A misura degli aggravii prorompean pure le sollevazioni; e a misura di quelle incrudeliva Ibrahim. Ne noterò solo i fatti rilevanti. Ribellavansi ricusando le tasse, l'anno dugentosessantotto (881-882), le tribù berbere di Wuezdàgia, Howâra e Lewâta: ed erano oppresse, l'una da Mohammed-ibn-Korhob, ciambellano, le altre da Abd-Allah figliuolo d'Ibrahim, mandatovi con gran gente di giund, liberti, leve in massa, e ausiliarii forniti al certo da altre tribù berbere: sì fermo Ibrahim guidava tutti i cavalli del carro, poichè s'ebbe aggiustata in mano quella ferrea sferza degli schiavi stanziali.[111]

Poi surse in arme la colonia di Belezma, gente arabica della tribù di Kais, venuta la più parte nei principii del conquisto, e stanziata da parecchie generazioni in quella città, sul confin meridionale dell'odierna provincia di Costantina, in mezzo alla catena degli Aurès, donde teneva a segno la tribù berbera di Kotâma. Gli agguerriti Arabi di Belezma ributtarono Ibrahim, ito in persona a combatterli: ond'ei perdonò loro; attirò a Rakkâda, prima alcuni capi sotto specie di trattar faccende, poi, con altri pretesti, più numero di gente; lor diè splendide vestimenta, onori quanti ne vollero e alloggiamento in uno edifizio circondato di mura con una sola porta, nel quale settecento o mille cavalieri, chè tanti se n'erano accolti, se pur pensavano allo esempio dei liberti del Castel Vecchio, si fidavano al certo di affrontar chi che si fosse. E così ogni evento delle istorie avvera la sentenza del Machiavelli, che colui che inganna, troverà sempre chi si lascerà ingannare.[112] Il dì che le altre soldatesche toccavan la paga, inebbriate di danaro, fors'anco di vino, Ibrahim le lanciava allo scannatoio ov'eran serrati i guerrieri di Belezma; i quali (893-894) valorosamente si difesero; e tutti perirono.[113] La pena di tal misfatto, come spesso accade, la pagò non Ibrahim, ma la dinastia; poichè, decadendo Belezma, la tribù di Kotâma imbaldanzì, e condusse al trono i Fatemiti.[114] Più pronto gastigo minacciava la sollevazione generale delle milizie arabiche, scoppiata immediatamente e rinnovatasi poi varie fiate; ma Ibrahim trionfò di tutti, mercè le mura di Rakkâda, la virtù militare del figliuolo Abd-Allah, e gli schiavi armati; dei quali accrebbe il numero; lor affidò la reggia; e pose capitani sopra di loro due schiavi, Meimûn e Rescîd. Accentrò al medesimo tempo Ibrahim grande autorità in persona di Hasân-ibn-Nâkid, nuovo suo ciambellano, capitan di eserciti, emir di Sicilia, e rivestito di altri oficii, scrive la cronica,[115] probabilmente le amministrazioni di finanza, e il tribunale dei soprusi nelle province sollevate.

Tra i casi di questa rivoluzione seguirono non più udite enormezze dei soldati regii, i quali, presa Tunis per battaglia, fecero schiavi tra i Musulmani, sforzaron le donne e sparsero gran sangue (893-894). Dato avviso della vittoria a Rakkâda per lettere legate al collo dei colombi, Ibrahim rescrisse di caricare i cadaveri su le carra; mandarli a Kairewân; e condurli in giro per le strade. Comandò, non guari dopo (894-895), di mettere a morte i nobili della tribù di Temîm, ceppo di sua famiglia, e appendere i cadaveri alle porte di Tunis. Ministro di tai vendette era stato Meimûn, nominato dianzi, donde venne fieramente in odio a quei cittadini; ma Ibrahim, non prima n'ebbe sentore, che gli mandò, diremmo noi, un bell'ordine cavalleresco: all'uso di que' tempi collana d'oro e vestimenta di seta ricche d'oro, disegni e svariati colori; e il manigoldo in tanto sfarzo cavalcò trionfalmente in Tunis. Un anno appresso, fattevi rizzar nuove fortezze, vi andò a soggiornare il tiranno in persona;[116] meditando già la impresa di Sicilia, o parendogli Rakkâda mal sicura senza lo scampo del mare: o volle sfogare la superbia dell'animo suo sopra la città ribelle, prostratagli ai piè come cadavere.

