Mancò Maniace all'esercito nel fortunoso momento, che Ardoino e i Normanni levarono l'insegna della ribellione in Puglia; donde il catapano Michele Doceano fu necessitato ripassarvi con parte dell'esercito nell'autunno del millequaranta.[950] I Musulmani di Palermo, che non era stata mai occupata,[951] ripigliarono allora gli assalti. Stefano e l'eunuco, inetti entrambi e ladri, nè seppero combattere alla campagna, nè mantenere i presidii ordinati da Maniace; e il catapano, toccate dai Normanni due sanguinose sconfitte (17 marzo e 4 maggio 1041), richiamò di Sicilia, com'ultima speranza, i Calabresi, i Macedoni e i Pauliciani.[952] Pertanto dei presidii bizantini qual non fu cacciato se ne andò dassè.[953] Crebbe il disordine per la mutazione di stato e incertezza di consigli a Costantinopoli, dove, morto Michele Paflagone (dicembre 1041), era salito al trono un altro giovinastro che sol pensava a disfarsi di Zoe e dei ministri del predecessore: e così Stefano e il Pediadite furono richiamati e mandato senza forze a ristorar la guerra in Sicilia Doceano che l'avea sì infelicemente governata in Terraferma;[954] il quale fece quel si doveva aspettare da lui. All'entrar del millequarantadue, l'impero avea riperduto l'isola, da Messina in fuori.
Tenea Messina un protospatario Catacalone, soprannominato l'Arsiccio,[955] con trecento cavalli e cinquecento pedoni del tema d'Armenia; quando venne ad osteggiarlo (1042 marzo?) una massa di Musulmani levata popolarmente in tutta la Sicilia, condotta, a quel ch'e' pare, da un principe kelbita, forse Simsâm.[956] L'Arsiccio si serrò per tre dì nelle mura, senza dar segno di vita, lasciando il nemico a predare e gavazzare all'intorno e persuadersi ch'egli avesse paura. Al quarto dì, occorrendo una festa,[957] raguna il presidio in chiesa; fa esortarlo dal pulpito a combattere fortemente per la fede e l'impero; fa celebrar la messa; si comunica con tutti i suoi, ed in su l'ora di pranzo, apponendosi che gli Infedeli stessero a mala guardia, schiuse le porte, li assaltò. Soprappresi non poterono dar di piglio alle armi, non che ordinarsi: Catacalone li sbaragliò, ne fe' macello, saccheggiò l'accampamento; e tornò glorioso in città, mentre gli avanzi degli assedianti fuggivano a precipizio verso Palermo.[958]
La quale vittoria giovò soltanto a differir di qualche anno, o di qualche mese, chè l'appunto non si sa, la perdita di Messina e con quella d'ogni speranza su la Sicilia. Perchè la rivoluzione dei popoli e la compagnia di ventura ingrossata ogni dì più che l'altro di Normanni e d'Italiani dell'Italia di sopra,[959] irresistibilmente scacciavano i Bizantini dalla Terraferma. Maniace stesso, liberato di prigione in un lucido intervallo della corte e rimandato in Italia (aprile 1042) segnalossi per prudente valore in guerra, s'infamò per crudeltà efferate contro i terrazzani, ripigliò qualche città, ma non arrivò a vincere i Normanni. In questo, un terzo marito di Zoe lo provocò o piuttosto sforzò a ribellarsi; tantochè fattosi gridar imperatore, passò con l'esercito in Grecia (febbraio 1043), azzuffossi con le genti di Costantino Monomaco, e le avea messe in rotta, quando un colpo tirato a caso lo freddò in sul cavallo. Pochi dì appresso Costantinopoli applaudiva ai codardi che portavano in giro, confitta a una lancia, la testa di Maniace.[960]
CAPITOLO XI.
Ai miseri Cristiani di Sicilia parve risorgere a vita nuova quando fu innalberata in lor cittadi e castella la insegna della croce col motto di: “Cristo vince.” San Filareto, il quale si trovò forse a Traina la dimane della battaglia,[961] solea narrar che rendettero grazie solenni nelle chiese; che spezzarono i ceppi messi ai piè a lor fratelli prigioni; che caduto il terrore di quel fier tiranno affricano, respirarono in libertà.[962] La qual voce sappiam che significhi quando due religioni contendon tra loro. Alla santa esultanza del riscatto si mescolò la vendetta, l'ingiuria; nè andò guari che costrette le armi bizantine a sgombrare di Sicilia, molti abitatori cristiani emigrarono in Terraferma,[963] aspettandosi la pariglia dai Musulmani. Il grosso della popolazione battezzata, com'avvien sempre per amore della patria, necessità o tiepidezza d'animo, restò lì dov'era. E così al conquisto normanno il Valdemone si trovò pien di Cristiani,[964] e sminuzzoli anche se ne contavano per le valli di Noto e di Mazara, in Siracusa,[965] Palermo,[966] Vicari,[967] Petralia,[968] ed altri luoghi.[969] Le vicende della guerra normanna nelle quali bastarono due anni ad occupare il Valdemone e ce ne vollero trenta a soggiogar le altre due valli, provano similmente che nella prima regione fossero pochi presidii musulmani nelle principali città e fortezze in mezzo a popolazioni cristiane timide ma nemiche; e nel rimanente dell'isola, al contrario, pochissimi Cristiani soffocati tra le turbe dei circoncisi.
