Signore e Signori,
Un filo elettrico attraversa la sala. Milioni di vibrazioni ogni secondo lo agitano. Trasmetteranno esse a dinamo potenti, dalle quali alla lor volta furono suscitate, un raggio moderno di sole, rapitogli dall'acqua, che nell'amplesso dell'Oceano evapora e si solleva, per ricadere pioggia benefica su monti, dai quali rivo, torrente, fiume, precipitando, confida a congegni meccanici la sua preda? Oppure un raggio di sole antico, che per potenza di piccolo seme immagazzinò nelle vetuste piante, ora fossilizzate, l'energia di tempi remoti, quando l'uomo non ancora calcava la terra di cui scruta ora i segreti?
E quel raggio di sole trascinerà esso per erta pendice il fardello dell'uomo nel suo incessante affaticarsi? aiuterà, apprestandogli i mezzi, il lavoratore nella lotta per la vita? fornirà a popoli oppressi l'arma della difesa, o servirà a ribadire tormento di guerra, le loro catene? Per quel filo passerà la voce armoniosa dell'amicizia o quella stridula dell'interesse? la dolce voce del conforto, o quella rauca della calunnia? Detterà quel filo le burrascose vicende della politica, o le pacifiche conquiste della scienza?!
Io vorrei che quel filo trasmettesse in questo momento a ciascuno di voi i miei più vivi ringraziamenti per la benevola attenzione prestatami, e riportasse a me l'eco del vostro gentile compatimento.
L'ARTE NEL SETTECENTO
CONFERENZA
DI
Antonio Fradeletto
Signore e signori,
Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con la sfrenata libertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle, ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora, noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano, le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe, cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume n'è rimasto, fuorchè la decorazione esteriore: una decorazione magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al primo urto di mano plebea.