Il medesimo anno della rivolta, Ibrahim allagò di sangue la reggia per sospetto di una congiura degli eunuchi e stanziali schiavoni contro la vita di lui e della madre:[117] dal qual tempo in poi, aspettandosi che alcuno dei tanti che tremavano trovasse modo ad ammazzarlo, per meglio guardarsi, consultò astrologhi e arioli, nei quali ponea molta fede. Gli dissero dover morire di certo per man d'un piccino; se di statura o di anni, i furbi maestri nol discernean bene in lor arte: ond'egli visse in sospetto de' giovani paggi schiavoni; e se gliene venia veduto alcuno audace e fiero in volto, vago di maneggiar la spada, pensava tra sè: ecco l'assassino; e lo facea spacciare. Quando n'ebbe ucciso molti, temè la vendetta dei rimagnenti: onde li uccise tutti;[118] e tolse paggi negri in luogo dei bianchi; e non tardò a fare sgombero anche di quelli, l'anno dugento ottantotto (900).[119] Ma nel lungo suo regno i domestici eccidii sovente si rinnovarono e cominciaron prima della tirannide di fuori; bastando l'ira ad aizzarlo quanto il sospetto, e quanto l'uno e l'altra la gelosia. Aveva egli vietato sotto pene severe la vendita del vino a Kairewân; la tollerava a Rakkâda[120] in grazia forse dei suoi stanziali; e beveva egli stesso senza scrupolo nei penetrali dello harem. Or accadde che fattosi mescer vino da una donna, nei primi credo io del regno, e datole a tenere il fazzoletto di seta con che si asciugava le labbra, colei lasciosselo cader di mano, e un eunuco il trovò e nascose. Ibrahim non sapendo qual fosse costui, tutti i trecento eunuchi che avea fe' morire,[121] per seppellir forse con loro il segreto della regia intemperanza. Diversa cagione ebbe la morte di sessanta sciagurati giovanetti ch'ei teneasi in palagio, e, calpestando più d'uno dei precetti di sua religione, ogni sera lor dava a ber vino, e poi non volea che troppo dimesticamente vivesser tra loro. Avutane spia, chiamolli dinanzi a sè; interrogolli, e confessando alcuni il fallo, e negandolo tra gli altri audacemente un fanciullo molto amato da lui, Ibrahim gli spezzò il cranio con una mazza di ferro: gli altri fece morire a cinque o sei il dì, tra soffocati nella stufa e arsi nella fornace del bagno.[122]

Nè men geloso in punto di religione, aggravò la vergogna degli dsimmi, come se non bastassero al suo zelo i segni esteriori di vassallaggio che si costumavano innanzi.[123] Comandò Ibrahim che portassero su le spalle una toppa bianca, con la figura, i Giudei d'una scimmia e i Cristiani d'un maiale; e che gli stessi animali si dipingessero in tavole confitte su le porte di lor case.[124] Il martirio ch'ei diè ai quattro Siracusani si è narrato di sopra, su la fede delle agiografie cristiane.[125] Non sappiam se sia dei martiri siracusani un Sewâda, di cui scrivon le cronache musulmane che proffertogli l'oficio di direttore della tassa fondiaria, se rinnegasse, e rispondendo egli che non barattava la fede, Ibrahim lo fece spaccare in due e sospender mezzo cadavere a un palo, mezzo ad un altro, l'anno dugentosettantotto dell'egira (891-892).[126] Tuttavia gli eretici dell'islamismo poteano invidiare la condizione de' Cristiani. Dopo le stragi d'una battaglia, vinta sopra la tribù berbera di Nefûsa, l'anno dugentottantaquattro (897-898), Ibrahim interrogò un dottore che si trovava tra i prigioni: “Che pensi di Alì?” “Era infedele e però sta in inferno; e chi non dice così, andravvi con lui,” rispose il prigione; scoprendosi Kharegita a questo parlare. Il tiranno allora gli domandava se tutta la tribù di Nefûsa tenesse tal credenza, e saputo di sì, ringraziava il Cielo d'averne fatto macello. I prigioni, ch'eran cinquecento, se li fece recare innanzi a uno a uno: egli assiso in alto, tenendo in mano un suo lanciotto, cercava con la punta sotto l'ascella ove fosse il vano tra costola e costola dell'uomo,[127] e poi data una spinta, andava a trovar dritto il cuore, e facea passare un altro, finchè tutti gli trafisse. Così il Nowairi.[128] L'autore del Baiân scrive che i prigioni fossero trecento, ch'ei ne avesse fatto spacciar uno e poi trattogli il cuor con le proprie mani, e fattolo trarre agli altri, infilzati in una funicella i trecento cuori, e sospesi a festone su la porta di Tunisi.[129] Ambo le tradizioni bene stanno ad Ibrahim-ibn-Ahmed, e possono ammettersi insieme.

