altre compilazioni parziali, pienamente si conferma col dizionario generale d'Ibn-Khallikân, dove si leggono le biografie di Siciliani del duodecimo e undecimo secolo, ma nessuna ve n'ha del decimo. Ciò non vuol dire che gli studii lontani dalla giurisprudenza, l'erudizione, le lettere, la poesia fossero trascurati al tutto in Sicilia, avanti i Kelbiti. Sarebbe bastata a recarveli la sola famiglia aghlabita, che sì larga diramossi allato al regio ceppo d'Ibrahim. Perchè nel nono secolo que' nobili rami dieron molti emiri alla Sicilia;[503] una lor famiglia anco par trapiantata nella colonia:[504] e dall'altra mano sappiamo coltivate dai discendenti d'Aghlab logica, dialettica, astronomia o astrologia che dir si voglia, rettorica, filologia, e lo stile peregrino di scrivere; ne troviamo anche un che dettò cronica o storia della casa d'Aghlab; e dei verseggiatori non v'ebbe penuria.[505] Ma in Affrica coteste discipline non fiorirono mai al par del dritto, nè salirono al ragguaglio delle letterature contemporanee dei califati d'Oriente e di Spagna: e la colonia siciliana, che le toglieva in prestito dalla madre patria, pur dovea rimanere più addietro. Non si veggono Affricani nè Siciliani nel Ietimat-ed-dahr, antologia poetica di Th'âlebi, oriundo persiano vivuto nei principii dell'undicesimo secolo; il quale, ricercando i poeti buoni e mediocri dell'Oriente musulmano, gittò pure uno sguardo su quei della Spagna.[506]
Ci torna da tutti i lati quell'operoso commercio tra la Sicilia e l'Affrica, che necessariamente dovea nascere dalle relazioni politiche de' due paesi e che portava seco una somiglianza di industrie, d'incivilimento letterario, e di costumi. Al frequente passaggio che si è visto di uomini notabili dall'Affrica in Sicilia, si può contrapporre il tramutamento di coloni che andavano a tentar la sorte nella madre patria, ai quali si dava, sia per nascita, sia per lungo soggiorno, il nome di Siciliani. Taluno salì ad alto grado in Affrica. Leggiamo tra i governatori di Tripoli uno Scekr, detto il Siciliano, che diè principio il dugentosessantanove (882-83) alla fabbrica d'una cisterna monumentale, e compiè una cupola nella moschea giami'.[507] Le mura della stessa città furono ristorate ed ampliate il trecentoquarantacinque (956-957) da Abu-l-Feth-Ziân il Siciliano, motewalli, o vogliam dire delegato al reggimento del paese.[508] E poco fa ci è occorso di nominare il capitan siciliano Boscera nelle battaglie dei Fatemiti contro Abu-Iezîd.[509]
Perchè poi non mancasse alla colonia un vizio grave della madre patria, veggonsi i Siciliani gareggiar coi fratelli d'oltremare nei fasti dell'ascetismo musulmano. Operano le superstizioni nei popoli come i liquori inebbrianti nel corpo umano; i quali all'assaggiarli dan vigore e brio; poi turbano il cervello, concitano sovente a rabbioso furore; alla fine snervan l'uomo, lo fan cadere in letargo o senile imbecillità. La macchina soprannaturale dell'islamismo, dopo avere aiutato a conseguire gli effetti morali, sociali e politici, ai quali aspiravano le nazioni dell'Asia anteriore, invasò i Musulmani d'infecondo ardore teologico e li assopì nei vaneggiamenti delle espiazioni e propiziazioni: e così quello zelo ch'era stato virtù giovando all'universale, si mutò in vizio, quando portò a sanguinose discordie, o peggio, alla devota misantropia, allo straziar sè stesso senz'altrui pro, allo sciogliersi dai legami della famiglia e della città, allo scambiar la moneta sonante delle virtù umane con polizze su l'altro mondo, non pur sottoscritte dal fondator di loro religione, ma dagli interpreti di seconda e terza mano. Percorrendo il Riâdh-en-Nofûs, si veggono comparire successivamente tra i Musulmani d'Affrica tre tipi di perfezione morale: nel settimo e ottavo secolo, il guerriero del conquisto, ambizioso di martirio; nel nono secolo il giureconsulto che impavido affronta tiranni e plebi; nel decimo il mote'abbed, uom di santa vita diremmo noi, che si macera d'astinenza, si stempra in lagrime, passa dì e notte pregando e ruminando fatti soprannaturali, e di rado avvien che si levi di ginocchioni, per vedere se i concittadini sian vivi o morti. Pur i bacchettoni penaron lungo tempo a ragguagliar la devozione musulmana a quella dell'impero bizantino, spogliandola della virtù guerriera e della carità spirate da Maometto.
