6.—Era, però, riserbato ai nuovi tempi l’assunto di dettagliare ed approfondire la conoscenza psicofisica del delinquente. Ed ecco una schiera di nomi, nelle cui opere è sparso tutto il materiale scientifico che dovrà servirci di fondamento alle applicazioni nella nostra disciplina: G. B. Porta, Lavater, Gall, Lauvergne, Gasper, Morel, Lucas, Ferry, Wilson, Nicolson, Thompson, Despine, ecc.
Ai nostri dì nessuno più sconoscerà il merito sommo di C. Lombroso che, avendo sistematicamente raccolti i dati antropologici del delinquente, agevola di molto il còmpito del psicologo inteso a costruire su solide basi la scienza della psiche del criminale, in applicazione di teoriche positive le più accettate da reputati scrittori di psicologia generale.
7.—Ma, anche ad ammettere che sia già preparato il materiale scientifico, in molta parte sperimentale, per la sistemazione di teorie psicologiche criminali, la peculiare branca distinta manca tuttavia di contenuto proprio. Molti confondono la psicologia criminale con l’antropologia, con la sociologia criminale o con la psichiatria. Krafft-Ebing, ad esempio, nel suo magistrale trattato di Psicopatologia Forense, non fa che limitare lo studio psicologico alla discussione della libertà o meno degli atti criminosi, ed ai principî fondamentali della imputabilità: il resto è materiale di patologia o neuropatologia. Nè altrimenti avviene in altri scrittori, compresi Lombroso, il Virgilio, il Marro tra’ nostri; vi sono nozioni isolate preziose; manca l’ordine, la coordinazione, l’unità del sistema. Forse—e lo vedremo—un indirizzo organico scientifico comincia ad apparire nel dominio della psicologia criminale collettiva, dopo le opere del Tarde, del Rossi, del Sighele: ma oh! quanto è ancora desiderabile che le ricerche avanzino perchè si possa dire di aver tracciati sicuri confini di separazione tra la nostra disciplina e le affini. In generale il difetto promana dalla esagerata importanza accordata al fattore o lato patologico del reato a detrimento dei fattori psichici: il che non deve recar meraviglia, se si consideri che quelli che più di frequente si propongono il còmpito di esame del delinquente non sono psicologi di professione, ma psichiatri: ciò che abbonda in un campo, manca nell’altro.
8.—Lo stadio percorso, fino a noi, dalla psicologia criminale è semplicemente descrittivo: vi sono le nozioni, manca la scienza.
La psicologia generale è, però, sì innanzi da facoltarci ad avvalerci dei suoi lumi per coordinare il prezioso materiale sparso intorno ai principali problemi della psiche del delinquente, fecondarlo ed unificarlo.
La teorica, che da anni noi propugniamo e che va sotto il nome di teorica dinamica criminale, segna l’estremo limite di conciliazione tra i veri generalmente accettati dalla psicologia dell’uomo normale e le nozioni delle anomalie, somatiche e psichiche, proprie del delinquente. L’uomo è una energia, od un complesso di energie in atto: o che egli si svolga normalmente, o che devii dal funzionamento della media degli uomini, non si libererà giammai dal potere delle leggi dinamiche che si riconnettono, in ultima espressione, alla legge di causalità. Comprendere, dunque, la genesi, le variazioni, le oscillazioni, l’antagonismo delle energie psicofisiche dell’uomo comune; saperne cogliere l’aumento ed il decremento, le successive trasformazioni, la repentina insorgenza ed il lento accumularsi e stratificarsi di esse negli atti riflessi e nel fondo oscuro dell’inconscio, è sufficiente preparazione per scendere nei penetrali inesplorati dell’anima del delinquente e render palesi le leggi ond’ella è governata. Che se ai cànoni derivati dalla psicologia si aggiungano i sussidî della psichiatria, dell’antropologia e della sociologia criminale, il còmpito ci riuscirà meno difficile e con più probabile buon esito.
A dir vero, in Italia non è la prima volta che siasi intuita la genesi dinamica del delitto: il Romagnosi ne fu l’antesignano.
Egli comprese che «esiste una infallibile e costante connessione fra i motivi, che sono presenti all’intendimento, e le determinazioni dell’umana volontà; e queste determinazioni sono sempre relative e proporzionate alle specie e alla energia dei motivi medesimi»[4]. Ed altrove: «Se entro le idee reprimenti non fosse racchiusa una naturale energia operante sulla sensibilità e volontà umana; se il consenso di queste facoltà non piegasse a seconda ed a proporzione delle forze delle idee suddette, come potrebbesi spiegare ed asserire, non dico soltanto che esse abbiano efficacia a frenare o a rallentare gli altri precedenti impulsi, ma che nemmeno abbiano la facoltà di produrre un effetto qualunque?»[5]. Anche il Carmignani afferma, che la forza dell’animo necessaria all’offesa non può decrescere che per l’azione di forze estranee che la deprimono; ed oltracciò, che la forza dell’animo umano è come tutte le altre forze, che agiscono in natura, soggetta ad anomalie, ad aberrazioni, ed a vicende prodotte da altre forze, le quali, quasi episodiche alla principale, s’innestano, la modificano e talvolta ne cambiano l’indole affatto[6].
Le idee sostanziali del novello indirizzo erano bene apprese: ma prima che la filosofia non abbandonasse il metodo aprioristico, e prima che la biologia, la fisiologia e la psicologia non si uniformassero al comune sistema evolutivo unitario, mancavano i mezzi per verificare nei singoli fatti o nei multiformi stati di coscienza del delinquente la non difformità, al dir del Carmignani, della forza dell’animo umano, da tutte le altre forze che agiscono in natura.