Nè mutossi la condizione legale dei Cristiani; sol è da supporre aggravati i soprusi tra il millequarantatrè e il millesessantuno; dapprima per la vendetta dei Musulmani che tornavan su; poscia per la divisione loro in piccoli principati, tanto più molesti e rapaci. Caduti gli ultimi comuni tributarii tra il novecensessantadue e il sessantacinque,[970] da indi in poi non ne abbiamo ricordi; nè possiamo immaginare qual necessità o caso li avrebbe fatto risorgere. I Cristiani che sottomettonsi al conte Ruggiero ed a Roberto Guiscardo nei principii della guerra, son veri dsimmi[971] paganti tributo, agricoltori o borghesi, ed i primi parte possessori e parte servi della gleba;[972] le quali popolazioni avean di certo lor magistrati municipali, ma non formavan corpo politico. Di schiavi cristiani posseduti da Musulmani non abbiamo memoria, ond'e' par non siane rimaso tanto numero da farsi sentir tra le vicende del conquisto. Forse la più parte, per migliorar loro condizione,[973] fatti Musulmani, e chi manomesso, chi no, andavano confusi nella società dei vincitori.
Se le schiatte antiche non si sbarbicano di leggieri, i Cristiani dell'isola eran tuttavia mescolati Greci ed Italici. A ciò par abbian posto mente i Normanni, nelle cui croniche le genti battezzate che abitavano la Sicilia al principio della guerra, son chiamate dove Greci o Greci Cristiani, e dove a dirittura Cristiani; e si distinguono i primi con l'attributo di perfidi, come portavano le idee occidentali.[974] Un altro barlume ci dà lo scrittor della vita di San Filareto, notando tra i pregi della Sicilia la carnagione bianca e vermiglia e le belle e aperte fattezze di molti abitatori, le quali non somigliano al sembiante del greco San Filareto, e vi si potrebbe per avventura raffigurar il tipo italiano.[975] Della medesima schiatta sembrano i frati di San Filippo d'Argira in Sicilia i quali nella seconda metà del decimo secolo andavano a Roma: insolito viaggio a gente greca in quell'età.[976] Come i due linguaggi, che è a dir le due schiatte, durarono insieme nel medio evo nelle parti della penisola ch'aveano avuto colonie greche nell'antichità, così anche rimasero in Sicilia; se non che la lingua greca prevalea nell'undecimo secolo.[977] E la cagione parmi, che i Cristiani di sangue italico e punico della Sicilia occidentale, avean rinnegato la più parte sotto la dominazione musulmana, per essere stati più tosto domi; se pur non si lasciaron domare più tosto per antagonismo contro il sangue greco e il dominio bizantino. La religione loro, fors'anco la lingua, si dileguò nella società musulmana. La religione si mantenne insieme con la lingua nella Sicilia orientale, sede primaria delle antiche colonie greche.
Ci mancò nella prima metà del decimo secolo ogni memoria d'incivilimento appo i cristiani di Sicilia;[978] ma nei cent'anni che seguono ne ricomparisce qualche vestigio. Della fine del decimo secolo abbiamo un'agiografia, scritta, com'ei sembra, da un Greco siciliano.[979] Verso il milletrenta ci si parla di preti cristiani che insegnavan lettere ai giovanetti a Castronovo in Val di Mazara;[980] fors'anco a Demona.[981] Nella seconda metà dell'undecimo secolo un ricco cristiano del paese, faccendiere dei Normanni e poi monaco, avea dato opera a raccogliere libri e dipinture in Messina.[982] I quali indizii fan piena prova, quando la storia politica mostra che dovea necessariamente avvenire così. Del novecentodue passò sul Valdemone la sanguinosa falce d'Ibrahim-ibn-Ahmed; poi su tutta l'isola la falce della fame; e sul Val di Mazara quella di Khalîl-ibn-Ishak: ma la guerra civile dei vincitori, fece respirare i Cristiani del Valdemone. Cioè la popolazione rurale, i cui tugurii non avea potuto frugare Ibrahim, e qualche cittadino spatriato che dopo la tempesta tornava ai diletti luoghi, povero e feroce. Quei che ristorarono Taormina, quei che meritarono tanta fama a Rametta, ebber sì le mani pronte a combattere e rabberciare lor mura; la mente fitta a difender sè ed ammazzare i Musulmani, ma non si curavano, credo, di dipinture, nè di libri, nè dell'alfabeto: e facean bene. Sopraffatta alfine quella virtù dalle armi kelbite, i Cristiani s'ebbero a contentare degli umili compensi che concede il servaggio. Assestandosi appo i Musulmani l'azienda pubblica, repressa la rapacità delle milizie, favoriti i commerci con la Terraferma, prosperanti le regioni occidentali dell'isola e venuti i padroni a stanziare nella region di levante, si rinfrancò la industria degli abitatori cristiani. Rifatti alquanto di sostanze e di numero, risalirono a quel grado d'incivilimento dei lor fratelli di Calabria. Chi voglia conoscere in volto i Cristiani del Valdemone di questa età, legga in Malaterra il racconto di quei che s'appresentavano l'anno mille sessantuno a Ruggiero nella prima scorreria grossa a che si rischiò dentro terra. Tutti lieti gli recavano vittuaglie e altri doni; e tosto correvano a scusarsi coi Musulmani: averlo fatto per forza, per salvar le persone e la roba da codesti predoni.[983] Alla quarta generazione gli eroi di Rametta eran fatti, come or si direbbe, onesti e pacifici cittadini.