Innanzi tal pia scelleratezza, era ito Ibrahim a Tripoli (896-897), governata per lui da un suo cugin carnale, Mohammed-ibn-Ziadet-Allah, uomo di egregii costumi, erudito, poeta e scrittore d'una storia di casa aghlabita: onde il tiranno ignorante l'invidiava fin dalla gioventù, ma adoperavale per averne bisogno. Il coperto odio divampò, quando il califo abbassida Mo'tadhed, risapendo le enormezze di Tunis, minacciò in parole, e secondo altri scrisse a dirittura a Ibrahim, ch'ei lo avrebbe deposto, e surrogatogli il cugino, specchio di virtù. Pertanto non contentossi Ibrahim d'ucciderlo; ma volle fosse appiccato il cadavere a un palo come di malfattore.[130] Somiglianti sospetti di Stato lo spinsero, prima e poi, a mandare a morte ciambellani, ministri, cortigiani, e un povero segretario, chiuso vivo nel feretro. Otto fratelli suoi proprii erano scannati al suo cospetto; un de' quali, obeso e infermo che non potea reggersi, implorava gli si lasciassero quei pochi giorni di vita; e Ibrahim rispose: “Non fo eccezioni;” e accennò il carnefice di percuotere. Abu-l-Aghlab suo figlio ebbe tronco il capo dinanzi a lui; dicesi per trame di Stato. Abd-Allah, maggior tra i figliuoli, erede presuntivo della corona, folgor di guerra che spezzava nei campi di battaglia i viluppi creati dalla tirannide del padre, Abd-Allah ubbidiente troppo, virtuoso, dotto, modesto, pur si sentiva ad ogni istante sul collo la scimitarra del carnefice.[131]

Inviperiva Ibrahim ogni dì più che l'altro; ciascun misfatto tirandosene dietro parecchi; incarnandosi ogni vizio con l'uso e con la età; aggravandosi in lui l'atrabile, la monomania, la causa qual si fosse che lo portava al sangue; su la quale decida chi mai arriverà a penetrare l'arcano della umana volontà. Chi raccoglie i fatti, noterà due sintomi atrocissimi. L'un che costui nelle vittime segnalate per la costanza dell'animo, ricercava rabidamente il cuore, sede del pensiero secondo gli Arabi; quasi il tiranno volesse dar di piglio alla causa materiale di lor contumacia. Il disse ei medesimo a San Procopio vescovo di Taormina, mandandolo al supplizio (902).[132] Parecchi anni innanzi avea notomizzato il cuore di un altro valoroso, Ibn-Semsâma, suo primo ministro; il quale straziato di cinquecento battiture, non avea detto un ahi, nè s'era mosso; e a ciò, comandando Ibrahim di ucciderlo, s'era vantato di aprire e chiuder la mano tre fiate dopo recisogli il capo, e avea tenuto parola.[133]