Ce ne dà esempio Mofarreg, il primo santone siciliano che si presenti nel Riâdh, il quale, se consumò il rimanente della vita in sterile penitenza, avea sparso prima (882?) il sangue per la patria.[510] Abu-Hasan il setaiolo, autor di questo aneddoto d'agiografia, raccontava anco i travagli di Abu-Ali, oriundo di Tanger, nato o stanziato in Sicilia, ch'ei conobbe di persona e passò la vita tra indefesse austerità; lontano dalle cure mondane; assorto tutto nella preghiera. Cui soleva comparire il demonio, in sembiante d'uomo, scongiurandolo per Dio di smetter sua dura penitenza, “con la quale,” aggiugneva il maligno spirito, “non ti avverrà mai di sentir pace nell'animo.” Ed Abu-Ali a rispondergli: “Via di qui, Tentatore; se Dio m'aiuti, continuerò a tuo dispetto.” Ma coltolo un dì che dormiva sur una panca, Satan gli diè una voltolata; onde cadendo a terra si spezzò la fronte; ed enfiatagli la piaga, e prendendogli tutta la faccia, que' tornava a susurrargli: “Smetti, e d'un subito ti guarirò.” Finchè, ostinandosi il devoto a respingerlo e a dirgli che amava meglio morire, il demonio lo abbandonò al suo fato, che non tardò guari a compiersi.[511] Di questo Abu-Hasan setaiolo, rimase un ricordo biografico scritto da Abu-Soleiman-Rebî'-Kattan,[512] erudito affricano che soleva andare a visitarlo in casa presso la moschea d'Abu-Zarmuna, credo a Kairewân, ov'ei gli narrava quei fatti de' devoti di Sicilia. Par che Rebî', si fosse invogliato di conoscere il Setaiolo, per le maraviglie che sentiva di sua pietà: un uom fitto sempre a suo telaio; triste e silenzioso, se non che a volta a volta prorompeva in ringraziamenti e lodi a Dio; e all'annunzio delle preghiere canoniche, metteasi a gemere, a trascinarsi in terra, a dolersi delle peccata, a gridare “Ahimè c'ho dissipato la vita mia negli errori!” Il dotto giurista, mezzo devoto anch'egli, ma di zelo più robusto, ammirava pure le ubbie di Abu-Hasan; nè seppe trattenersi dal dirgli: “Tu mi colmi di gioia,” quando gli sentì ripetere aver fitto ormai ogni suo pensiero nella morte, nè altro bramar che l'ora di comparire al cospetto di Dio.[513] Così, secondo la tempra degli animi, variavano i sintomi della devozione, mentre si corrompea l'islamismo. Nè mancarono superstizioni più puerili. Kazwîni, compilatore di cosmografia e storia naturale nel decimoterzo secolo, ci serbò, nel capitolo dell'ictiografia del Mediterraneo, il racconto d'un buon Musulmano d'Occidente; il quale navigando in quel mare il dugentottantotto (901) vide un giovane siciliano ch'era seco nella barca, gittar la rete e cogliere certo pesciolino miracoloso il quale portava, a mo' di collana, tutto il simbolo musulmano: avea scritto su la mascella destra “Non v'ha dio che il Dio;” nell'occipite “Maometto;” e su la mascella sinistra “è l'apostol di Dio.”[514]
LIBRO QUARTO.
CAPITOLO I.
La tribù di Kelb,[515] rampollo di Kodhâ'a, e però del ceppo himiarita, diè soldati agli eserciti che passavano in occidente al principio dell'ottavo secolo; occorrendo poco dipoi nella storia di Affrica e Spagna emiri kelbiti di gran fama,[516] dei quali Biscir-ibn-Sefwân capitanò una correria sopra la Sicilia.[517] Prevalsi poi in Affrica gli Arabi di Adnân, i quali in ogni modo abbassarono e calpestarono la schiatta di Cahtân, si vede tuttavia un capitano kelbita ucciso nelle guerre civili alla fin dell'ottavo secolo, ch'avea tenuto Mila presso Costantina,[518] e però nei luoghi ove facea soggiorno la tribù di Kotama. Preso infine lo stato dalla casa modharita d'Aghlab, si dilegua il nome kelbita dalle storie, fino alla esaltazione dei Fatemiti; ai quali era ragione che si accostassero gli avanzi dei nobili arabi nemici della passata dinastia. Intanto uomini kelbiti aveano acquistato séguito, e forse stretto parentele, nella gente di Kotama, che amava ad arabizzare; poichè nei tempi appresso (986) veggiamo sceikh de' Kotamii in Egitto, capo connivente a loro insolenza e non dato al certo dai califi, un Kelbita della casa appunto degli emiri di Sicilia.[519] Sia dunque in grazia dei Kotamii, sia della setta ismaeliana o d'altri servigi i Beni-abi-Hosein di Kelb furono ben visti a corte del Mehdi;[520] Ali di quella gente, morì a Girgenti combattendo per Kâim;[521] Hasan, figlio di Ali, guadagnò nuovi meriti appo Mansûr, come si è detto. Affidando a costui la Sicilia, Mansûr potea fare assegnamento, non meno su la fedeltà e il valor dell'uomo, che su le qualità della famiglia: nobile e però riverita dal popolo; nuova in Sicilia e però sciolta d'ogni legame con la parte aristocratica del paese.