[1533.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anni 435, 442, 448, 453, 455; Abulfeda, stessi anni; Baîan, testo, tomo I, p. 288 e segg.; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 31 e seg., e II, p. 21; Tigiani nel Journal Asiatique, d'agosto 1852, p. 84 a 96; Leone Africano, presso Ramusio, Navigatione et Viaggi, vol. I, fog. 3 recto e verso, edizione di Venezia 1563.
[1534.] Marrekosci, The history of the Almohades, testo arabico, pubblicato dal professor Dozy, p. 259.
[1535.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 24, dice che la Sicilia di nuovo “si commosse come le onde del mare.” Il Di Gregorio pensò correggere il testo, e tradurre “et solemnis precatio pro eo fiebat in insula,” accennando ad Ibn-Hawwasci. Ma il testo è chiaro e senza mende.
[1536.] Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 181 della versione di M. Des Vergers. Quivi si legge “l'un des principaux chefs des habitants les plus turbulents de la ville;” e la voce che ho messo in corsivo, sarebbe traduzione plausibile dell'arabico awghâr, come M. Des Vergers corresse il testo dell'unico e mediocre MS. ch'egli ebbe alle mani. Quivi si legge arghâd, che significherebbe “uomini di viver lieto;” ma non si adatta alla parola “caporioni” che precede. Ma un MS. di Tunis, ha la variante agwâd, “nobili” che io seguo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 484. Le lezioni inoltre del MS. e del testo di M. Des Vergers, darebbero voci arcaiche o neologie; la variante del MS. di Tunis al contrario è di uso comunissimo, e con la voce precedente fa il senso preciso “capi dei nobili.”
[1537.] Si vegga il passo di Leone d'Ostia che citai nel cap. XII di questo Libro, p. 421 in nota.
[1538.] Questi regnò, o stette sul trono dal 991 al 1031.
[1539.] Ibn-Khaldûn e Nowairi.
[1540.] Tigiani, versione, op. cit., p. 109, e testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 377, 378.
[1541.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 484, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 275, 276 del testo; Abulfeda, Annales Moslemici, tomo III, p. 274 e seg., anno 484; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 181 e seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 23 e seg.; Ibn-Abi-Dinâr, Storia d'Affrica, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 533; i quali con più o men particolari ripetono unica tradizione. Si veggano anche Amato, l'Ystoire de li Normant, Lib. V, cap. 8; l'Anonymi Chronicon-Siculum, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 836, e versione francese nello stesso volume di Amato, p. 278; Malaterra, lib. II, cap. 3; e Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45: dei quali chi dice d'Ibn-Thimna cacciato di Palermo; chi del cognato d'Ibn-Hawwasci ucciso da lui; e da lor soli si ritrae che Ibn-Hawwasci fosse riconosciuto principe in Palermo. I nomi storpiati pur si ravvisano. Ibn-Thimna, è scritto Bettumenus, Vulthuminus, Vultimino ec.; Ibn-Meklati, Belcamedas, Bercanet, Benneclerus, e in una variante del Caruso, op. cit., p. 179, Benemeclerus; d'Ibn-Hawwasci si è fatto maggiore strazio, Belchaoth, Belchus ec. Sempre della voce ibn rimane la b, vi s'aggiugne la l dell'articolo che segue, ed è esatta anche la prima consonante del nome patronimico; il resto si dilegua.
Debbo aggiugnere che Ibn-Giûzi, autor del XIII secolo, dà seriamente una favola assurda che non cavò di certo dagli annali musulmani, ma da qualche tradizione orale o raccolta d'aneddoti. Scrive che i Franchi conquistarono la Sicilia il 463 (1070-71), chiamati da Ibn-Ba'ba', governatore dell'isola, per paura del califo d'Egitto il quale gli domandava il tributo ed ei non potea pagarlo. Si legge nel Merat-ez-Zemân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 326.