I quali in punto di religione sembrano tiepidi anzi che no. Dopo l'impresa d'Ibrahim-ibn-Ahmed (902), si sbaragliò il clero siciliano. Gli imperatori bizantini, egli è vero, promulgando la lista delle sedi soggette a lor patriarca, proseguono infino al secol decimoterzo a noverar quelle di Sicilia quali sapeansi nell'ottavo secolo, salvo qualche errore di copia; ma dimenticano che l'isola è stata tolta allo impero dai Musulmani ed a costoro dai Normanni; che le sedi sono state distrutte dai primi, rifatte dai secondi a lor modo, e rese al pontefice romano.[984] Però quei ruoli di cancellaria non attestano condizioni contemporanee, più che nol faccian oggi i titoli di vescovi d'Eraclea, d'Adana e altri largiti dal papa. Appunto come cotesti, sembrano vescovi in partibus quel di Catania e l'Arcivescovo di Sicilia, dei quali abbiamo le soscrizioni in carte del decimo e dell'undecimo secolo.[985] Al contrario par abbia esercitata, quando che fosse, la dignità vescovile quel Leone che poi soggiornò in Calabria e venne in Sicilia (925) da statico.[986] Esercitolla per fermo Nicodemo che i Normanni (1072) trovarono arcivescovo in Palermo.[987] Egli è verosimile che nel decimo secolo, rimaso in tutta la Sicilia un sol vescovo, abbia mutato e titolo[988] e sede, ponendosi nella capitale allato alla corte degli emiri per mantenere più efficacemente i dritti spirituali e temporali del povero suo gregge; come il patriarca giacobita d'Alessandria e il primate nestoriano di Seleucia s'eran tramutati, l'uno al Cairo, l'altro a Bagdad. Palermo fatta capitale dai Musulmani, lor debbe dunque, strana vicenda della sorte, la dignità di chiesa metropolitana; la quale non fu conceduta da Roma, nol sembra da Costantinopoli; e niuno la sognava innanzi il decimo secolo, ma alla metà dell'undecimo niuno la mise in forse. È chiaro che la assunse l'eletto dei Fedeli confermato dagli emiri: pastor d'una provincia che avea avuto sedici diocesi tra vescovili e arcivescovili, e d'una città ch'era seconda solo a Costantinopoli e Bagdad.
Passando al clero inferiore, basterà dir che i monasteri nei quali tutto si racchiudea, sì fiorenti dopo san Gregorio, ormai sembrano poco men che distrutti. Quel di San Filippo d'Argira, di regola basiliana, scomparisce verso il novecensessanta, quando le colonie musulmane trapassavano in Valdemone.[989] I Normanni trovano in Val di Mazara il monastero di Santa Maria a Vicari, pregante per la vittoria dei Cristiani, possedente un po' di servi, bestiame e terreni, ma negletto ed oscuro.[990] Trovano molte ruine di monasteri in Valdemone,[991] e di due soli abbiam certezza che rimanessero in piè: quel di Sant'Angelo di Lisico, presso Brolo, i cui frati s'affrettavano a far confermar dal conte Ruggiero la proprietà dei monti, colline, acque; terreni e mobili che diceano aver tenuto sotto gli empii Saraceni;[992] e quel di San Filippo in Demona, un frate del quale, vivuto fino al millecento e cinque, affermava aver patito nel santo luogo gli oltraggi degli Infedeli.[993] Poco o nulla s'è perduto dei documenti di tal fatta, gelosamente custoditi e rinnovati dall'ecclesiastica prudenza: donde si può argomentare che alla metà dell'undecimo secolo, appena rimanesse una mezza dozzina di monasteri con frati e di che vivere.