Per buona ventura il Darwin visse ancora dopo la pubblicazione del volume intorno alla origine delle specie, abbastanza per poter pubblicare tutti quegli altri lavori che egli ne considerava come il complemento. Ma anche quando non avesse potuto far ciò, il volume intorno alla origine delle specie avrebbe bastato a dar salde fondamenta alla nuova teoria e avrebbe portato quel grande rivolgimento nelle menti e quel grande progresso nel sapere umano che appunto ne derivarono.
La prova che il volume sulla origine delle specie non aveva bisogno d'altro, si ha nello immenso effetto che ne conseguì appena venne pubblicato e lo scoppio di furore frenetico da una parte e di amore indomato dall'altra che subito produsse. «La storia, diceva il Times in un cenno necrologico su Carlo Darwin, di una di quelle scene quale è quella che seguì nel celebre meeting della Associazione britannica ad Oxford nel 1860, e della battaglia campale fra il vescovo Wilberforce e il giovane e ardente signor Huxley, si legge come una scena della storia antica, come un episodio nella persecuzione di Galileo, o un preliminare della scomunica di Spinoza....»
La frenesia contro il Darwin da parte di molti suoi avversari, oltre alla sostanza della cosa, si accresce anche per ciò che quest'uomo sommo, senza grandi attrattive di stile, senza ombra di ricercatezza nella forma, senza apostrofi, senza mire ad effetto, irresistibilmente si cattiva l'animo del suo lettore, il quale, rapito da quel purissimo amore del vero che splende in ogni parola del Darwin, rapito da quella calma sublime che non lo abbandona mai, ammirato di quella imparzialità veramente unica, colla quale il grand'uomo in luogo di scansarle va in cerca delle obbiezioni e le più gravi se le fa da sè, prende ad amarlo e si compiace del suo consorzio come di cosa sommamente desiderabile e cara.
Sentite queste stupende parole del professore Kleinenberg:
«Lo stile di Darwin è estremamente semplice, senza alcuna declamazione, senza ornamenti retorici e manca perfino di frasi e di motti incisivi. Eppure i suoi scritti sono di una straordinaria, immediata efficacia, e pieni di vita e di armonia. Ciò dipende in gran parte dal modo in cui sono esposti e disposti i fatti e le conclusioni; in questo riguardo la maestria del Darwin è impareggiabile; nessuno scrittore scientifico fra antichi e moderni, che io conosca, ha dominato mai la sua materia—e quella del Darwin era difficilissima e affatto nuova—con sì assoluta sovranità. Ne risulta un mirabile ordine ed una unità dell'opera, che mi ricordano sempre quei templi dorici di Pèsto e di Girgenti, le creazioni più sublimi dell'arte architettonica, che producono così profonda impressione per la sola vastità e armonia delle loro proporzioni.
«Le opere del Darwin posseggono in massimo grado una qualità comune a tutte le emanazioni del genio: sono persuasive. Ma l'energia irresistibile con cui esse s'impadroniscono della mente del lettore non sta solamente nell'ingegno superiore e nell'arte della composizione, un altro elemento v'influisce forse più di quelli, ed è il carattere morale di Darwin. Ogni pagina dei suoi libri vi dice ad alta voce: chi mi scrisse è un uomo onesto e sopra ogni cosa veritiero. Quello spirito che, partendo dal foro, dalla stampa, dalle assemblee politiche, invade sempre più la coscienza pubblica ed insegna che per difendere la verità è d'uopo esagerare, nascondere i proprii lati deboli e scoprire spietatamente quelli dell'avversario, e dire ancora—s'intende sempre in omaggio alla verità—ogni tanto qualche piccola bugia; questo spirito che al nostro tempo anticlericale alle volte dà un non so che di gesuitico, la mente di Darwin non l'aveva sfiorato. Egli difende la verità, ma con la sola verità. Nessuno ha più freddamente di lui denudato le debolezze della sua teoria, nessuno è stato più di lui abile nell'escogitare ingegnose difficoltà e obbiezioni alla sua dottrina, mai egli ha taciuto un fatto sfavorevole, mai ha soppresso una apparente contradizione. Ne volete la prova? Leggete gli scritti dei più fieri avversarii del Darwin—ben inteso fra i naturalisti—e vedrete che essi molti dei più forti argomenti contrarii li hanno presi in prestito dalle opere dello stesso Darwin. Era un grande ingegno, ma il suo carattere era più grande.
«Permettetemi, o signori, un ricordo personale. Quando io l'anno passato era ospite di Darwin, gli dissi:—Avrei poca ragione di rileggere la vostra Origine delle specie, poichè il suo contenuto teorico credo averlo assimilato, per quanto me lo concede il mio ingegno, e per i miei lavori mi occorrono gli stessi animali vivi piuttostochè libri. Ma, vedete, sono un uomo debole. Ogni tanto, ora per colpa mia, ora per colpa altrui, si scatena in me uno scirocco che intristisce tutta l'anima mia. Allora la vita mi pare tanto brutta, insipida la scienza, vuota l'arte. Ebbene, la lettura di qualche vostra pagina tutte le volte mi ha rialzato da questo avvilimento. Dimodochè un giorno, a Napoli, senza sapere proprio quel che mi facessi, quasi meccanicamente, scrissi col lapis sul margine del vostro libro queste parole italiane: Qui si sana!—E Darwin mi porgeva la mano e disse che questa era la miglior lode che avesse ricevuto in vita sua.»
Un anno dopo la prima edizione della Origine delle specie se ne fece una seconda, nel 1864 se ne fece una terza, e il Canestrini, che già aveva tradotto la prima nel 1875, pubblicò in Torino coi tipi della Unione tipografico-editrice una nuova traduzione fatta sulla sesta edizione inglese notevolmente ampliata. Parecchie altre edizioni, invero non so quante, ne vennero fatte poi e si faranno in avvenire, perchè questo è un libro destinato a rimanere nella scienza immortalmente.
Ragion voleva che il Darwin, secondo l'impegno che aveva preso con sè stesso e coi suoi lettori, volendo sviluppare per via di fatti e di deduzioni da essi il concetto della variabilità delle specie, esponesse quanto aveva veduto negli animali in istato di addomesticamento e nelle piante in coltivazione e quelle conclusioni che aveva saputo trarre dalle cose vedute.
Perciò nell'anno 1868 egli pubblicò una grande opera sulle Variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico, di cui pure il professore Giovanni Canestrini fece la traduzione, stampata dalla Unione tipografico-editrice torinese. Sono, nella traduzione italiana, oltre a ottocento pagine con molte incisioni intercalate.