L'altra orribilità mi sembra un'avversione, un dispetto, un'invidia ch'ei sentisse della perpetuità della umana schiatta. Non dirò delle mogli e concubine che facea strangolare, murar vive, sparar loro il corpo, se incinte: e tuttociò senza lor colpa, forse senza gelosia. Lungo tempo così era vissuto, non parlando a donne fuorchè la madre, la Sîda che è a dir “Signora” come chiamavanla a corte. Costei, cercando ridurlo ad alcun sentimento umano, un dì che le parve di umor men tetro, gli appresentò due leggiadre donzelle, alle quali fe' recitare il Corano e cantar versi su la chitarra e il liuto. A che parendo si compiacesse il tiranno, rallegrato anco dal vino, la madre gli offrì in dono le due schiave; ei le accettò, e lo seguirono. Ed entro un'ora veniva alla Sîda lo schiavo fidato d'Ibrahim con una cesta ricoperta di ricco drappo. Trovò le due teste; e, gittando un grido, cadde svenuta; ma tornata in sè, le prime parole che profferì furono maledizioni sopra il figliuolo. Pur era serbata a veder maggiore empietà. Avea comandato Ibrahim di mettere a morte ogni figliuola che gli nascesse; e talvolta non avea aspettato che venissero alla luce. E la Sîda pur osava trafugare e far nudrire occultamente le bambine. Nell'età matura del figliuolo, coltolo un'altra fiata in velleità di clemenza, si provò a mostrargli le fanciulle cresciute come lune di bellezza, dice la cronica; e credette aver vinto quando gliele sentì lodare. Si fa allora più ardita; gli svela che son sua prole; gli rassegna i nomi loro e delle madri. Il tiranno uscì dalla stanza. Chiamato un suo negro “Meimûn,” dissegli, “arrecami le teste delle donzelle che tien la Sîda.” Il carnefice non si movea. “Obbedisci, sciagurato schiavo,” ripigliava Ibrahim, “o ti farò andare innanzi, ed esse dopo.” E Meimûn tornò poco stante, avvolgendosi alle mani le sanguinose chiome di sedici teste, e le gettò a mucchio sul pavimento.[134] La critica non può mettere in forse coteste orribilità. Ancorchè noi le tenghiamo di seconda mano, è evidente la veracità degli scrittori primitivi, cittadini del Kairewân o d'Affrica al certo, e concordi tra loro, non avversi punto a casa aghlabita, vissuti in tempi vicinissimi e di cultura letteraria. D'altronde i misfatti narrati ben s'attagliano l'uno all'altro; e molti particolari che rivelano quell'istinto d'uom tigre, sono ricordati quasi con le medesime parole dai Musulmani e dai Cristiani, tra i quali il diligentissimo contemporaneo Giovanni, diacono napoletano.[135]

CAPITOLO III.

Contro lo scellerato signore s'era levata la colonia siciliana, Arabi e Berberi al paro; e da quattro anni tenean fermo, succedendo a lor posta i tumulti d'Affrica, quando, l'ottocento novantotto, non so per qual ribollimento di sangui o magagna d'Ibrahim, tornarono i Berberi ad assalire il giund. Vedendo fitti i coloni nell'assurdo intento di scuotere il giogo senza cessare di straziarsi l'un l'altro, Ibrahim, ridendosene, entrò di mezzo: scrisse ad ambe le fazioni ch'ei perdonerebbe, se tornassero alla ubbidienza, e che sarebbe contento a gastigare i capi soli; ch'erano, dei Berberi un Abu-Hosein-ibn-Iezîd, coi figliuoli; e del giund un Hadhrami, oriundo, come lo mostra tal nome, dell'Arabia meridionale. Affrettaronsi i sollevati a consegnarli di peso alle soldatesche affricane, di presidio, credo io, a Mazara: dalle quali furono imprigionati, imbarcati per l'Affrica, e quivi dati al supplizio. Il Berbero, per fuggirlo, bevve un veleno che di presente lo fe' morire; talchè non rimase ad Ibrahim che d'appiccare il cadavere al patibolo e scannare i figliuoli del suicida. Sfogò con nuovo argomento di tortura sopra l'Hadhrami. Fattoselo recare innanzi, disse a un carnefice pien di facezie, come tanti ve n'ha, che tentasse il condannato con motteggi e buffonerie: e quando il misero cominciava a sperarne salvezza e gli spuntava il riso in faccia, “No,” proruppe Ibrahim, “non è ora da burle:” e fe' cenno al manigoldo; il quale a colpi di bastone lo ammazzò.[136]